Un passo falso inaspettato, un thriller che avrebbe potuto segnare la fine di una leggenda dell’action. Come è andata a finire
Quando si pensa a Sylvester Stallone non viene di certo in mente il genere horror, piuttosto l’azione, dove pugni, proiettili e missioni impossibili la fanno da padrona. Tra i suoi personaggi più iconici ci sono Rocky Balboa, John Rambo e Barney Ross: essi hanno consolidato il successo dell’attore italoamericano e rimandano al fascino dei riconoscimenti, alla fama e al grande affetto del pubblico.
Eppure, la carriera di Sylvester Stallone non è stata proprio tutta rose e fiori. Egli appartiene a quella categoria di attori che ce l’hanno fatta da soli. Nato povero, non era un figlio d’arte, ma aveva una marcia in più e una cosa importantissima: la determinazione alimentata dal sogno hollywoodiano.
Al contrario di quanto si possa immaginare gli anni Novanta non sono stati un periodo facile. Dopo i fasti di Rocky IV e Rambo III, alcuni titoli come Rocky V e commedie mal riuscite hanno fatto vacillare la sua popolarità, dimostrando che nemmeno le star più grandi sono immuni ai passi falsi. In questo contesto, Stallone ha cercato di esplorare nuovi generi, puntando sul thriller e sull’ horror, per tentare di rinnovare la propria immagine e conquistare un pubblico diverso.
La sfida più rischiosa è arrivata all’inizio degli anni 2000 con D-Tox, un horror slasher ambientato in un remoto centro di riabilitazione per agenti dell’FBI. Il film prometteva brividi e suspense, ma dietro le quinte i problemi erano già in agguato: cambi di produttore, tensioni sul budget e un primo montaggio considerato deludente hanno trasformato quella che doveva essere una nuova avventura per Stallone in un disastro annunciato.
D-Tox: un esperimento fallito
In D-Tox, Stallone interpreta Jake Malloy, un agente dell’FBI tormentato dalla perdita del suo collega e della fidanzata per mano di un serial killer. Ricoverato in un centro isolato nel Wyoming, Malloy si ritrova intrappolato insieme ad altri agenti in una spirale di paura e sospetti, mentre l’assassino continua a colpire. L’idea era combinare horror, thriller e azione, ma il risultato sullo schermo è stato un miscuglio poco convincente con una trama frammentata, personaggi stereotipati e colpi di scena che non emozionano.

Il film, con un cast di supporto di talento come Charles S. Dutton e Kris Kristofferson, avrebbe dovuto segnare una nuova fase nella carriera di Stallone, ma le difficoltà produttive hanno pesato troppo. La Universal, insoddisfatta, ha scelto di limitare l’uscita cinematografica e il pubblico ha scoperto D-Tox soprattutto tramite il DVD, facendo del progetto uno dei flop più clamorosi della star.
Nonostante il colpo, Stallone non si è arreso. In un’intervista del 2006, l’attore ha spiegato come la defezione del produttore originale e le continue revisioni abbiano reso il set un campo minato. Tuttavia, la sua resilienza ha fatto la differenza: Sly ha compreso che i fan lo volevano nei ruoli che l’avevano consacrato, e da questa intuizione sono nati i successi successivi come Rocky Balboa e John Rambo.
Insomma la sua carriera dimostra che anche una leggenda può inciampare ma proprio la sua capacità di rialzarsi fa di lui una vera Star. I Mercenari, film uscito nel 2010, ha consolidato il suo ritorno, unendo nostalgia e adrenalina e dimostrando che la sua stella nel panorama action non si sarebbe spenta. D-Tox, pur rimanendo un passo falso, rappresenta oggi un curioso capitolo della sua carriera, un promemoria di quanto rischioso possa essere sperimentare fuori dalla propria zona di comfort.




