Dietro il racconto cinematografico c’è una figura leggendaria: tra cronaca, sport e libertà, una vita che ha lasciato il segno
In questo periodo si sente molto parlare dell’ultimo film di Timothée Chalamet, Marty Supreme. Non è un film di supereroi (anche se il concetto di fondo è quello), neanche un biopic nel senso classico del termine, né tantomeno un semplice film sportivo.
Il protagonista in assoluto è il ping pong, uno sport minore, che qui diventa il filo rosso di una storia realmente accaduta, fatta di ambizione, sopravvivenza e identità. Josh Safdie, regista da sempre interessato ai personaggi borderline e alle ossessioni personali, trova nella vita di Marty Reisman, il terreno ideale per continuare il suo discorso sul sogno americano e sulle sue zone d’ombra.
E poi c’è Timothée Chalamet, chiamato a incarnare un protagonista che non chiede immediata empatia, ma attenzione. Il suo Marty Mauser è il riflesso cinematografico di una figura reale molto più complessa, la cui vita sembra già di per sé un film.
Il vero Marty Supreme
Il personaggio di Marty Mauser nasce infatti dall’ombra lunga di Marty Reisman, uno dei più singolari campioni di tennis da tavolo del Novecento. Nato a New York nel 1930, nel cuore del Lower East Side, Reisman cresce in un contesto di povertà e marginalità, dove lo sport non è un passatempo ma un mezzo di sopravvivenza. Il ping-pong non si pratica nei palazzetti, ma nei club fumosi, nelle sale giochi e nei retrobottega di Manhattan.

Reisman non è mai stato un atleta convenzionale. Magro, nervoso, imprevedibile, costruisce il suo stile lontano dalle regole istituzionali. Gioca per soldi, scommette su se stesso, provoca gli avversari con il linguaggio e con il corpo. La sua forza non è solo tecnica, ma psicologica: destabilizzare chi ha di fronte è parte integrante della partita.
Negli anni Cinquanta e Sessanta diventa uno dei giocatori più forti degli Stati Uniti, vincendo titoli e tornei anche quando, sulla carta, non è il favorito. Ma ciò che lo rende davvero famoso è la sua aura da uomo che vive ai margini dello sport ufficiale e che trasforma ogni match in uno spettacolo. Reisman non gioca solo per vincere: gioca per affermare se stesso.
Il film non ricostruisce fedelmente ogni passaggio della sua carriera, ma seleziona, amplifica, trasforma.. L’ispirazione che ha portato alla creazione del film arriva anche da The Money Player, autobiografia in cui Reisman racconta la propria esistenza: le scommesse, la rabbia, la fame di riconoscimento, il rapporto conflittuale con le istituzioni sportive. Un libro che il regista scopre quasi per caso e che diventa la scintilla per costruire un personaggio cinematografico più grande della realtà.
Ovviamente il ping-pong diventa metafora. Il tavolo è un ring, la pallina una sfida continua contro il destino. Marty Mauser non cerca solo la vittoria sportiva, ma una legittimazione personale in un mondo che lo ha sempre considerato ai margini. È qui che Marty Supreme supera il genere sportivo e si avvicina al cinema di carattere, quello che racconta uomini in lotta con se stessi prima ancora che con gli altri.La scelta di Timothée Chalamet non è casuale. L’attore porta sullo schermo un’energia particolare, perfetta per mettere in scena la fragilità e l’arroganza di un personaggio che vive di eccessi. Il suo Marty non è un eroe positivo, ma una figura contraddittoria, che affascina e che respinge allo stesso tempo.




