Fischiato alla prima romana, condannato dalla Chiesa, Palma d’Oro a Cannes: 174 minuti che hanno cambiato per sempre il modo di raccontare una città e un’epoca.
Una notte alla Fontana di Trevi
Il 5 febbraio 1960, quando La Dolce Vita uscì nelle sale italiane, il pubblico della prima romana fischiò Fellini all’uscita dal cinema. Qualcuno gli sputò addosso. La scena che aveva fatto più scandalo non era quella dei ricchi annoiati o dell’orgia nella villa, ma Anita Ekberg che entra nella Fontana di Trevi con il suo abito nero da sera, chiama Marcello, e lui la raggiunge nell’acqua come in uno stato di trance. Era inverno, erano le tre di notte, e l’acqua era gelida — la Ekberg la resse senza problemi, Mastroianni aveva dovuto indossare una muta sotto i vestiti per non morire d’ipotermia. Quella sequenza fu girata nell’arco di tre notti consecutive, con la fontana temporaneamente chiusa al pubblico, in quella che è ancora oggi una delle scene più fotografate e citate del cinema mondiale.
Fellini costruì l’immagine di Sylvia — il personaggio della Ekberg — come una creatura fuori scala, quasi mitologica: alta, bionda, capace di salire sui tetti della basilica di San Pietro con un gatto in braccio e di trattare Roma come un palcoscenico personale. Non era un personaggio realistico. Era un’icona, e il film sapeva esattamente cosa stava facendo.
Il termine che Fellini ha regalato al mondo
Dal film è uscita una parola che non esisteva prima: paparazzo. Il personaggio del fotografo che insegue le star è Paparazzo — interpretato da Walter Santesso — e il suo nome, scelto da Fellini e dal co-sceneggiatore Ennio Flaiano, è probabilmente derivato da un personaggio di un romanzo di viaggio di George Gissing, Sulle rive dello Ionio (1901), che menzionava un albergatore calabrese di nome Coriolano Paparazzo. La questione etimologica è dibattuta, ma il risultato è certo: da quel film in poi, i fotografi che inseguono i personaggi famosi si chiamano paparazzi in quasi tutte le lingue del mondo. È una delle poche volte in cui un film ha creato un sostantivo comune.
La sceneggiatura fu scritta da Fellini con Flaiano, Tullio Pinelli e Brunello Rondi, quattro voci che lavoravano per stratificazione più che per trama lineare. Il film non ha una storia nel senso convenzionale: ha un protagonista — Marcello Rubini, giornalista mondano interpretato da Mastroianni — e sette episodi che lo attraversano in altrettante notti romane, senza arco drammatico risolto. Marcello non impara niente. Non cresce. Alla fine del film è più vuoto di quando è iniziato, e quella mancanza di catarsi era esattamente il punto.

Steiner e il peso del film
L’episodio più pesante dell’intera opera è quello che ruota intorno a Steiner — interpretato da Alain Cuny — l’intellettuale apparentemente compiuto, colto, amato, circondato da amici brillanti e da una famiglia serena. Marcello lo ammira come modello di vita riuscita. Poi Steiner uccide i propri figli e si suicida, e non viene spiegato il perché. Fellini non offre motivazioni. La scena in cui Marcello deve annunciare la notizia alla moglie di Steiner che rientra a casa ignara di tutto — lei sorride, porta la spesa — è tra i momenti più difficili da reggere del cinema italiano, non per violenza ma per la precisione con cui cattura l’irreparabile.
Pasolini, che scrisse sul film con una lucidità che pochi altri critici raggiunsero, individuò proprio in Steiner il centro ideologico dell’opera: non il vuoto della mondanità, ma il fallimento della coscienza borghese anche nella sua forma più elevata.
Cannes, la Palma d’Oro e la scomunica
Cannes 1960: la giuria presieduta da Georges Simenon assegnò la Palma d’Oro a La Dolce Vita. In Italia, la reazione ufficiale della Chiesa cattolica fu di condanna. Il film fu definito osceno, immorale, diseducativo. L’Osservatore Romano attaccò Fellini direttamente. Il paradosso è che il film non è affatto un’apologia della decadenza che racconta — è il contrario: uno sguardo fermo e malinconico su un mondo che si consuma senza accorgersene, con la macchina da presa che giudica per assenza di giudizio esplicito, attraverso il modo in cui inquadra le cose piuttosto che attraverso le parole.
Il film incassò cifre enormi proprio in Italia, dove lo scandalo funzionò come la migliore pubblicità possibile. Con un budget di circa 600 milioni di lire, rientrò ampiamente della spesa e si affermò come uno dei film italiani più visti dell’anno. Piero Gherardi, responsabile di costumi e scenografia, vinse l’Oscar nella sua categoria — l’unico riconoscimento americano per un film che la Hollywood dell’epoca non sapeva esattamente dove collocare.
Mastroianni e il personaggio senza qualità
Marcello Mastroianni aveva già lavorato con Fellini, ma La Dolce Vita fu il film che lo trasformò in un simbolo internazionale. Il personaggio di Marcello Rubini è costruito sull’assenza: non ha convinzioni forti, non ha un progetto di vita, oscilla tra le donne e le feste con una passività che Mastroianni rese ipnotica invece che irritante. L’attore disse più volte che quella era la parte più difficile della sua carriera — non perché richiedesse sforzo tecnico, ma perché richiedeva di essere presenti senza essere attivi, di guardare senza reagire.
La scena finale — Marcello sulla spiaggia di Fregene, che non riesce a capire cosa gli stia dicendo la ragazza giovane sulla riva opposta, separati dall’acqua e dal rumore del mare — fu girata all’alba, quasi senza dialogo. Lei gli sorride, dice qualcosa che lui non sente, e lui alla fine rinuncia a capire e si gira. Nino Rota aveva composto una musica per quella scena, ma Fellini alla fine la lasciò quasi in silenzio.




