Elizabeth Taylor: gli occhi viola e i film che hanno fatto la storia

Francesca Testa

27.02.2026

Resta Aggiornato

Da bambina prodigio a diva assoluta, la carriera di Liz Taylor è una sequenza di scelte coraggiose che il cinema americano del Novecento non avrebbe avuto senza di lei.

Una carriera che non somiglia a nessun’altra

Aveva dieci anni quando girò il suo primo film di rilievo, La fiera delle vanità, nel 1944. Undici quando conquistò il pubblico con Il coraggio di Lassie. Sedici quando recitò accanto a Mickey Rooney in Il grande National. Questi numeri dicono qualcosa che spesso si dimentica parlando di Elizabeth Taylor: prima che diventasse un simbolo, era già una grande attrice. La bellezza straordinaria — gli occhi violacei, rarissimi, dovuti a una doppia fila di ciglia che le creava un effetto cromatico unico — ha oscurato per decenni la sostanza del lavoro che c’era sotto.

La MGM capì prestissimo di avere tra le mani qualcosa di eccezionale e la tenne sotto contratto con quella logica di fabbrica delle stelle che negli anni Quaranta e Cinquanta trasformava i talenti in prodotti. La Taylor accettò le regole del gioco fino a un certo punto, poi smise. Un posto al sole (1951), diretto da George Stevens, è il momento in cui il pubblico smette di guardarla come una bambina cresciuta e comincia a fare i conti con quello che sa fare davvero: interpretare la complessità morale senza semplificarla.

I film che contano davvero

Gigante (1956), ancora con Stevens e accanto a Rock Hudson e James Dean, la porta in un territorio epico che pochi avrebbero saputo abitare alla sua età — aveva ventiquattro anni. Tre anni dopo arriva La gatta sul tetto che scotta (1958), tratto da Tennessee Williams: il confronto con Paul Newman è una delle sequenze di recitazione più tese degli anni Cinquanta americani, e Taylor non arretra di un centimetro. La prima nomination all’Oscar arriva lì.

La statuetta la vince però con Venere in visone (1960), in un ruolo che molti considerano minore rispetto ad altri della sua carriera — e probabilmente l’Academy stava compensando per non averle dato il premio l’anno prima, quando La gatta era il film più discusso della stagione. Il secondo Oscar arriva nel 1967 con Chi ha paura di Virginia Woolf?, diretto da Mike Nichols, dove la Taylor recita accanto a Richard Burton in uno scontro coniugale di 131 minuti che ancora oggi è una delle prove d’attore più estreme della storia del cinema sonoro. Si fece ingrassare di circa dieci chili per il ruolo. Vinse.

Cleopatra (1963) merita un discorso a parte: produzione colossale, budget lievitato fino a 44 milioni di dollari — cifra astronomica per l’epoca — set romani ricostruiti a Cinecittà, scandalo mondiale per la storia d’amore con Burton iniziata proprio durante le riprese. Il film quasi affossò la Fox, ma Taylor prese un milione di dollari di cachet, prima attrice nella storia di Hollywood a raggiungere quella cifra.

Paul Newman e Elizabeth Taylor

Copyright by Metro-Goldwyn-Mayer and other relevant production studios and distributors

Quello che resta

Elizabeth Taylor morì il 23 marzo 2011, a Los Angeles, per insufficienza cardiaca. Aveva settantanove anni e una filmografia che attraversa sette decenni. Quello che rimane, oltre ai numeri e agli aneddoti, è una presenza cinematografica difficile da classificare: troppo bella per essere presa sempre sul serio, troppo brava per essere liquidata come diva, abbastanza coraggiosa da scegliere ruoli scomodi quando il sistema hollywoodiano preferiva tenerla al sicuro dentro storie d’amore rassicuranti.

Il cinema italiano la ricorda con affetto particolare: girò a Roma, visse a Roma per periodi lunghi, e quella stagione di Cleopatra a Cinecittà è entrata nel mito della città tanto quanto nella storia del cinema mondiale.

Autore

Correlati
Share This