Tratto dal romanzo di Giuliano da Empoli, il film, arrivato nelle sale italiane il 12 febbraio, interroga i meccanismi del potere con una lucidità rara nel cinema contemporaneo.
Un’idea che viene da lontano
Quando Giuliano da Empoli ha pubblicato Il mago del Cremlino nel 2022 — appena due mesi dopo l’inizio dell’invasione russa in Ucraina — nessuno avrebbe scommesso che quel romanzo si sarebbe trasformato così in fretta in un film con un cast di questa portata. Vincitore del Grand Prix du Roman de l’Académie française, finalista al Goncourt, il libro aveva già conquistato l’Europa. Poi è arrivato Olivier Assayas, uno dei registi francesi più rigorosi della sua generazione, e la storia ha preso una forma diversa.
Il film porta in sala il 12 febbraio, distribuito in Italia da 01 Distribution. È stato presentato in concorso all’82ª Mostra del Cinema di Venezia, e da lì ha cominciato a muoversi tra i festival — Rotterdam, tra gli altri — portandosi dietro un’accoglienza critica divisa ma mai indifferente. Le riprese si sono svolte interamente a Riga, in Lettonia, dal gennaio 2024 all’aprile 2025: una scelta non casuale, perché la città ospita una comunità consistente di rifugiati russi che ha permesso ad Assayas di lavorare con attori di madrelingua e di verificare la ricostruzione storica con testimonianze dirette.
La storia: uno spin doctor nell’ombra dello Zar
La struttura narrativa è quella del racconto retrospettivo. Siamo nel 2019: uno studioso americano, Lawrence — interpretato da Jeffrey Wright — viene ricevuto nella dacia di Vadim Baranov, un uomo ormai ritirato dalla vita pubblica che per quindici anni ha operato nell’ombra accanto a Vladimir Putin. Da quel punto, il film si apre in un lungo flashback che attraversa i anni Novanta russi, il crollo dell’Unione Sovietica, il caos della transizione, e la lenta costruzione di un potere destinato a durare decenni.
Baranov è interpretato da Paul Dano, in un ruolo ispirato alla figura reale di Vladislav Surkov, ex consigliere personale di Putin e architetto della sua comunicazione politica. Assayas ha scelto consapevolmente di non documentarsi troppo su Surkov — lo ha definito «un personaggio piuttosto sgradevole e molto meno interessante» della versione romanzesca — preferendo restare fedele alla creatura letteraria di Da Empoli, più ricca e moralmente stratificata. Baranov è un artista d’avanguardia, poi produttore di reality show, poi uomo del Cremlino: una traiettoria che dice molto su come si costruisce il consenso nella Russia post-sovietica.
Accanto a lui, Alicia Vikander nei panni di Ksenia, la donna amata che rappresenta l’unica possibile via d’uscita da un sistema che, una volta entrati, non lascia passare inosservati.
Jude Law è Putin: niente prostetica, solo freddo controllo
La scelta di casting che ha generato più discussione è quella che riguarda Vladimir Putin. Jude Law ha costruito il personaggio senza trucchi prostetici, indossando solo un parrucchino per avvicinarsi fisicamente allo Zar, ma concentrandosi sul modo in cui Putin si muove all’interno del potere — la postura, il controllo degli spazi, il silenzio come strategia. Ha definito il ruolo “uno dei più complessi della sua carriera”, sottolineando di aver voluto raccontare un sistema più che un singolo individuo.
Prevedibili le critiche arrivate alla prima veneziana: rendere Putin narrativamente “sympathetic”, affidargli il volto di un attore britannico di consolidato fascino, è stata una scelta che ha fatto discutere. Assayas, dal canto suo, non si è sottratto al confronto. Ha risposto che il suo obiettivo non era emettere una sentenza morale ma alzare le domande giuste, lasciando al pubblico la libertà di rispondere. Lo ha ribadito a Rotterdam, lo ha confermato in ogni intervista: “La cosa migliore che un regista possa fare è porre le domande giuste.”
Assayas e Carrère: due autori, un solo tema
La sceneggiatura porta la firma di Assayas insieme a Emmanuel Carrère, scrittore e giornalista francese con una conoscenza della Russia che Assayas ha riconosciuto apertamente di non possedere. La collaborazione ha prodotto un testo denso di dialoghi, in cui la parola diventa il vero campo di battaglia — non l’azione, non la spettacolarizzazione della violenza, ma la costruzione del significato, la manipolazione del racconto, la frontiera sempre più sottile tra verità e fiction politica.
Assayas a MYmovies ha detto qualcosa che vale la pena ricordare: “Ho capito che Giuliano da Empoli non parlava solo di Putin e della Russia, ma dell’evoluzione politica dell’Europa occidentale, della Francia, dell’Italia. C’è una regressione dei valori democratici, una generazione che sta dimenticando il significato della parola democrazia.” Non un film sulla Russia, quindi. Un film su noi.
Cosa aspettarsi in sala
Con una durata di circa 156 minuti e una struttura volutamente verbosa, Il mago del Cremlino non è cinema per chi cerca ritmo convenzionale. È un film che richiede attenzione, che preferisce il silenzio carico alla scena d’azione, che costruisce la tensione attraverso la logica interna dei rapporti di potere piuttosto che attraverso la suspense narrativa classica. I numeri al botteghino — circa 668.000 euro incassati entro il 22 febbraio in 119 sale — lo confermano come un titolo di nicchia colta, non un blockbuster.
La critica si è divisa: su Rotten Tomatoes il film si ferma al 50%, su Metacritic a 54 su 100. Ma queste cifre, nel caso di un’opera di questo tipo, dicono poco. Dicono invece qualcosa il fatto che il film continui a generare conversazioni — su Assayas, su Da Empoli, su Surkov, su Putin, su cosa significa costruire un’immagine pubblica nell’era dei media totali. Un film che disturba, anche quando non convince del tutto. E disturbare, in certi casi, è già un risultato.




