Tratto da un racconto di Karen Blixen e diretto da Gabriel Axel nel 1987, il film danese che vinse l’Oscar come miglior pellicola straniera è molto più di un’opera sui piaceri della tavola.
Danimarca, 1884: il cibo come atto d’amore
La storia comincia in un villaggio sperduto della costa danese, dove due sorelle anziane e austere — Martina e Philippa, battezzate in onore di Martino Lutero e Filippo Melantone — conducono una vita di devozione e beneficenza dopo la morte del padre, il pastore protestante della comunità. Nella loro casa lavora da quattordici anni Babette Hersant, una donna francese arrivata un giorno sfinita alla loro porta con una lettera di presentazione, rifugiata dalla repressione della Comune di Parigi del 1871, durante la quale il generale Galliffet le aveva fatto uccidere figlio e marito.
Quando Babette vince diecimila franchi d’oro alla lotteria, nessuno si aspetta quello che fa: spende tutto per cucinare un pranzo francese in onore del centenario della nascita del Decano. Niente rimane. Neanche un franco. E la sua scelta, apparentemente folle, è il nucleo attorno a cui ruota l’intero film.
L’Oscar del 1988 e un racconto di Karen Blixen
Il pranzo di Babette arrivò nelle sale nel 1987, diretto dal regista danese Gabriel Axel e tratto dall’omonimo racconto di Karen Blixen — la stessa autrice de La mia Africa, pubblicato con lo pseudonimo Isak Dinesen. Il film fu presentato nella sezione Un Certain Regard al 40° Festival di Cannes, dove ottenne la menzione speciale della giuria ecumenica, e l’anno successivo vinse l’Oscar al miglior film straniero per la Danimarca, nel 1988. Ai BAFTA del 1989 arrivarono quattro nomination, tra cui miglior film e miglior regia. Stéphane Audran, che interpreta Babette, vinse il Premio Robert — il riconoscimento cinematografico danese — come miglior attrice protagonista, e il Nastro d’Argento italiano nella categoria migliore attrice straniera.
La cosa curiosa è che la Blixen scrisse il racconto originariamente in inglese — non in danese — pubblicandolo nel 1950. Lo pensò come un dono per un amico americano, e solo in seguito lo inserì nella raccolta Aneddoti del destino.
Il menù: cosa mangiarono quei dodici invitati
Il pranzo che Babette prepara è un banchetto di cucina francese del XIX secolo, costruito piatto dopo piatto con ingredienti che lei fa arrivare direttamente dalla Francia. Il numero degli invitati — dodici, come i dodici apostoli — non è casuale, e la critica ha letto nella scena del banchetto un’eco sottile dell’Ultima Cena. I commensali decidono in anticipo di non proferire parola sul cibo, per non cedere ai piaceri della carne: e invece, inevitabilmente, cedono.
Il menu comprende brodo di tartaruga, bliny Demidov, le celebri quaglie en sarcophage come piatto principale, formaggi, savarin con rum e frutta, caffè con tartufi. I vini sono altrettanto precisi: un Amontillado bianco ambra, un Clos de Vougeot Gran Cru del 1846, e Champagne Veuve Clicquot del 1860. È il generale svedese Lorens Lowenhielm — ospite d’onore, ex innamorato di Martina — a riconoscere quei piatti: li ha già mangiati, anni prima, al Café Anglais di Parigi, dove una cuoca leggendaria sapeva trasformare ogni cena in «un’avventura amorosa». Solo allora capisce chi è davvero Babette.

Il significato: l’artista e la grazia
La frase che chiude il film è quella che porta con sé tutto il peso del racconto. Quando le sorelle, sconvolte, chiedono a Babette come abbia potuto spendere tutto, lei risponde con una semplicità disarmante: «Un artista non è mai povero». Non è consolazione, non è rassegnazione. È una dichiarazione sull’arte come forma di donazione assoluta, che non calcola il ritorno e non rimpiange niente.
Il film affronta il conflitto tra ascetismo protestante e pienezza cattolica, tra il corpo mortificato e il corpo celebrato, senza dichiarare un vincitore. Babette non converte nessuno. Eppure quei dodici compaesani che avevano trascorso anni ad accumulate rancori e dissapori — mentre mangiano, senza parlarsi del cibo, ritrovano una pace che non riuscivano più a costruire con le parole. Si tengono per mano sotto il cielo stellato.
Papa Francesco ha citato esplicitamente questa scena nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, definendola «un anticipo del Cielo» e descrivendo la gioia di Babette come quella di chi trova compimento nel procurare diletto agli altri. Come ha rilevato la rivista La Civiltà Cattolica, è la prima volta nella storia che un documento pontificio cita un film in modo esplicito — e il Papa ha indicato Il pranzo di Babette come uno dei suoi preferiti, accanto a La strada di Fellini del 1954.
Una curiosità sulla produzione
Le riprese si svolsero parzialmente in Norvegia, nel villaggio di Balestrand sul Sognefjord, che offriva i paesaggi aspri e le case di legno che il regista cercava per rendere credibile il villaggio danese immaginato dalla Blixen. Il film costò pochissimo rispetto agli standard internazionali dell’epoca, e quella sobrietà produttiva — paradossalmente — si adatta al suo soggetto meglio di qualunque scelta consapevole.




