
Tutto questo sangue, questo rumore, questo schifo ti strappa qualcosa dalle viscere. Voglio rimanere sempre lo stesso, per te. Voglio tornare da te ed essere l’uomo che ero prima. Come si arriva dall’altra parte, a quelle colline blu?
A quali “colline blu” si riferisce il soldato Jack Bell nella lettera che scrive alla moglie?
Richiamato sotto le armi e fatto sbarcare a chilometri di distanza da casa con tanti altri soldati americani, Bell affronta la guerra nel Pacifico solo grazie all’amore per sua moglie, ai ricordi di lei, alla consapevolezza di un sentimento che supera i confini imposti dagli uomini e le distanze della natura. Bell non è a Guadalcanal.
O meglio, il suo corpo è lì a combattere, compiendo azioni di eccezionale coraggio, fianco a fianco con soldati di fanteria molto più giovani di lui, senza mostrare alcuna forma di rancore nei confronti di chi l’ha mandato a rischiare di nuovo la vita in un ruolo, per altro, a lui poco congeniale, lui che era stato ufficiale del Genio.
Bell è lì, a combattere e soffrire con i compagni, ma non è solo un soldato. E’ soprattutto un uomo innamorato, che con la mente non ha mai lasciato la moglie a chilometri di distanza, con un’incrollabile fede in un amore puro e incontaminato che non ha ceduto nemmeno per un momento sotto il duro fuoco giapponese. Ci vuole una lettera della moglie per riportarlo alla cruda realtà, ad un mondo parallelo ma estremamente reale in cui lei, a causa dell’insopportabile solitudine a cui era stata costretta, gli comunica che sposerà un ufficiale dell’aeronautica.
La tragedia dell’amore stroncato di Jack Bell si intreccia alle drammatiche vicende degli altri soldati impiegati sul fronte del Pacifico in questo complesso capolavoro della cinematografia che è La sottile linea rossa di Terrence Malick. L’erba macchiata di sangue, le esplosioni dei proiettili di mortaio, le spietate raffiche di mitragliatrice fanno da sfondo a questo grandioso mosaico di personalità con cui noi spettatori siamo messi in contatto, una ad una. Tanto che a volte ci sembra di essere degli spiritelli nelle teste dei personaggi, seduti in qualche antro della loro mente, ad ascoltare i loro monologhi interiori.
Così appare difficile provare antipatia per il burbero colonnello Tall, una volta informati circa i suoi sforzi sovraumani per avere una promozione a generale e soddisfare così le alte aspettative che i genitori avevano avuto per lui; né possiamo rimanere indifferenti di fronte alla sorte dei soldati giapponesi sconfitti, martoriati dalla furia vendicativa dei vincitori; e possiamo immaginare bene cosa stia pensando il giovanissimo soldato accucciato sotto il tiro nemico, mentre osserva da vicino la morte di un uccellino caduto dal nido.

Cos’è questa guerra stipata nel cuore della natura? Perché la natura lotta contro se stessa? Perché la terra combatte contro il mare? C’è forza vendicativa nella natura.
Tutto soffre, sembra volerci dire Malick, affidando il messaggio alla selvatica saggezza del soldato Witt. Tutto, dal più piccolo uccellino caduto dal nido agli uomini, eredi impenitenti di Caino e Abele. Quale divinità permette tutto ciò? Chi si crogiola nella rovina del mondo, negando persino la speranza? Eppure è sempre il soldato Witt che sembra arrivare per un attimo alle “colline blu” di Bell, cercando di mettere a parte della sua scoperta anche il cinico sergente Welsh. E’ Witt, questo maturo giovane dallo spirito ribelle e scanzonato ad essere testimone di un’utopia salvifica, durante l’ennesimo tentativo di fuga tra gli aborigeni delle isole della Papuasia.
Un mondo, questo, quasi trascendente, in cui gli uomini vivono senza prevaricazioni del fratello sul fratello, in armonia con una natura che segue il suo nobile corso millenario, senza essere minacciata dall’uomo. Minaccia che arriva presto: la terribile sagoma metallica di un incrociatore della Marina americana, venuto per strappare Witt al suo Eden e seppellirne la voglia di libertà in un’anonima tomba nella foresta equatoriale, sotto immensi, impotenti alberi.
“Forse gli uomini appartengono a un’unica grande anima: tutti ne fanno parte. Tutti volti dello stesso essere, un unico grande essere. Tutti cercano la salvezza seguendo il proprio sentiero. Tutti come un piccolo carbone tolto dal fuoco.”
Con queste parole, il soldato Witt sintetizza la sua idea dell’universale dopo il suo contatto diretto con il Paradiso in Terra. La divinità prende la forma di un vecchio aborigeno che incrocia la strada del plotone in marcia. Il suo viso privo d’espressione dice già tanto: non ha paura, sebbene provenga da dove si suppone si trovino le linee nemiche. Avanza imperturbabile, senza degnare di uno sguardo i soldati che si sono fermati a guardarlo. Sparisce, lasciandosi alle spalle quel mondo ostile ed estraneo, verso la sua strana quotidianità, in cui ci piace pensare che non regnino violenza e odio.





