Don Siegel, L’invasione degli ultracorpi
Se parliamo di cult movie, sono pochi i film che possono fregiarsi di questo titolo come L’invasione degli ultracorpi (1956): ispirato dal romanzo omonimo di Jack Finney (tradotto in Italia come Gli invasati).
Don Siegel, da grandissimo regista e artigiano qual è, realizza un’opera cinematografica che stupisce per la maestria con cui viene messa in scena, nonostante la pochezza di mezzi a disposizione.
Il Dottor Miles J. Bennel, a Boston per un convegno, viene richiamato urgentemente dalla sua infermiera a Santa Mira, viste le numerose richieste. Tornato in paese, inizia a visitare pazienti che accusano curiosi sintomi: sono tutti ossessionati dalle stranezze che, giorno dopo giorno, iniziano a notare nei propri cari, accusandoli di non essere più loro, dalla signora Wilma che non riconosce lo zio Ira al bambino che non riconosce più la madre. Inizialmente diagnosticati come sintomi di stanchezza e stress, alcune strane apparizioni in casa di amici e presentimenti sempre più oscuri intorno alla vicenda, faranno nascere seri dubbi alle certezze del medico.

Don Siegel, “L’invasione degli ultracorpi”
Invece che mettere tutte le carte sul tavolo, Siegel decide di impostare l’intero film sul meccanismo del non visto, mostrandoci le sfumature umorali che l’arrivo della nuova minaccia mostra su singoli e sulla collettività.
Con l’intenzione di ridurre ancor di più i costi di produzione (concentrando le risorse maggiori nella creazione dei pochi effetti speciali presenti nel film, nella scena in cui i bacilli vanno formandosi), in un periodo in cui i blockbusters a colori e la nuova tecnologia 3D la fanno da padroni, decide di girare in bianco e nero, sfruttando una fotografia sublime che aiuta a creare una suspense piano piano crescente, grazie anche a inquadrature spesso oblique, che in breve tempo passano da campi larghi a primi piani stretti.
La videocamera danza, straniando con movimenti rapidi dall’alto verso il basso e viceversa, sfruttando una sceneggiatura intelligente a cui collabora, sebbene non risulti nei crediti, Sam Peckinpah, futuro straordinario regista, che appare anche in un piccolo ruolo. Parlando di attori, impossibile non citare la meravigliosa Dana Wynter, nel ruolo di Becky, vecchia fiamma del dottor Miles e soprattutto Kevin McCarthy, caratterista di Hollywood che, grazie alla perfetta commistione tra risoluzione, freddezza e quella piccola dose di humor, impersona il personaggio più d’impatto della sua carriera.
La tecnica adottata da Don Siegel di non mostrare la tematica intrinseca del racconto verrà ripresa in tantissimi film da quel momento in poi.
Ne sa qualcosa Stanley Kubrick, che poco dopo, nel 1957, girerà Orizzonti di gloria raccontando la prima guerra mondiale senza mostrarla nelle sue immagini più crude.
Il messaggio tagliente e provocatorio di Don Siegel colpisce dritto al punto, raccontando la paura di qualcosa che non viene solo dall’esterno, ma agisce dall’interno, strisciando in maniera subdola dentro l’uomo (ahinoi attuale in questo momento storico). Ai tempi fu interpretata come la paura atavica delle tensioni interne al paese, dalle minacce di guerra fredda alla caccia spietata del maccartismo, in contrasto con quando andava predicando il presidente Eisenhower, ma anche come critica verso un cinema sempre perfetto, splendente, molto in voga negli Stati Uniti, il quale piano piano iniziava a farsi largo, anche negli aspetti più borghesi (esempio su tutti Secondo amore di Douglas Sirk).

A distanza di sessantaquattro anni, L’invasione degli ultracorpi (al contrario di quando uscì), si conferma una perla assoluta del cinema statunitense di genere e non ma, soprattutto, un film imprescindibile per ogni amante della settima arte.




