Arancia meccanica è il titolo del romanzo distopico di Anthony Burgess del 1962, da cui Stanley Kubrick ha tratto l’omonimo capolavoro cinematografico uscito nelle sale nel 1971.
«Le avventure di un giovane i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultra-violenza e Beethoven».
(Stanley Kubrick)

Arancia Meccanica
La storia narrata in Arancia meccanica è quella di Alex, intelligente e colto quindicenne, che se ne va in giro a compiere atti vandalici con i suoi amici. Dopo essere stato imprigionato, decide, nella speranza di ritrovare la libertà, di partecipare a un programma che prevede la terapia dell’avversione. In questo processo il paziente è sottoposto a degli stimoli, che gli causano un senso di nausea e ribrezzo di fronte a comportamenti moralmente ed eticamente inaccettabili. Una volta “guarito”, Alex non trova più la vita che ha lasciato, gli amici sono cambiati, i suoi genitori lo rifiutano e alla fine, a seguito di un tentato suicidio, tornerà sulla via della violenza.
«Un sogno, non è mai soltanto un sogno».
(S. Kubrick)
Il mistero del ventunesimo capitolo: l’eterna lotta tra bene e male
La pellicola si chiude con un ritorno netto alla violenza, mentre del romanzo esistono due versioni.
L’edizione americana del 1963 conta venti capitoli con l’epilogo similare a quello della versione kubrickiana. L’edizione inglese, tuttavia, che è quella arrivata in Italia, si chiude con un ventunesimo capitolo. In quest’ultimo il romanzo cambia tono, si spegne tutta l’ironia e si vede un Alex stanco della violenza, che decide di crescere e di convertirsi spontaneamente al bene.
Il motivo della presenza o meno dell’ultimo capitolo tutt’oggi non è chiaro. Kubrick stesso dichiarò di aver letto l’ultimo capitolo solo dopo aver lavorato alla sceneggiatura:
«Sono rimasto sorpreso, perché non c’era alcun rapporto con lo stile satirico del resto del libro; credo che l’editore sia riuscito a convincere Burgess a chiudere con una nota di speranza, o qualcosa di simile. Sinceramente, quando ho letto quell’ultimo capitolo non potevo credere ai miei occhi. Alex esce di prigione e torna a casa. Uno dei ragazzi si sposa, l’altro sparisce, e alla fine Alex decide di diventare un adulto responsabile».
(S. Kubrick)
Secondo parte della critica l’ultimo capitolo fu aggiunto in un secondo momento da Burgess per evitare problemi di censura in alcuni paesi; secondo altre correnti di pensiero furono le edizioni americane a ometterlo perché considerato un happy ending banale e noioso.

Arancia Meccanica
Da numerosi scritti e interviste si evince che Burgess stesso visse una profonda crisi intellettuale a causa di quest’ultimo capitolo. Nel corso delle sue opere lo scrittore fa spesso riferimento sia a Sant’Agostino che a Pelagio, i quali hanno due punti di vista completamente discordi sulla natura umana. Queste due visioni sono alla base delle discordie sull’ultimo capitolo; nella visione di Sant’Agostino l’opera si chiuderebbe a venti capitoli, poiché l’uomo è destinato all’immoralità; nella filosofia di Pelagio, invece, il ventunesimo capitolo farebbe parte del riscatto, poiché pur seguendo la via del male c’è possibilità di redenzione.
L’ambiguità ancora oggi non è stata chiarita, a ogni lettore è lasciata la scelta: l’umanità è in grado di percorrere la via del bene?
Nomen omen – Il nome è presagio: un titolo parlante
Il titolo Arancia meccanica – A Clockwork Orange fa riferimento a un frutto succulento, all’apparenza bello e appetitoso, ma soltanto grazie a un meccanismo artificiale; in realtà, al suo interno sono racchiusi tutti i suoi istinti di malvagità. Il titolo porta con sé il significato sia del romanzo che del film: privare l’uomo della volontà di scegliere significa renderlo un bellissimo contenitore vuoto, un perfetto robot senz’anima.
«Nel 1945, al ritorno dal fronte, in un pub di Londra ho sentito un cockney ottantenne dire a qualcuno che era sballato come un’arancia meccanica. L’espressione m’incuriosì per la stravagante mescolanza di linguaggio popolare e surreale. Per quasi vent’anni avrei voluto utilizzarla come titolo per qualche mia opera: ne ho avuto poi l’occasione quando ho concepito il progetto di scrivere un romanzo sul lavaggio del cervello. (…) Io lo uso per riferirmi all’applicazione di una moralità meccanica ad un organismo vivo che straripa di succo e dolcezza».
(Anthony Burgess)
Anche il nome Alex del protagonista è un senhal: a-lex porta un’alfa privativa greca che dinanzi alla parola latina lex significa proprio “senza legge”. Alex è un protagonista al di sopra della legge. In questa interpretazione il personaggio è sdoganato dai confini del reale, ponendosi come una rappresentazione concreta dell’inconscio umano più oscuro.
L’importanza del bianco
La stilista italiana Milena Canonero, vincitrice di numerosi premi Oscar nella categoria miglior costumi, ideò le divise dei drughi con Kubrick. Il regista voleva che i costumi risultassero un incrocio tra una tuta di un antieroe perverso e delle divise di polizia. Un giorno McDowell portò in macchina la sua tuta da cricket, la stilista la vide e da lì nacque l’idea dei vestiti dei drughi. La scelta del bianco è legata all’idea di contrasto: il bianco in genere ispira purezza, mentre in questo caso è un bianco malato, perverso, portatore di violenza. I costumi bianchi, uniti all’idea di divisa, rappresentano l’asetticità e la spersonalizzazione con cui i drughi riuscivano nelle imprese più brutali.

Arancia Meccanica
La pellicola e il romanzo si aprono in un luogo molto particolare, il Korova Milk Bar. Korova in russo significa “mucca”, e in questo bar si trovano statue bianche di donne nude, che offrono latte dalle loro mammelle, come delle mucche, appunto. Il latte che si beve nel bar è modificato: è il latte+. La bevanda contiene sostanze stupefacenti, quali: vellocet, synthemesc, drencom e anfetamine, per predisporre l’animo alla violenza, come spiega Alex stesso. Di nuovo il bianco associato al latte, la bevanda dei neonati, dell’innocenza, qui viene strumentalizzato per nascondere la malvagità, diventando una macabra bevanda per entrare in contatto con i propri istinti, con la parte più crudele di se stessi.
In legame con l’arte
«Avevo visto una mostra di scultura in cui venivano esibite delle figure femminili come fossero dei mobili. Da ciò venne l’idea delle figure femminili in vetro resina usate come tavolini nel Milk Bar».
(S. Kubrick)
La mostra di cui parla Kubrick è del 1969 ad opera dell’artista britannico Allen Jones, il quale vive e lavora a Londra. L’artista realizzò questa mostra erotica basta sulla “furniphilia”, un’attività sessuale che prevede la “trasformazione” del soggetto in un oggetto di uso comune come lampade, tavoli, appendiabiti. Kubrick chiese a Jones stesso di occuparsi della scenografia, ma questi rifiutò di collaborare gratuitamente con il regista. Kubrick decise di realizzare ugualmente un set ispirato a tali opere.

Quando Alex aggredisce la signora dei gatti, sulle pareti si notano dei nudi femminili ispirati ai quadri dell’artista pop Wesselmann, un artista americano che realizzò opere basate soprattutto sull’illusionismo del reale.
La scelta scenografica è spesso futurista, come si denota nell’uso esagerato del colore: la tuta verde e viola della signora dei gatti, lo stile della casa di Alex e dei suoi genitori e la casa dell’artista in cui avviene lo stupro non sono altro che una citazione all’artista pop Ramos. Mel Ramos, scomparso solo qualche anno fa, operò negli Stati Uniti, divenne famoso soprattutto per la sua critica al consumismo tramite l’uso del fumetto, del colore e della sperimentazione dissacrante.

Non solo pop art
Nella casa della signora con i gatti, Alex picchia la donna con una scultura fallica ispirata all’opera Princess dell’artista Brancusi. Questo fu un artista di origini rumene, che operò agli inizi del Novecento. Viaggiò in tutta Europa, soprattutto in Francia, esprimendo nelle sue opere un forte avanguardismo, dettato dai cambiamenti del nuovo secolo. La sua arte non è di facile interpretazione. Egli tentò di utilizzare delle forme stilizzate e astratte per esprimere forti messaggi di critica, lasciandosi spesso ispirare sia dal modernismo europeo sia dal folklore delle sue origini.

Brancusi realizzò Princess tra il 1915 e il 1916 per la pronipote di Bonaparte: Maria Bonaparte. Secondo l’artista, la scultura rappresenta una donna che si specchia, simbolo di vanità femminile; all’epoca dell’esposizione, l’opera generò un grande scandalo, poiché la critica mal interpretò il messaggio dell’autore. Kubrick infatti lo riprese chiaramente nella sua valenza erotica.
Infine, quando Alex è in carcere vi è una sequenza in cui i carcerati camminano in tondo. È una messa in scena de La ronda dei carcerati di Van Gogh, realizzato mentre era in manicomio e a sua volta ispirato all’incisione di Gustave Doré. Van Gogh dipinse il quadro nel 1890 durante uno dei suoi momenti di depressione più forti, poco lontano dal suo futuro suicidio, avvenuto lo stesso anno.

L’importanza del libero arbitrio dalle origini…
Essendo la tematica umana, troppo umana, per eccellenza, lo studio della libertà fu toccato da moltissimi filosofi, ognuno con la propria storica e personale interpretazione. Tuttavia, visto che è un tema che accomuna il greco più antico e l’occidentale più contemporaneo, non è possibile compiere una disamina esaustiva, e dunque verrà tracciato il percorso solo di alcuni tra i numerosissimi autori che si sono occupati della questione.
Nell’epoca classica i greci si sono interrogati poco sul concetto di libertà propria dell’epoca moderna, nell’accezione del libero arbitrio, prediligendo una libertà politica e positiva, rispetto a quella negativa e individuale. Tuttavia, si notano dei primi accenni alla coscienza delle proprie azioni già con Socrate, per il quale nessuno sceglieva deliberatamente il male, perché sconosciuta era la sua fonte.
Con Platone si inizia a percepire concretamente la curiosità dell’uomo nell’essere artefice del proprio destino. Nel mito di Er, esposto nella Repubblica, le anime possono scegliere in cosa reincarnarsi, ed è qui che si inizia a percepire una scelta secondo giudizio; analogamente, la questione è presente anche nel mito della caverna, nel quale l’uomo si ribella alle catene spinto dalla sete di conoscenza. In entrambi i miti, dunque, emerge un uomo alla ricerca di consapevolezza.
Aristotele fa un ulteriore passo avanti, distinguendo le azioni in volontarie, compiute dal soggetto quando si conosce la situazione, e involontarie, compiute per ignoranza o costrizione. Entrambe avvengono a causa di un desiderio, che si trova innato dentro ciascuno di noi, perdendo, anche in questo caso, l’idea pura e semplice di libero arbitrio.
Con l’avvento del cristianesimo tutto cambia e il dibattito si accende. L’idea del peccato originale e di un Dio che perdona i giusti e punisce i malvagi, è infatti un’idea predominante ancora in molte società. I già citati Agostino e Pelagio fornirono le loro personali e nette idee sul libero arbitrio, riprese e dibattute nei secoli a venire. La riforma di Lutero fornisce un’ulteriore interpretazione: l’uomo è predestinato, indi per cui nulla di ciò che fa lo può distogliere dal cammino che gli è stato affidato, solo la fede è strumento di salvezza.

Sul set di Arancia Meccanica
… ai giorni nostri
L’epoca moderna si apre con Cartesio, il quale non riuscì pienamente a dividere la provvidenza del potere infinito di Dio con la libera volontà di un uomo finito. Per il filosofo, la massima espressione di libero arbitrio la si ha nel dubbio, dubitando ci si riconosce come soggetti pensanti, dubitando e cercando la verità si può essere liberi.
Spinoza si distacca da tutte le teorie precedenti, rivalutando l’idea di libertà: la libertà dell’uomo esiste solo nel vivere accettando la necessità dell’ordine naturale che ha in Dio la sua causalità efficiente.
L’evoluzione di questo concetto attraversò le menti di tutta l’età moderna, divenendo parte integrante del pensiero di autori quali Hobbes, dell’empirismo inglese di Locke e Hume, o del rivoluzionario Kant.
Inoltre, secondo Schopenhauer è proprio la volontà insaziabile e infinita dell’uomo a guidarlo in ogni azione. Per questo l’uomo non è mai totalmente libero e, in un certo senso, è condannato al dolore e all’infelicità, poiché la volontà, espressione della sua massima libertà, lo inscrive in uno stato di mancanza perenne: volere infatti altro non è che desiderare sempre.
Gli studi filosofici sul concetto di libertà hanno accompagnato anche il sentiero che ha intrapreso il Novecento, mostrandosi forse nella loro più alta manifestazione. L’esistenzialista francese Jean-Paul Sartre, infatti, fonda sulle possibilità della libertà il proprio impianto filosofico, così come Martin Heidegger il cui celebre Essere e Tempo potrebbe essere interpretato come una fondamentale disamina sul concetto di libertà.
… alla pellicola
Sono molti i filosofi che hanno dato la loro interpretazione alla questione, e questa è la domanda finale di Kubrick e Burgess, e della loro opera, che ancora scandalizza.

In questo dibattito storico-filosofico inesauribile, si colloca l’opera di Kubrick. Alex è l’uomo che non può sfuggire ai propri istinti, alla sua vera natura. La cura di Ludovico, simbolo della civilizzazione a cui l’umanità è stata sottoposta nel tempo, rende l’anima vuota e il suo corpo un involucro senza vita. La violenza, gli istinti, le perversioni sono componenti dell’umanità nel toto della sua complessità; eliminare la volontà e il libero arbitrio equivale a eliminare l’anima selvaggia e il vero io primordiale. L’uomo deve essere libero di scegliere tra bene e male, e bisogna tener conto che può accadere che scelga il male, poiché nessuno è esulato da questa scelta quotidiana.
«La storia funziona, ovviamente, su vari livelli, politico, sociologico, filosofico e, più importante di tutti, su una sorta di livello psico-simbolico simile a quello dei sogni. […]
A questo livello, Alex simbolizza l’uomo nel suo stato naturale, lo stato in cui sarebbe se la società non gli avesse imposto i suoi processi civilizzanti.
Quello a cui rispondiamo in modo inconscio è il senso di libertà di Alex, che gli permette di uccidere e stuprare senza sentirsi in colpa, che è in parallelo la nostra condizione naturale selvaggia. È in questo lampo di consapevolezza sulla vera natura dell’uomo che risiede il potere di questa storia».
(S. Kubrick)




