A proposito della pulsione di morte in Toro Scatenato
Nel circolo psicoanalitico tante e molteplici facce hanno assunto le teorizzazioni riguardanti la pulsione di vita, Eros, e quella di morte, Thanatos.
Molto dipende, nel concettualizzarle, da quale prospettiva ci si pone, ma teniamo qui ferma soltanto l’idea freudiana per cui con Eros si intende tutto ciò che tende alla generatività, alla vita, e con Thanatos tutto ciò che va verso la distruzione, la morte. Volendo semplificare, si tratta, in fin dei conti, della nota polarità Amore-Odio.

Sigmund Freud
Questa distinzione minima la tenga a mente anche il lettore poco aduso al linguaggio psicoanalitico, perché prenderemo questo aspetto della teorizzazione freudiana per quello che è: una visione deterministica dell’essere umano per cui c’è qualcosa, in lui, che tende a Eros e qualcosa che lo spinge invece a Thanatos, dunque qualcosa che tende alla vita e qualcosa che tende alla morte.
Può essere un dire apodittico, ma è quanto l’indagine psicoanalitica – da Freud in poi – ha scoperto come tangibile in ogni soggetto umano, al di là del dirne o meno. In ogni gesto umano, in ogni azione umana, finanche nei suoi pensieri, si muovono pulsione di vita e pulsione di morte, attraverso quello che lo stesso Freud definiva impasto pulsionale.

Locandina di “Toro Scatenato” (1981)
Vorrei però prendere, per analizzare le cose da questo punto di vista, un film di Martin Scorsese noto ai più con il titolo di Toro Scatenato (Raging Bulls, 1981).
È utile, in vista dei nostri fini, prendere un pezzo minimo della storia, magistralmente cinematografata da Scorsese, e cioè la paranoia di Jack La Motta. Pezzo minimo solo relativamente, in quanto gran parte della riproduzione cinematografica della sua vita gira proprio attorno a questo. Si estrapolerà dunque dalla narrazione solo questo aspetto psicologico per farsi un’idea di come nell’essere umano, a volte, le pulsioni di Eros e Thanatos, che dovrebbero produrre l’impasto pulsionale, non si amalgamino sufficientemente, producendo, così, un dis-impasto pulsionale.
La patologia mentale, se di qualcosa del genere si può effettivamente parlare, lo dimostra sempre. Il sintomo psichico è un punto d’emergenza del soggetto che richiede un’analisi attenta proprio perché le sue dinamiche sono complesse, e di questa complessità possiamo ora prendere la parte più insegnante analizzando la vita del protagonista del film in questione.
Jack La Motta è un uomo che sta avendo successo nel mondo del pugilato, ma tutto sembra precipitare attorno a lui quando non riesce a gestire le sue relazioni. È una tigre sul ring, una tigre nella vita. Solo che la vita non è (solo) un ring, e qualcosa gli sfugge senza avere la possibilità di essere gestita.
La paranoia di Jack, che lo porta a diffidare di tutti, persino delle persone a lui più care, è quell’elemento che può farci vedere bene la supremazia che, nella sua esistenza, la pulsione di morte intrattiene su quella di vita. Difatti c’è qualcosa, in lui, che spinge per distruggere l’altro.
La paranoia di Jack La Motta è emblematica di una categoria psicologica che cerca, attraverso il suo perpetrarsi, di disarmare l’altro e ciò che dell’altro non è controllabile e, per questa ragione, potenzialmente dannoso.
La paranoia – si dice in ambito psicoanalitico – è il tentativo di comprendere il desiderio dell’Altro, è un modo per interpretarlo.

In foto il vero Jack La Motta
Quando Jack La Motta pensa che il fratello Joey vada a letto con la moglie Vicky, di cui è sempre stato paranoicamente geloso, la sua vita inizia a incrinarsi e a precipitare nella solitudine. Da lì avrà il via la parabola discendente della sua carriera e della sua vita affettiva e sentimentale. Il fratello e la moglie presto lo abbandoneranno, estenuati dalla sua martellante diffidenza nei loro confronti. Jack continuerà a gestire il night club che nel frattempo ha comprato e, alla fine, andrà in prigione per accusa di sfruttamento della prostituzione.
Quello che è interessante osservare è che, mentre sul ring Jack La Motta non ha paura di nessuno, fuori da lì è costantemente preoccupato che le persone lo feriscano. Questo ci porterebbe a concludere che l’altra faccia della paranoia sia una pervasiva sensazione di vulnerabilità, ma scivoleremmo qui in un altro campo.
Restiamo sul cinema e diciamo pure che il personaggio di Jack La Motta è incarnazione di un mondo paranoico in cui l’altro è sempre potenziale aggressore, in ogni caso portatore di una cattiva volontà che può ferirlo; persino chi gli è più vicino, come la moglie o il fratello, possono ferirlo. È costantemente sul chi va là, è costantemente perseguitato dalla possibilità che qualcuno, in fondo, lo voglia prendere in giro e che di questo possa godere.
La posizione di Jack – e della paranoia in generale – permette di cogliere che, dalla posizione di perseguitato nella quale vorrebbe situarsi, ci sia in realtà da intravedere la sua stessa posizione di persecutore. È lui, in fondo, che martorizza l’altro con la sua diffidenza.

Jack La Motta in “Toro Scatenato”
Vi starete chiedendo che c’entra tutto questo con Eros e Thanatos. Beh, guardiamo da vicino qual è l’esito della paranoia nella vita di Jack La Motta: un senso di incipiente solitudine, susseguente alla distruzione progressiva dei suoi legami.
Ebbene, proprio questo dovrebbe farci comprendere come, a una vita ricca di ogni cosa, Jack La Motta contrapponga la sua paranoia come risposta: un po’ come se avesse paura che quella interezza virile nella quale si identifica, quell’essere tutto d’un pezzo per il quale vuole passare, gli potesse essere sottratta da sotto al naso in ogni momento.
Così la pulsione di morte, non riconosciuta da lui, prende piede e fa in modo che proprio ciò che di più caro ha venga distrutto dalla sua aggressività. Un’aggressività distruttiva, la sua, che è esito nefasto di un’incapacità di amalgamare Eros e Thanatos.
Da qui l’odio, espressione di Thanatos, è il massimo veicolo del rifiuto di ciò che non permette a Jack di riconoscersi narcisisticamente in un’immagine ideale, senza falle, perfetta e sempre vincente.
Piano piano Eros, l’amore, è messo da parte: la generatività del suo talento, della sua forza, di quella forza che l’ha portato a essere campione di pugilato, viene soggiogata dalla cieca rabbia verso quello che dell’altro non comprende, fino al punto da diffidarne cinicamente.
Quantomeno possiamo vedere che la solitudine di Jack, a un tempo creata e rifuggita, è nelle sue mani. In quelle piccole mani che, se sul ring fanno scintille, fuori di lì fanno solo guai.
Perché un essere umano che è vincente, che ha tutto, che ha persone attorno a lui che in lui credono e che su di lui puntano, finisce con i suoi comportamenti per liberarsene? È una domanda che richiederebbe un libro intero, non un articolo, e che per questo qui ci serve solo a dimostrare quale sia la forza dell’inconscio: qualcosa che all’essere umano sfugge, qualcosa che non è da lui controllabile.
La pulsione di morte, silenziosa e coattiva, rientra tra queste.
Quindi, a concludere, si potrebbe vedere la paranoia non solo come tentativo di interpretare il godimento dell’altro, come espressione di una vulnerabilità pervasiva, modo di difendersi dalle minacce del mondo, costante messa tra parentesi della serenità, visione distorta di sé stessi e dell’altro.
Con Toro Scatenato vediamo la paranoia essere prevaricazione della pulsione di morte su quella di vita, campo in cui si sgombera la fiducia riservata all’altro, e, dimenticandosi dell’amore, si lascia parlare il proprio odio affinché quest’ultimo distrugga – inevitabilmente.




