Il cinema di Terrence Malick è interamente permeato di una tensione verticale, come la guglia di una cattedrale gotica la cui pietra tenta di farsi leggera grazie alla forma, e di elevarsi verso Dio. L’inesausta tensione del regista è volta ad esplorare il Mistero che precede e sostiene l’uomo, nel tentativo di conoscere la misura delle fondamenta del Cielo e della Terra.
Un dei punti più alti della sua cinematografia è senza dubbio La Sottile Linea Rossa (1998). Tutto il film – tutti i suoi film, potremmo dire – dialoga con Dio, cerca di interrogarlo e comprendere le sue ragioni, perfettamente consapevole di non potervi mai riuscire.
La Sottile Linea Rossa non è un film sulla guerra intesa come lotta fra due eserciti, ma sulla guerra che questo stesso mondo è. Una Teodicea cinematografica la cui domanda fondamentale è il perché dell’esistenza del male.
Come fa a nascere il buio dalla luce, la guerra dall’amore?
Il percorso del soldato semplice Witt attraverso l’inferno della guerra è un viaggio interiore – ancora una volta, inesprimibile senza la mediazione di simboli ed immagini – attraverso un mondo corrotto dal peccato originale, che ne ha pervertito la purezza; un mondo in cui gli uomini un tempo fratelli sono condannati a combattersi per prevalere l’uno sull’altro, in cui la vita dell’uno riposa sulla morte dell’altro. Il villaggio polinesiano in cui Witt si trova all’inizio del film è il paradiso presto perduto, l’unità con la natura che viene spezzata dall’uomo e che deve essere riconquistata solo al termine di un lungo e faticoso percorso.
Non è un caso che la prima immagine del film sia quella di un alligatore, animale predatore per eccellenza, che si immerge nell’acqua torbida di una palude; mentre l’ultima è uno specchio di acqua limpida, purificata, da cui nasce un germoglio.
Il primo essere umano a comparire sullo schermo è un bambino che distrugge una vongola per cibarsene. Anche l’innocenza dei bambini fa parte di questo rutilante ciclo, dove la morte serve ad affermare la vita.
Crescendo gli uomini divengono così assuefatti a questa legge di natura, che diventano incapaci di scorgere altro, il soffio di trascendenza che in essa pure si nasconde. Per il sergente Welsh, il cui cuore si è indurito percorrendo la via della Natura – per usare una espressione mutuata da The Tree of Life – Witt rimarrà sempre un mistero insolubile. Il sergente non capisce come il soldato possa ancora credere in “quella bellissima luce”, di cui tutti portiamo in noi una scintilla, ma che presto oscuriamo e dimentichiamo.

Il Colonnello Tall è un altro personaggio che rappresenta l’uomo prigioniero di se stesso, che pur di gratificare se stesso con gradi e onorificenze mette a repentaglio la salute dei suoi uomini. Tutta la sua vita consiste nell’arrivare in cima a quella collina per primo, come se quell’impresa potesse riscattare tutti i suoi fallimenti.
Ma è solo un grande sasso.
Quando il colonnello Tall, che dal sicuro del suo campo osserva l’attacco dei suoi uomini, si lascia scappare un osservazione di meraviglia per lo spettacolo sublime e terribile a cui sta assistendo, viene richiamato alla memoria il Linceo del Faust di Goethe, che, dall’alto della torre di cui è vedetta, descrivendo l’orribile incendio della capanna di Filemone e Bauci lo definisce “eppur tanto bello”.

La meraviglia che nasce dal contrasto è quella che si prova verso una natura bella in tutte le sue manifestazioni, ma indifferente al bene e al male. Sono gli uomini a distinguere bene e male; mentre ogni cosa, nell’innocenza del suo esistere, testimonia solamente la vita che eternamente si afferma.
Eppure le immagini della guerra nella loro cruda violenza non lasciano spazio alla retorica. Non c’è eroismo omerico in questi uomini macellati dal fuoco della mitragliatrice. Solo l’alba “dalle dita rosee” è poetica, come è sempre stata.
C’è però il richiamo costante, quasi ossessivo in tutta la pellicola, all’immagine della luce che filtra attraverso le foglie degli alberi.

E’ presente nella prima sequenza, assecondando la voce narrante che racconta le difficoltà della luce imprigionata nella materia di risplendere, del bene di farsi strada attraverso il male. Poi ritorna ripetutamente nell’assalto alla collina.
Durante l’evacuazione del campo giapponese è usata con significato opposto: vediamo le foglie che coprono i bunker e sentiamo i proiettili sparati nelle buche che sentenziano i giapponesi nascosti lì dentro.
Infine tornano ancora una volta dopo la morte di Witt: accettando serenamente la morte, il soldato supera la paura e si ricongiunge con una unità più alta.
L’immagine ritorna quindi più volte, sempre con significato diverso. Questo significa essere un simbolo. Questo significa fare cinema.
Essere condannati a vagare attraverso l’Inferno significa cercare disperatamente un senso che sfugge. La grande, inconfessabile paura di tutti i soldati non è quella di morire, quanto quella di morire invano. Che la loro vita non abbia avuto alcun senso.

Per questo è importante trovare una risposta alla domanda che il film pone. Questo male che affrontiamo ha una funzione, nasce dal bene ed opera per lui in un qualche modo a noi incomprensibile, o è qualcosa a lui estraneo, che ha contaminato il mondo come una malattia che lentamente lo divora?
“Questa rovina, aiuta il sole a splendere o l’erba a crescere? Oppure l’Ombra oscura anche Te?”
Che espressione ha quel Dio che si nasconde sotto tutte le sue forme? E’ un unico volto quello che si cela dietro la vita e la morte ed il loro avvicendarsi?
“Un uomo guarda un uccello morente, e pensa che vita non sia altro che dolore senza risposta. Ma è la morte ad avere l’ultima parola, e ride di lui. Un altro uomo vede lo stesso uccello, e sente la Gloria. Sente nascere la gioia eterna dentro di sé.”
In questa frase è contenuta l’essenza del percorso spirituale che il film vuole aiutarci a percorrere: dalla dualità all’unità. Dalla discordia all’armonia.
Alla fine del percorso, diverrà chiaro che la dualità, la guerra, la sofferenza non sono che una illusione; si comprenderà che buio e luce, guerra e amore, sono due espressioni di un unico volto.
Perché al di là di ogni apparenza, tutto risplende della stessa luce.

Eppure vale la pena ricordare le parole che l’uomo morto dice a Witt:
“ le tue sofferenze non saranno minori perché amavi il Bene, la Verità.”
Tendere alla luce non ci può proteggere da quell’oscurità che siamo comunque costretti a percorrere se vogliamo raggiungerla.




