Paterson – O preferiresti forse essere un pesce?

Francesco Saturno

Agosto 6, 2021

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 «La celebrazione della personalità autonoma, dell’umanesimo, dell’amore tragico e romantico appare come l’ideale di uno stadio di sviluppo ancora arretrato».

(Herbert Marcuse, “L’uomo a una dimensione”)

Paterson (2016, regia di Jim Jarmusch) è una pellicola che vale ampiamente le due ore che la compongono. Questo inciso di Marcuse è un monito a ricordarci qualcosa di molto vero al giorno d’oggi, e che è, al tempo stesso, confutato altrettanto bene dal film in oggetto.

Sì, perché che oggi, sempre di più, come cita un famoso motto latino – carmina non dant panem – penso sia scontato anche solo pensarlo. Forse meno banale è, però, fare quell’operazione, che tanto semplice non è, cui invogliava Italo Calvino: ritrovare, in questo inferno che è già qui, ciò che inferno non è, e farlo durare. Il che, fondendo il tutto, può significare dare il suo valore alla poesia anche laddove questa non dia strettamente da mangiare.

Paterson alla guida del suo autobus

Ora, cercando di inquadrare il contesto e colorare un senso, con questo film ci troviamo in una cittadina del New Jersey, Paterson appunto, mentre osserviamo la vita di un comune autista di autobus (anche lui di nome Paterson) proseguire indisturbata, nella tranquilla e sommessa routine quotidiana che scandisce i giorni, i momenti, gli attimi – sempre uguali, sempre gli stessi.

La settimana di Paterson, a cui Jim Jarmusch ci permette di assistere, è un succedersi di momenti e gesti prevalentemente stereotipati, come quelli di molte persone, e mostra la quotidianità più ordinaria che possiamo immaginarci.

Si alza a un orario molto mattiniero, bacia sua moglie che dorme ancora, fa colazione, fa la sua passeggiata per andare a lavoro, sale sul suo autobus, aspetta che il collega lo venga a trovare per scambiarci due parole e poi parte. Inizia la giornata di lavoro. Sull’autobus ascolta qualche dialogo fra i passeggeri, tende l’orecchio ai loro discorsi, a volte invece dimentica di farlo. Fa i suoi giri, li conclude, riporta il suo autobus allo stazionamento. Torna a casa. La moglie lo riceve, chiacchierano un po’, poi cenano, lui mette il guinzaglio al loro cane e lo porta a fare una passeggiata. Va a prendere una birra nel locale di un amico, una chiacchiera al bar lì con qualcuno e poi a casa. A dormire.

Ecco. È questa la vita di Paterson. Una vita ordinaria, da giovane trentenne sposato senza (ancora) figli, che lavora mentre la moglie sta a casa, e fa questo – sempre, tutti i giorni, per sempre, forse.

Insomma, cosa c’è di speciale in una vita tanto ordinaria? Non so bene dire cosa ognuno, nella sua vita ordinaria, ci possa trovare di speciale e straordinario, o invece cosa non ci possa trovare di tale, perché queste sono cose che di solito non si dicono, che ognuno sa per sé, che non le si va a dire in giro, che si riconoscono al massimo solo davanti a uno specchio. Noi, perlomeno qui, abbiamo la fortuna di vedere che cosa rende speciale la vita per Paterson: la poesia. Ma non la poesia che ci hanno insegnato a scuola, quella imparata a memoria, nascondendola alla pancia e al cuore. No, è quella che gratta dentro, fatta di vita, di sguardi, di capacità di empatizzare con quella dimensione sottilissima che abita le fessure dell’esistenza e che si chiama candore. Sì, candore. Perché, in fondo, tutto il film è ammantato da questa sorta di candore, da questa pace, da questa tranquillità, da questo sentimento di abitare un luogo e di ritrovarcisi, pure nella sua completa assenza di dinamicità, pur nella sua completa – a volte – asetticità.

Le poesie di Paterson, lui, le scrive su un taccuino che tiene per sé: scrive di mattina, prima di partire con l’autobus, o al ritorno da lavoro, magari fermo su una panchina davanti a un ruscello, e ciò che rende speciale la vita di questo autista d’autobus è proprio questa capacità di vedere la bellezza, la poesia – diciamo pure l’intensità della vita – nelle cose più semplici e banali.

Come possono essere le parole delle persone sul suo autobus, o il sorriso di sua moglie quando lui ritorna da lavoro, o ancora una passeggiata o il weekend di pausa dal lavoro, in cui si mette nel suo studio sotterraneo a rileggere le sue cose, a immergersi nella lettura o a godersi la casa.

Tipo solitario, Paterson, ma che mai sembra solo nel film, anche se c’è unicamente questa moglie piena di vita che cerca di invogliarlo, dirgli qualcosa come «guarda che tu con queste poesie devi farci qualcosa, non sono tue, puoi donarle al mondo» e lui invece «no, ma non me la sento, sai». E il gioco dell’amore è tutto lì, in questo chiedere e non dare, o in questo dare senza che nessuno abbia mai chiesto nulla, o ancora in questo credere che nell’altro ci sia quello che si non riesce a vedere di sé.

E anche la poesia è amore, può esserlo, nei confronti della vita, della semplicità, di tutto.

Paterson e sua moglie

Una sera, poi, per concludere la trama, il loro cane divora il taccuino di Paterson mentre lui e la moglie sono via, al cinema.

È triste tutto ciò, Paterson ci rimane francamente male, respingendo in modo molto delicato le attenzioni della moglie che vorrebbe cantargli una canzone ora che ha imparato a suonare la chitarra (scena comica, va detto). Paterson dice che si va a fare due passi, che in fondo quelle poesie erano solo parole, che non fa niente, che questa tristezza passerà.

Nella sua passeggiata si ferma sulla sua solita panchina e incontra, proprio nel punto in cui spesso si è messo a scrivere delle poesie per sua moglie o per i suoi fiammiferi preferiti (Paterson è un poeta della materialità, non gli interessano rime né versi, gli interessa entrare nello spirito degli elementi), un uomo giapponese che è venuto lì, a Paterson, New Jersey, perché era il luogo di nascita del poeta William Carlos Williams e voleva conoscerlo.

I due parlano un po’, di poesia, di persone che facevano altro nella vita e però erano poetiche e poi il giapponese, che si dichiara a sua volta poeta, decide di lasciargli una cosa, un nuovo taccuino. «Una pagina bianca è piena di possibilità» dice, che è una cosa che non vale solo nella scrittura, ragazzi, ma anche nella vita, perché l’esistenza è fondamentalmente piena di pagine bianche che bisogna imparare ogni volta a riempire.

E allora tutta questa storia del film, di Paterson che conduce una vita normale, dell’amore per sua moglie, tutta questa storia delle poesie, di ciò che muore e rinasce, di lui che è uno che ha compreso il suo senso della vita, pur potendo sembrare agli occhi del mondo un romantico in uno stadio di sviluppo arretrato (non ha nemmeno un cellulare), fa pensare che poi è proprio vera quella cosa che ci ripetono da sempre, e cioè che la bellezza risiede nelle piccole cose – bisogna solo imparare a saperla vedere.

paterson

Paterson al parco, dopo aver ricevuto un taccuino nuovo dal poeta giapponese

Come il flâneur di Baudelaire, Paterson non si è perso nella profanazione delle due dimensioni che abitano l’uomo, quelle commentate da Marcuse. Le abita entrambe. Abita il suo luogo e questo altrove indicibile, ma presente, che sostanzia la poesia e gli oggetti del mondo.

«ll flâneur ha ancora aura (…). Vive in lui ancora, mescolato alla novitas dello choc metropolitano, il ricordo del passato rivoluzionario, delle rivoluzioni che si immaginavano prodotto della libera soggettività. Pretende ancora di essere autore e protagonista del suo errare; disdegna i “mezzi pubblici”. Vede la fugacità della cosa-merce, il suo eterno andare e venire come dal nulla, ma crede di avere ancora il tempo per esserne curioso – e cioè, in qualche modo, per averne cura».

(Massimo Cacciari, Prefazione a “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”)

Anche la poesia si annida nelle piccole cose e bisogna scovarla, ogni giorno, nei gesti sempre uguali, ripetuti o scontati, nei lavori in cui meno le persone pensano possa esservi: se si è poeti, dentro, non per forza fuori, be’ la poesia la si può ritrovare anche lì.

Però, per trovarla, bisogna saper rispondere alla domanda che alla fine del film Paterson invoca, ricordando una frase di una vecchia poesia che da piccolo gli raccontava il nonno:

«(…) O preferiresti forse essere un pesce?».

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Autore

  • Francesco Saturno

    Napoletano, psicologo e psicoterapeuta in formazione psicoanalitica, ventinovenne.

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