Spielberg contro Malick – Salvate il soldato Ryan e La sottile linea rossa
Essere imparziale non è facile e non è il mio forte, però ci proverò perché ne vale la pena.
Terence Malick è un regista enigmatico, in quarant’anni di carriera ha diretto solo sette film, colpa del suo perfezionismo quasi maniacale che lo accumuna a quella stretta cerchia di perfezionisti della macchina da presa che hanno rivoluzionato quest’arte così complicata.
La guerra è un ottimo campo per sperimentare, i migliori registi si sono confrontati con questo argomento affrontando sempre diverse tematiche, analizzando la psiche umana nell’ambiente in cui è messa più a dura prova.
Non è un caso che i migliori quattro film di guerra della storia del cinema appartengano a probabilmente quattro dei migliori registi della storia del cinema, in ordine cronologico abbiamo: Apocalypse now (1979), diretto da Francis Ford Coppola; Full Metal Jacket (1987), diretto da Stanley Kubrick; La sottile linea rossa (1998), diretto da Terence Malick; Salvate il soldato Ryan (1998), diretto da Steven Spielberg.

Senza addentrarci troppo perché si potrebbe scrivere un trattato sui primi due, ci limitiamo a classificarli come analisi della psiche umana nell’atrocità della guerra.
Nel primo con la rappresentazione della follia, dell’esistenzialismo dell’orrore e del dilemma morale della morte; nel secondo con la rappresentazione e l’alienazione del soldato e del sistema esercito (il credo del fuciliere, per fare un esempio). Sugli ultimi due invece ho deciso di dilungarmi perché sono molte le analogie, oltre all’anno di produzione e alla guerra trattata.
Infatti Apocalypse now e FMJ sono ambientate in Vietnam, Malick e Spielberg scelgono, invece, la Seconda Guerra Mondiale, ma in modo completamente diverso; se Ryan è in Normandia, il soldato Witt è su un isola sperduta in Giappone. La guerra è la stessa, ma è mondiale e riguarda tutti i popoli.
Quando venne annunciato La sottile linea rossa, moltissimi attori si candidarono per un ruolo, anche gratuitamente. Parliamo del terzo film di Malick, per trovare il precedente dobbiamo risalire al lontano 1978. Se lo guardaste oggi trovereste un incredibile Jim Caviezel, Sean Penn, Adrien Brody, Jared Leto, Woody Harrelson, George Cloooney e Jhon Travolta e c’è di più: la versione iniziale durava sei ore e Malick fu costretto e tre ore di tagli e così addio a Mickey Rourke, Viggo Mortensen, Gary Oldman e Martin Sheen.
Inoltre Brody, il quale aveva girato praticamente da co-protagonista, fu informato il giorno della prima che la sua parte fosse stata tagliata e ridimensionata. Per il ruolo di Caviezel era stato scelto Edward Norton il quale dovette rifiutare a causa di un lutto familiare e, coincidenza, contattarono lo stesso Norton per il ruolo di Matt Damon, niente meno che il soldato Ryan, ma rifiutò anche quello per lo stesso motivo.
I fattori dell’equazione sono gli stessi, un grande cast che affronta uno dei più grandi mali che l’uomo è riuscito a inventare: a guerra.
È nell’utilizzo di tali fattori che si crea il divario che c’è tra Witt e Ryan: in Malick la guerra è una cornice in cui i personaggi cercano a loro modo di sopravvivere, al centro dell’opera c’è l’uomo. In Spielberg, invece, la guerra è la protagonista e i personaggi cercano di trovare il loro posto al suo interno.

La differenza tra Spielberg e Malick è tangibile. Si tratta della differenza tra due modi di fare cinema.
La sottile linea rossa ci parla per immagini, in un ordine temporale non consequenziale, ma legato alle sensazioni dei personaggi e ai loro pensieri. Caratteristica tipica del lavoro di Malick sono i monologhi dei protagonisti, curati in ogni minimo dettaglio come, d’altronde, ogni inquadratura. Spielberg utilizza più dialoghi e meno i monologhi, perdendo l’analisi del profondo Io dei personaggi.
La principale differenza tra i due è però così grande che per vederla e comprenderla a pieno bisogna allontanarsi.
Spielberg usa un tempo e un luogo ben precisi, parla di una guerra, fa un film di guerra; Malick non produce un film di guerra in senso classico, l’anno non è il 1942, ma l’anno zero. La sottile linea è quella tra il razionale sergente Welsh e il mistico soldato Witt in uno scontro tra il mondo reale fatto da guerra e morte, e quello della pace del vivere con la natura, come fratelli, figli di un solo Dio.
«Questo grande male, da dove viene? Come ha fatto a contaminare il mondo? Da quale seme, da quale radice si è sviluppato? Chi è l’artefice di tutto questo, chi ci sta uccidendo, chi ci sta derubando della vita e della luce prendendosi beffa di noi, mostrandoci quello che avremmo potuto conoscere? La nostra rovina è di sollievo alla terra? Aiuta l’erba a crescere, il sole a splendere? Questa ombra oscura anche te? Tu hai mai attraversato questo buio?».
(La sottile linea rossa)
Salvate il soldato Ryan è un film che vuole essere una lapide volta a commemorare gli uomini decaduti per proteggerci, La sottile linea rossa si interroga sul perché.




