T2 Trainspotting, conosciuto anche come Trainspotting 2, è un film di Danny Boyle.

Ci sono quei film unici, irripetibili.
Ci sono quei film che raccontano una generazione, i suoi costumi, i suoi sogni e le sue debolezze. Sono quei film che si affermano come manifesti di un’epoca, di un genere, quelli che ci piace chiamare cult.
Trainspotting è stato uno dei massimi esponenti di questa tradizione cinematografica, quella fatta di droghe e mondi degradati, dove l’eccesso è la conditio sine qua non, perché cercando la libertà si trova dipendenza e cercando benessere si viene risucchiati dal limbo della tossicità.
Ma Trainspotting aveva qualcosa in più: una somma di tratti pop, di scelte registiche e narrative sui generis e un sentore comico perpetuo, tale da rimanere impresso in maniera “divertente”, nonostante non mentisse sulla chimera della tossicodipendenza.
Nessuno avrebbe mai pensato a un sequel, non perché l’idea non stuzzicasse, ma perché il film si concepiva come un ciclo concluso, con una sua storia completa, con un inizio e una fine, tra la scelta di scegliere la vita o scegliere di non sceglierla.
Vent’anni dopo, arriva, come un fulmine in una giornata d’estate, Trainspotting 2.
Il mondo si scuote, la Trainspotting mania riprende vita, tutti riaprono quei vecchi scatoloni ormai segregati in cantina.
Ecco il ritorno della banda.
Ma cosa ci aspettavamo da un tale sequel?

Beh, è difficile dirlo con precisione. Sicuramente sentirci inglobati in quell’atmosfera di tragicomica tossicità, con vicende non collocabili in uno spaziotempo ben definito, fuori dagli schemi del mondo reale, pronti a vedere i nodi venire al pettine.
La storia finiva con un’occasione, con un tradimento, una vittoria e una sconfitta. Dove saranno adesso i nostri “eroi”?
Trainspotting 2 è un meraviglioso divertissement, è una storia che si sviluppa in una perenne contaminazione di citazioni e tributi a se stessa, dove i rimandi al passato determinano i tempi del presente, perché la dipendenza è un’amica per la vita, una di quelle che non lasci mai davvero, solo per brevi pause.
La regia è assolutamente originale, un mosaico di scenari e aneddoti che rendono difficile comprendere quale parte stia realmente accadendo, perché le vicende sono filtrate dagli occhi della “non lucidità”, tra narrazioni sovrapposte e inni al fallimento sociale.
Tutto, però, forse fin troppo caotico.
Trainspotting 2 si afferma come un continuum narrativo, un sequel senza una vera e propria trama, più un inno al suo stesso mondo e ai suoi personaggi che una vera e propria storia sensata.
Se nel primo film la frammentarietà si mostrava perfettamente accostata al fine sceneggiaturale, costituendo una storia assolutamente compiuta, questo nuovo capitolo, forse, non ha realmente questa pretesa.
Sprazzi di genialità registica, ritmo incalzante e scene di grande intensità mantengono quel profilo tragicomico, esaltandolo in toni assolutamente divertenti. Tuttavia il tutto si perde in una struttura narrativa debole, ovvero in una trama, insomma, assolutamente incompleta.
Certo, i quattro ragazzetti ormai uomini ci sono mancati, eccome se ci sono mancati, e sapranno riportarci nel loro mondo, nei loro profili assolutamente improbabili, tra un Begby sempre più fuori di testa e uno Spud riscopertosi “poeta tossico” (forse il suo è lo sviluppo più bello tra i personaggi del film), capace di toccare corde di dolcezza e malinconia quanto mai determinanti nelle dinamiche della storia.
Saremo allora proiettati nel favoloso mondo del fallimento umano, senza però realmente guardare un’opera compiuta, solo un puzzle non finito, con tasselli scollegati, ma, paradossalmente, brillanti.
Tutto molto divertente insomma, ma senza grandi risultati concreti. Trainspotting 2 merita una visione, questo sicuramente, ma con occhi che non abbiano pretese paragonabili al primo. Devono essere occhi vogliosi di riassaporare quell’universo, un po’ malinconici. Quella che vedranno sarà una sorta di raccolta di racconti, che, alla fine, non ci dirà niente di nuovo, ma ci ricorderà una morale eterna, non importa se bella o brutta.




