Le cose non dette: o della crudeltà dei sentimenti per Gabriele Muccino

Eugenio Grenna

Febbraio 4, 2026

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Le cose non dette è il film più crudele di Gabriele Muccino.

Sulla cifra autoriale e lo sguardo nuovamente centrato sugli amori folli, trascinanti, rovinosi e viscerali che da sempre contraddistinguono il suo cinema si è già scritto molto. Meno, invece, sulla crudeltà elegantemente celata da alcuni suoi personaggi. Crudeltà del tutto umana, sia chiaro, e nulla mai di pretestuoso o, peggio, estraneo alla vita vera. Quella oltre lo schermo, che Muccino però cattura per intero, forte d’un bagaglio pesante e ormai funzionale. Al punto tale da averlo condotto ripetutamente oltreoceano, in aperto dialogo – e forse, più tardi, perfino scontro – con lo spietato sistema industriale hollywoodiano.

Come detto, un’esperienza che permette a Muccino di intercettare non soltanto frammenti di vita, maschere e personaggi, ma fragilità e crepe spesso solo immaginate dal cinema. Qui, invece, traslate dal reale e mostrate sul grande schermo con un’intensità sempre maggiore. Un’intensità che talvolta respinge o, peggio, infastidisce. Da qui l’esasperazione, e non solo, del far cinema mucciniano. Soffermiamoci dunque sul linguaggio di Muccino, su un autore di fatto popolare che, proprio parlando a tutti, accetta lo scontro ma, ancor prima, l’incontro, il dialogo, mai banalizzato né tantomeno agevolato. Poiché è più semplice non ritrovarsi affatto nelle scomodità del racconto. Poiché giudicare senza sentirsi affatto giudicati è cosa assai più divertente, o meglio, conveniente.

Le cose non dette, lavorando abilmente sul materiale letterario preesistente di Delia Ephron, coglie fin da subito l’elemento capace di accendere la miccia emotiva non soltanto del racconto, ma anche e soprattutto dello spettatore. Colui che, avvolto dal buio della sala, sprofonda: un po’ per proteggersi, un po’ per celarsi. Di fronte a anime inevitabilmente intricate, avide di sentimento e, per questo, profondamente egocentriche e squilibrate.

Le stesse che lo spettatore percepisce come proprie. Ci appartengono e gli appartengono. Ecco perché Muccino scrive e muove così bene volti e corpi del suo cinema.

Le cose non dette, o della crudeltà dei sentimenti

Quando l’amore smette di essere innocente, o sulla ferocia dei sentimenti

Li conosce da sempre. È un rapporto d’amore? Inevitabilmente, ma, per essere tale, deve abbracciare perfino l’odio e la violenza. Da qui la cattiveria elegantemente celata. Da qui il reale, appena oltre i volti, che non sono mai maschere, semmai l’esasperazione emotiva – teatrale, provocatoria, se non addirittura farsesca, nella sua accezione più alta possibile – degli uomini, delle donne, che ben conosciamo e che vivono attorno a noi.

Sulla crudeltà, dicevamo. Ci siamo già scordati dei moti di rabbia gestiti a fatica da Carlo (Pierfrancesco Favino) in A casa tutti bene? O dell’egocentrismo profondo manifestato da personaggi secondari quali William (Bruce Greenwood di Padri e figlie), Yuri (Yan Tual di Fino alla fine) e, in un certo qual modo, perfino Linda (Thandie Newton di La ricerca della felicità)?

Eppure l’egocentrismo, o la mancata sensibilità che dir si voglia, di questi personaggi non è nulla. Soprattutto al momento del confronto con l’anima nera che appartiene a un insospettabile coprotagonista di Le cose non dette.

Al punto tale da ricordare il finale amarissimo, cupo e segnante di Sharp Objects, miniserie evento targata HBO e ideata da Gillian Flynn, il compianto Jean-Marc Vallée e Marti Noxon. Chi ben conosce romanzo e miniserie ricorderà perfettamente il malvagio che appartiene tanto alla realtà degli adulti quanto a quella dei più piccoli.

E ancora ricorderà un taglio finale di estrema precisione, violenza e sagacia. Un taglio che Muccino ha già adoperato in passato, seppur in chiave ironica (L’ultimo bacio, la corsa nel parco di Giulia/Giovanna Mezzogiorno), rivisitato qui – torniamo dunque a Le cose non dette in una direzione assai più cupa, adulta e volendo perfino maligna.

Muccino non strizza più l’occhio alla risata amara, bensì alla ferocia insita in ogni uomo e donna, grande o piccola che sia. Il male ci appartiene? È possibile. Così come è possibile che l’amore e il dialogo lo mettano a tacere, spegnendone la fiamma sempre più, fino a farla svanire.

L’anima nera, perduta e tristemente placida dei sentimenti borghesi

Ai protagonisti di Le cose non dette accade esattamente questo: svaniscono. E lo fanno tra le pagine di un libro che si sposta di appartamento in appartamento, di cuore in cuore e ancora di mano in mano, portando con sé sentimenti taciuti, istinti travolgenti, desideri repressi e sogni ad occhi aperti. Laddove le parole non possono manifestare la concretezza del cambiamento — necessario e definitivo — subentrano i desideri, talvolta innocenti, oppure feroci. Ancora, restano i silenzi, annullati dalle grida, o dall’improvvisa consapevolezza della realtà. Quella che non ha alcun bisogno d’essere annunciata. Tutt’attorno gli sguardi, quelli sì intercettati tanto da chi mente quanto da chi osserva, trascinandosi a fatica in un sentimento che forse un tempo è esistito. Ma è anche possibile che non sia esistito mai.

Se la crudeltà dunque si rivela essere un elemento del tutto nuovo – Muccino mai così definitivo, e cupo; la danza conclusiva è tanto di liberazione quanto di morte – la carnalità, invece, torna ancora una volta, qui audace più che mai, pensiamo alla doccia e al bacio rubato. Carnalità che prevedibilmente scombussola l’esistenza e il quotidiano mai totalmente rasserenato di questa borghesia ormai arresa all’infelicità o, peggio, all’accettazione placida di un ordinario destinato a farsi sempre più noioso, monocorde, sbiadito e incoerente. Nel mezzo l’esotica Tangeri, che è paradiso e gabbia al tempo stesso, proprio come l’isola di A casa tutti bene; le bugie, le illusioni e il tempo che passa tra l’inizio e la fine di un amore.

Meglio tenerselo stretto finché dura o fuggire finché si è in tempo?

Il Carlo Ristuccia di Fabrizio Bentivoglio in Ricordati di me avrebbe senz’altro una risposta. Vale lo stesso per quello di Stefano Accorsi in Le cose non dette? Le risposte non tardano a venire. Alcune, però, spettano a noi, che nel buio osserviamo protetti, mai davvero esposti. Ed è forse qui la crudeltà più grande del film: non nei personaggi, non nelle loro scelte, ma nella distanza che ci separa da loro. Le cose non dette ci permette di osservare, o meglio, spiare senza pagare il prezzo. Di riconoscerci senza assumerci la colpa. Di sentirci migliori solo perché ancora ci ritroviamo seduti.

Coppie, alla larga da Muccino? No. Andate al cinema. Non ne uscirete distrutti, bensì assolti. Ed è molto peggio.

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  • Eugenio Grenna

    "Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. "
    Martin Scorsese

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