Da Sbatti il mostro in prima pagina a Portobello – Sembra non essere più il tempo dei servi e dei padroni

Salvatore Gucciardo

26.04.2026

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Esterno giorno

Il 29 dicembre del 1972, dopo più di tre anni di ingiusta reclusione – che diventeranno diciotto di iter giudiziario fino alla completa assoluzione solo nel 1987 -, l’anarchico Pietro Valpreda, grazie a una legge che porta il suo stesso nome, ottiene la libertà provvisoria. Valpreda era accusato di aver ordito la strage di Piazza Fontana del 1969, la «madre delle stragi», insieme ad altri anarchici tra cui Pinelli che “volò giù” dal quarto piano della questura di Milano dopo un lungo interrogatorio. Subito dopo l’arresto, nel 1969, il grande giornale dei padroni, il “Corriere della sera”, scrisse: «Ballerino senza strutture, ex-rapinatore, misogino, senza ideali e senza amici, anarchico di secondo rango – Una molla, ma non sappiamo ancora quale, lo ha trasformato in un mostro». «Un mostro disumano» aggiunge La Nazione.

Il mostro, rosso, è sbattuto in prima pagina. E nel 1972 esce nelle sale italiane proprio Sbatti il mostro in prima pagina.

L'anarchico Pietro Valpreda

«Qualcuno doveva averlo calunniato, perché, senza che avesse fatto nulla di male,
una mattina Josef K. fu arrestato.»

Il processo, Franz Kafka

Interno notte

Nella notte del 4 giugno 1983 Enzo Tortora viene prelevato da casa sua dai carabinieri e tratto in arresto con l’accusa, notificata una volta raggiunto il carcere, di traffico di stupefacenti e associazione a delinquere di stampo camorristico. Si tratta della maxi-inchiesta sulla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo che portò a più di 800 arresti e al maxiprocesso durato dal 1985 al 1987.

Un’inchiesta e un processo resi possibili grazie anche alle numerose testimonianze di pentiti – uno dei primi casi di pentitismo nella storia d’Italia – come Giovanni Pandico, Pasquale Barra e Giovanni Melluso. E questa tempesta di accuse coinvolse, quasi da protagonista, anche il più celebre e amato presentatore della televisione italiana di quegli anni, generando, forse, il più grande episodio di malagiustizia della storia d’Italia.

Un caso ai limiti del grottesco, la manifestazione storicamente concreta de Il processo di Kafka. Un ennesimo mostro sbattuto in prima pagina, ma questa volta, né rosso né nero. Un mostro di “successo”, costruito a tavolino dalla stampa dell’epoca e da una magistratura che, alimentando questa mostrificazione, definirà Tortora «cinico mercante di morte».

Arresto di Enzo Tortora

Ci sono due opere, a tratti speculari, facce della stessa medaglia, che hanno al centro rispettivamente un mostro rosso da sbattere in prima pagina come Valpreda e, nel secondo caso, proprio quel mostro di successo che fu Enzo Tortora; due opere di un autore che prima ha vissuto la Storia con i pugni in tasca e poi ha cominciato a farci i conti. Sono Sbatti il mostro in prima pagina (1972) e Portobello (2026) di Marco Bellocchio. Il primo intercettava un presente incandescente ipotizzando una storia quanto mai reale e proiettandosi nella Storia; il secondo ricostruisce un evento, un fattaccio, scavando nella nostra coscienza fino a farci specchiare.

Un esterno giorno e un interno notte.

L’esterno giorno di Sbatti il mostro in prima pagina

Nel 1972 il cinema italiano doveva percepirsi come macchina mediale produttrice di coscienze, o quanto meno svelatrice di false coscienze. Ovvero, il cinema italiano impegnato nella rappresentazione della realtà politica e sociale, senza voler esser di destra o di sinistra, rosso o nero assumeva una posizione che era quella di puntare il dito verso il potere (che fosse la stampa, la polizia, la magistratura). Nutriva l’ambizione di svelare la realtà politica e sociale attraverso la finzione.

Erano anni in cui la manipolazione e l’intervento diretto sulla realtà e sulla verità, al fine di sventare a tutti i costi una rivoluzione proletaria e comunista, da parte della borghesia imprenditoriale e della DC, erano all’ordine del giorno. Il terrorismo nero, finanziato, organizzato e coperto dalla classe dirigente, si trasformava con immediata semplicità mediatica in terrorismo rosso e/o anarchico. Erano gli anni più caldi della, poi denominata, strategia della tensione.

Giangiacomo Feltrinelli “salta in aria sui tralicci dell’Enel”, “Ordine Nuovo” – gruppo terroristico di estrema destra, centrale negli snodi della strategia della tensione – compie la strage di Peteano, le Brigate Rosse commettono il primo sequestro di un industriale, e lo stesso anno La classe operaia va in paradiso di Elio Petri vince a Cannes ed escono altri due titoli fondamentali per la storia del cinema politico italiano e non solo:

Il caso Mattei di Francesco Rosi e, appunto, Sbatti il mostro in prima pagina, co-scritto da uno dei più grandi critici, e provocatori, italiani, Goffredo Fofi che lo stesso anno, nei Quaderni piacentini, scriveva «Siamo invasi da film politici», definiva Il caso Mattei un film «borghese, regressivo e imbecille» e soprannominava Risi-Age-Scarpelli-Gassman-Tognazzi-Amati, protagonisti della commedia all’italiana, «boss DC del cinema romano».

Fofi aveva anche fatto uscire nel 1971, Il cinema italiano: servi e padroni, un testo fondamentale per quegli anni e che oggi oltre a dover esser riscoperto e riadottato criticamente, ci racconta di cos’era quell’Italia attraverso una semplice quanto chiara divisione, figlia di un’idea di Storia e di un’ideologia ormai tristemente superate, ovvero: i servi e i padroni.

C’era una parte giusta e una sbagliata della storia; c’erano nemici e compagni; e Sbatti il mostro in prima pagina, co-scritto dallo stesso Fofi, lo sapeva bene.

Significato di Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio

«Vedere il giornalista come un osservatore imparziale… ebbene io le dico che questi osservatori imparziali mi fanno pena. Bisogna essere protagonisti, non osservatori. Siamo in guerra. La lotta di classe la facciamo anche noi. Non l’hanno inventata Marx ed Engels.»

(Bizanti a Roveda)

«Impossibile – grida Pinelli – un compagno non può averlo fatto e l’autore di questo misfatto tra i padroni bisogna cercar»

La ballata dell’anarchico Pinelli, canzone anarchica

«Non sono Umberto Eco e non voglio farti una lezione di semantica applicata» dice Bizanti – Gian Maria Volontè, direttore de “Il Giornale”, al suo redattore Roveda dopo aver letto il titolo del suo ultimo articolo. Da «Disperato gesto di un disoccupato. Si brucia vivo padre di cinque figli» il titolo diventa «Drammatico suicidio di un immigrato rimasto senza lavoro.». Un tremendo fatto sbattuto in faccia al lettore per smuoverlo, scuoterlo, «renderlo nevrotico» dice Bizanti a Roveda, si trasforma in una notizia essenziale, scarna, che pare dire tutto in poche parole. E il lettore è tranquillo, può scegliere se leggere o meno la notizia, se starci male o passare avanti.

Parrebbe un titolo che non prende posizione, che si limita a informare e basta. Ma Bizanti e il suo “Il Giornale” non vogliono informare e basta. Bizanti e il suo “Il Giornale” sanno da che parte stare, conoscono Eco e la semiotica, e soprattutto sono profondamente consapevoli che l’informazione più efficace costruisce il fatto, non lo illumina.

Che l’informazione è sempre posizionata, pagata e filtrata, e che allora, specie nel 1972, l’informazione doveva fare gli interessi dei padroni che la pagavano e permettevano.

Sbatti il mostro in prima pagina fu un attacco alla stampa dell’epoca – specie al “Corriere della sera” – e a quel sistema di potere democristiano che, però, riecheggia anche oggi che l’informazione cambia i suoi connotati e meccanismi, ma rimane sempre posizionata. Quella fu la potenza universale del cinema politico italiano: la capacità di svelare il reale attraverso la finzione e non tentando a tutti costi di ricostruire i fatti, la storia.

Agire nella Storia, farne parte e non osservarla da lontano.

Significato di Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio

L’interno notte di Portobello

Sbatti il mostro in prima pagina, pur essendo un tassello fondamentale per la storia del cinema politico italiano e incastrandosi tematicamente con il cinema di Bellocchio, è il film meno bellocchiano di tutti. Il soggetto e la sceneggiatura (co-scritta con Fofi) sono di Sergio Donati che doveva curarne anche la regia, ma, per degli screzi con Volonté, molla il progetto lasciandolo nelle mani di un Bellocchio che, dopo La Cina è vicina del 1967, che gli aveva portato tanto successo quanto le aspre critiche della sinistra extraparlamentare, aveva deciso di scoprire le lotte studentesche a Torino, la militanza, insomma gli ideali rivoluzionari del ’68.

«Io mi annullai. Dissi proprio: io non voglio più essere un artista borghese».

Bellocchio in Marx può aspettare commentando il suo cambiamento politico

Però Bellocchio fa un film in cui mancano alcuni elementi tipici del suo cinema. Manca l’indagine psicanalitica, prima individuale, poi collettiva, ed infine storica che ha sempre definito il cinema di Bellocchio. Manca l’onirico, il sogno, ma manca soprattutto la ricostruzione storica di un passato che Bellocchio fa sempre echeggiare nel contemporaneo. C’è invece uno sguardo posizionato, accusatorio.

Uno sguardo filtrato da un’ideologia o comunque da una struttura necessaria per guardare la realtà, capirla e affrontarla: quella distinzione tra servi e padroni.

In Sbatti il mostro in prima pagina Bellocchio non fa i conti con la storia, come spesso farà nel suo cinema, ma guarda in faccia la Storia, quella contemporanea, la giudica, la seleziona, la analizza e poi la sbatte in faccia allo spettatore. Scompone i media, la stampa, mostrandone però i padroni e i nemici di classe, senza nominarli.

Da Sbatti il mostro in prima pagina e Portobello

«Un brindisi alla verità!»

(I giornalisti in Portobello)

Anche Portobello, 54 anni dopo, scompone i media, la stampa, ma soprattutto la televisione di una specifica epoca dell’Italia, senza mostrarne però padroni e nemici di classe, ma restituendo un amalgama di vittime e carnefici, colpevoli e innocenti che si mischiano in una nebbia morale da cui solo il martire, ed i suoi aiutanti, si salvano, ovvero Tortora.

Portobello ricostruisce la storia per farla echeggiare oggi. Non mostra il contemporaneo, ma lo svela col passato. Lo traduce attraverso la storia del caso Enzo Tortora che non parla solo di malagiustizia, magistratura, camorra, ma di un media di cui abbiamo dimenticato l’inquinante potenza ipnotica, avendolo sostituto con gli smartphone: la televisione.

Significato di Portobello di Marco Bellocchio

«Una comunicazione, per diventare esperienza culturale, richiede un atteggiamento critico, la chiara coscienza del rapporto in cui si è immessi e l’intento di fruire di tale rapporto. Questo stato d’animo si può verificare sia in una situazione pubblica (in un dibattito) sia in una situazione privata, meglio ancora di assoluta intimità (la lettura di un libro). La maggior parte delle indagini psicologiche sull’ascolto televisivo tendono invece a definirlo come un particolare tipo di ricezione nell’intimità che si differenzia dall’intimità critica del lettore per assumere l’aspetto di una resa passiva, di una forma di ipnosi».

(Apocalittici e integrati, Umberto Eco)

Una nobile famiglia, un gruppo di suore, un uomo di guardia a un museo, un gruppo di anziani in una casa di riposo e infine due carcerati, tra cui Giovanni Pandico, stanno guardando la prima puntata di Portobello, del 1977. Dopo un po’ comincia il richiamo, il momento tanto atteso di ogni puntata, l’apice dell’ipnosi collettiva. Tutti i telespettatori, insieme al pubblico dello studio, i collaboratori, gli ospiti ed Enzo Tortora stesso, cominciano a chiamare il pappagallo per fargli dire il suo nome: “Portobello…”.

«È un mercato pazzerello, dove trovi questo e quello, e c’è pure un pappagallo, con il becco giallo» cita il testo iniziale di ogni puntata. Un programma di vendite e intrattenimento con un pappagallo giallo, di nome Portobello, entra dentro le case di tutti gli italiani, senza distinzioni di classe, attraverso il magico schermo della televisione. Era uno dei primi programmi della televisione italiana che aprivano le porte a quella che Popper definirà «televisione cattiva maestra», quella televisione che instupidisce, che intrattiene per il puro gusto di intrattenere, che se ne lava le mani dei valori, i messaggi, l’educazione, perché tanto il medium è già il messaggio.

Una tv che ipnotizza.

E Portobello riuscì a ipnotizzare ben 28 milioni di spettatori.

Portobello ed Enzo Tortora

«Ma tu credi veramente di essere innocente? Quei poveri diavoli, disoccupati, precari. Dei loro problemi non te ne fregava niente, te ne fregava soltanto che fossero capaci di fare i pagliacci per il tuo pubblico. Tu sei peggio di un criminale comune, che al massimo fa una rapina in banca. Tu hai fottuto le speranze a milioni di italiani. Io ho ucciso, ma per un’idea giusta e un metodo sbagliato. Tu sei un imbroglione di massa che il solo obbiettivo di difendere il proprio successo.»

(Brigatista compagno di cella di Tortora in Portobello)

Bellocchio inserisce il caso giudiziario di Enzo Tortora dentro la cornice televisiva dell’ipnosi collettiva. Bellocchio sembra dirci che quel caso, quegli schieramenti da stadio – come li definirà Leonardo Sciascia -, tutta quella stampa che ha cominciato a costruire il caso e che brinderà infine alla “verità”, essendosi sostituita definitivamente alla magistratura, sono figli di un’ipnosi che parte da un nuovo modello di società che si stava andando delineando anche in Italia e che oggi abbiamo superato andando verso chissà quali altri lidi: la società dello spettacolo.

Tortora non è Valpreda, Pinelli, né un altro mostro rosso. È una vittima apartitica – anzi un martire come Moro per come Bellocchio costruisce la maschera Gifuni – che mostra le contraddizioni e le assurdità di un momento della Storia d’Italia, e forse del mondo, in cui le ideologie stavano crollando.

Oggi, invece, in un mondo definitivamente post-ideologico, racconta della confusione politica che viviamo quotidianamente. Quel fattaccio della storia italiana fa da specchio a una società contemporanea in cui la distinzione servo-padrone, la consapevolezza di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e le ideologie sono dissolte e travolte dallo spettacolo dell’informazione.

Tortora è il mostro del successo.

Il mostro dello spettacolo.

Da Sbatti il mostro in prima pagina e Portobello

Portobello, allora, come Esterno notte e non Sbatti il mostro in prima pagina, non dovendo prendere una posizione politica netta, può permettersi l’onirico e la psicanalisi. Può permettersi di scavare nella coscienza collettiva, facendoci specchiare, senza dover svelare quelle false coscienze che il cinema italiano degli anni ’70 tanto denunciava. Può approdare, senza grandi remore, nel paludoso campo del relativismo, trovando qualche buono e qualche cattivo qua e là.

Sembra non essere più il tempo de Il cinema italiano: servi e padroni.
Avanti il prossimo mostro da sbattere in prima pagina.
Tanto, ormai, ce n’è uno al giorno.

Leggi anche: I pugni in tasca – Genealogia del cinema di Marco Bellocchio

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