Raskol’nikov e Travis Bickle
ovvero i prodotti della citta moderna
«C’è qualcosa che mi riesce fare bene e non è fare bene
Ma fingere che vada tutto bene
Così da evitare dubbi e domande scomode
A cui io non ho voglia di rispondere»(Nessuno nasce odiando – Sayf)
«Someday a real rain will come and wash all this scum off the streets».
È da questa ossessione per la purificazione che si intaglia la personaità di Travis Bickle (Taxi Driver), che al di là di qualunque legge temporale sembra un’eco vicinissima del personaggio di Raskol’nikov (Delitto e Castigo): a legarli una realtà percepita come insopportabile, in cui emulazione e dissimulazione si fondono sino a perdere i rispettivi confini.
Tra questa rimozione disillusa scontornata dalle parole di Sayf e il bisogno di agire si muovono Travis Bickle e Raskol’nikov, prodotti di una realtà tanto piu subita quanto più inabitabile.
E quando la crisi individuale implode e si fa gesto, sovente quel gesto non è che erosiva violenza.
La Pietroburgo di Delitto e Castigo non è semplicemente povera: è umida e febbrile. Le stanze basse, anguste e cariche di odori stagnanti; una folla anonima e indifferente invade strade polverose.
Raskol’nikov si muove nell’organismo malato con una coscienza che ne riproduce e assimila la struttura: compressa, ossessiva, incapace di trovare apertura. La sua camera, claustrofobia circoscritta, diventa il prolungamento materiale del suo pensiero.
Pornografia, sporcizia, suoni petulanti dipingono invece la New York di Travis Bickle, immerso in un flusso continuo di immagini che non riesce a elaborare: taxi come punto di osservazione e insieme sua prigione mobile: uno meta-spazio sospeso, da cui guarda il mondo senza mai potervi penetrare davvero. Insegne al neon filtrate da una pioggia che sporca i vetri, strade brulicanti di corpi anonimi costruiscono un paesaggio visivo frammentato, quasi allucinatorio, che alimenta la sua ossessione per la “pulizia” e la purificazione.

In entrambi i casi, la città non è un semplice sfondo realistico: è una realtà iper-significata, che invade la soggettività e la deforma. Pietroburgo si chiude su Raskol’nikov fino a diventare un labirinto mentale, mentre New York si espande davanti a Travis come un eccesso ingestibile di stimoli.
L’uno reagisce interiorizzando, costruendo una teoria che giustifichi la propria separazione dal mondo;
L’altro reagisce esteriorizzando, trasformando il caos percepito in un progetto di intervento violento.
Nel saggio Le metropoli e la vita dello spirito, Simmel spiega che la polis moderna distorca il modo in cui le persone pensano e percepiscono. L’individuo, continuamente esposto a stimoli rapidi e intensi, per difendersi reagisce diventando più razionale e menoi capace di qualsiasi slancio oblativo.

È in questa tendenza all’annulamento della differenza qualitativa tra le cose che tutto appare livellato, privo di significato intrinseco: il fine è l’accumulo di elementi che però unitariamente non hanno valore.
Il risultato non è semplicemente isolamento sociale, ma una forma più radicale: in Delitto e castigo, Raskol’nikov, immerso in una realtà urbana oppressiva, finisce per ridurre la vita umana a mero calcolo aleatorio, arrivando a giustificare l’omicidio come un atto razionale; per sopravvivere alla complessità metropolitana, si auto-infligge alla fine la pena di non essere mai davvero in grado di penetrarla.

L’individualità è morta : giustizia personale vs morale
«Non voglio condannare i colpevoli del mondo
A fare venticinque anni di galera a testa
Preferirei una scuola dove posso imparare
Perché tutti fanno male agli altri
E ditemi cos’è successo nella testa di chi odia
Perché nessuno nasce odiando»(Nessuno nasce odiando – Sayf)
C’è un momento in cui Rodion Raskol’nikov smette di essere un individuo e diventa un’idea che si guarda vivere.
Allo stesso modo, nelle notti sporche di Taxi Driver, Travis Bicklenon attraversa la città: la sorveglia come se fosse già morto, come se la sua interiorità fosse stata svuotata e sostituita da un principio.
In entrambi i casi, ciò che si consuma non è soltanto una deriva morale o psicologica, ma qualcosa di più radicale: la progressiva dissoluzione dell’individualità sotto il peso di una legge che non è mai stata introiettata, condivisa, quindi accettata.

Non è l’anarchia a definirli, ma un eccesso di ordine: la loro coscienza si irrigidisce in un tribunale permanente, in cui ogni gesto deve giustificarsi davanti a un sovrano invisibile. La violenza che esercitano — o che desiderano esercitare — non è ribellione, ma applicazione distorta di una legge che li precede e li supera.
L’individuo, lungi dall’essere libero, si scopre già espropriato, ridotto a funzione.
Eppuro con lo sguardo di Friedrich Nietzsche (secondo cui bene e male sono costruzioni umane, che possono essere messe in discussione e superate da un individuo forte che riesca a creare i propri valori) la scena si rovescia: in entrambi gli scenari non c’è un eccesso di ordine, ma il suo collasso: da una parte Raskol’nikov tenta di oltrepassare il bene ed il male convenzionali, dall’altra Travis si propone di purificare un mondo ormai completamente liquefatto nel Male.
Entrambi si illudono di affermare una volontà singolare, ma finiscono per rivelare il vuoto che segue la morte dei valori. Non nasce il superuomo: emerge piuttosto un soggetto scisso, incapace di sostenere il peso della propria eccezionalità.
Tra Hobbes e Nietzsche, allora, si apre una tensione decisiva: l’individuo moderno non muore perché schiacciato soltanto dall’ordine, né perché liberato nel caos, ma perché non riesce più a distinguere tra le due forze.

Raskol’nikov e Travis Bickle abitano esattamente questo punto di indistinzione, dove l’io si consuma nel tentativo impossibile di essere, insieme, legge incarnata e trasgressione codificata.
Così, Hobbes e Nietzsche permettono di distinguere due livelli del problema. Hobbes mostra che, quando l’individuo si attribuisce il diritto di decidere sulla vita e sulla morte fuori dall’ordine comune, ciò che riemerge è la verità strutturale della violenza come possibilità permanente e quindi sempre latente. Travis è leggibile soprattutto da questo lato: come sintomo del fatto che l’ordine civile è sempre esposto alla propria revocabilità, sempre minacciato dal ritorno del giudizio privato armato. Nietzsche, invece, illumina il carattere più radicale del gesto di Raskol’nikov: non solo la violazione della legge, ma il tentativo di ridefinire il soggetto della legge, di produrre una differenza ontologica tra chi deve obbedire e chi può legiferare.
Proprio alla luce di Nietzsche, Raskol’nikov appare come una figura tragicamente intermedia: vuole essere fondatore, ma resta solo un plurimo debitore; verso chi lede, verso quello che vorrebbe essere ma che non può per sua stessa cognizione, verso l’oltre che vorrebbe raggiungere mentre resta imbrigliato in un improduttivo, eterno “prima”.
Siamo tutti stronzi o siamo tutti soli?
«Io t’ho visto tremare e non potevo farci niente
Pensa l’impotenza
Del mondo che mi crolla sulle spalle anche stasera
In quel respiro che mi son sognato
In quel rumore che mi batte sulla porta»(Nessuno nasce odiando – Sayf)

Se si concentra l’analisi esclusivamente sulla crudeltà, Travis Bickle e Raskol’nikov permettono di coglierne una dimensione filosofica molto più radicale di quella della morale comune. In entrambi i casi, infatti, il male non si presenta come semplice crudeltà immediata o impulso irrazionale, ma come atto fondativo, cioè come tentativo del soggetto di porsi come origine della norma.
In termini kantiani, il loro gesto può essere definito come una forma di male radicale: non perché sia particolarmente violento, ma perché implica una inversione del rapporto tra legge e volontà. Per Immanuel Kant, il male nasce quando il soggetto subordina la legge morale — che dovrebbe valere universalmente — alle proprie inclinazioni o massime particolari.
Travis e Raskol’nikov compiono esattamente questo movimento: non ignorano la norma, ma la sospendono deliberatamente, sostituendola con una giustificazione interna. Il loro atto è quindi propriamente morale nel senso più forte: non è un atto deliberato di cattiveria ma di giustizia, attraverso una scelta che ridefinisce proprio il criterio del giusto.

Tuttavia, questa lettura resta insufficiente se non viene approfondita attraverso Friedrich Nietzsche. Il problema, infatti, non è semplicemente che l’individuo violi la morale, ma che la morale stessa non possieda un fondamento assoluto. In questa prospettiva, la cattiveria di Raskol’nikov assume una forma quasi teorica: il suo delitto è un esperimento sul valore della norma, un tentativo di verificare se essa sia davvero universale o se possa essere oltrepassata da chi si ritiene “superiore”. Egli non agisce solo contro la morale, ma interroga la sua validità. Travis, invece, non problematizza la morale: la privatizza.
In Rodion Raskol’nikov e Travis Bickle non c’è soltanto una crisi del fondamento morale; c’è una povertà affettiva radicale, una difficoltà — o impossibilità — di essere riconosciuti e di riconoscere l’altro.
È da questo snodo comune che il quadro assume un senso tanto più pieno quanto interessante: la violazione della legge non è più solo un problema teorico (kantiano o nietzscheano), ma diventa il sintomo di un soggetto che non è più tenuto dentro (quindi neanche dentro i confini d’azione) da nessuna relazione significativa.
A quel punto, la cattiveria può essere letta come una forma degenerata di relazione.

Raskol’nikov uccide anche per provare qualcosa, per verificare di esistere al di là del pensiero. È significativo che il suo crollo psicologico (fatto di senso di colpa, angoscia e progressiva perdita di controllo) avvenga solo quando entra in un rapporto reale (con Sonja): come se l’etica non fosse un principio astratto, ma qualcosa che nasce solo nella relazione con l’altro.
Travis, invece, non riesce mai davvero a entrare in relazione: ogni tentativo (Betsy, Iris) è filtrato, deformato, reso astratto. La sua “missione” violenta diventa allora un modo per simulare un ruolo, per sentirsi finalmente qualcuno per un altro qualcuno, anche se in modo distorto.
Entrambi diventano spettatori o giudici, mai interlocutori.

La crudeltà non è solo riempimento di un vuoto normativo ma tentativo disperato di uscire dall’irrilevanza affettiva.
E allora forse la domanda ultima diventa ancor più cruda perché l’eco smette di giungere dall’alto:
Meglio essere violenti o violati dall’esclusione? Le due pellicole all’unisono si fondono con un’eco che finalemente non riesce più a essere ignorata:
Forse se penso all’impotenza di non poter lasciare alcuna traccia,
allora io forse incido il mondo,
anche se questo vuol dire squarciarlo;
anzi, soprattutto se questo vuol dire squarciarlo.




