Film d’amore e d’anarchia – Il fascista è un uomo performativo

Alessandro Truccolo

17.05.2026

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«Voglio ripetere il mio orrore per attentati che oltre che essere cattivi in sé sono stupidi perché nuocciono alla causa che dovrebbero servire… Ma quegli assassini sono anche dei santi e degli eroi… e saranno celebrati il giorno in cui si dimenticherà il fatto brutale per ricordare solo l’idea che li illuminò e il martirio che li rese sacri».

(Errico Malatesta)


È così, alla fine, Tunin venne ammazzato. Non come un eroe, non come un santo, ma come un cane. Come voleva lui stesso.

Tunin: «Piuttosto che vivere come un cane, meglio morire come un cane».

Sì, proprio come un cane. Uno di quei cani che nessuno vuole vedere, quelli randagi, sporchi, ossuti e con la rabbia. Quelli da cui è meglio stare alla larga.
Sì, esatto, proprio come un cane. Con un sacco sulla testa, per evitare che morda. E poi giù di randellate. Finché non ne rimane più nulla.
Sì. Proprio come un cane. A bastonate in testa. In una lurida prigione, nel sottosuolo romano. 

Ucciso come un cane dai fascisti. Anzi, non solo dai fascisti. Dallo Stato.
Dallo Stato fascista.

Eppure Tunin era già morto. Da molto tempo.

Il significato di Film d'amore e d'anarchia di Lina Wertmuller
Tunin e Salomè

Lina Wertmüller, in Film d’amore e d’anarchia – o, per i più pignoli, Film d’amore e d’anarchia – Ovvero “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…” – mette in scena dei cadaveri. Corpi consumati, stanchi, svuotati, che si limitano ad arrancare attraverso una vita che non appartiene più loro.
Tunin, interpretato da un impressionante – come sempreGiancarlo Giannini, non parla quasi mai, eppure i suoi occhi comunicano chiaramente: sono stralunati, sconvolti, distrutti.
Dal canto suo, Salomè, una magistrale – come sempreMariangela Melato, è caratterizzata da un candore cadaverico. Certo, vista la professione, cipria, trucco e tinte varie sono necessarie. Ma sotto tutta quella voluttuosa artificiosità si cela un sfinimento esistenziale profondissimo e incontrovertibile. Come se fosse consumata da un morbo orribile e incurabile.

Due personaggi distrutti, abbandonati a sé stessi, che nel loro trascinarsi si scontrano, e decidono di agire. O quanto meno provarci.
Ma cosa, o meglio chi, è responsabile di tale sfiancamento?
Chi è in grado di generare così tanto dolore? Di distruggere, completamente, l’animo umano?

Nessun grande fratello

Tunin è un giovane contadino del Polesine. Una mattina vede un gruppo di carabinieri crivellare di proiettili un vecchio anarchico, nonché il suo migliore amico.
Da lì, capisce di dover agire. Fa la valigia e si reca a Roma, con una missione ben precisa: uccidere Benito Mussolini.
Nella capitale trova l’appoggio della prostituta Salomé, anch’ella anarchica, che lo ospita nella casa chiusa dove lavora, spacciandolo per suo cugino.
Non tutto, purtroppo, andrà come previsto.

Il significato di Film d'amore e d'anarchia di Lina Wertmuller
Lo sguardo di Tunin

Definire, però, Film d’amore e d’anarchia “solamente” un drammatico racconto antifascista, sarebbe un grave errore. Wertmüller, infatti, non scinde mai l’umano dal politico. La denuncia sociale e culturale che la regista romana è stata capace di raccontare così efficacemente nell’arco della sua lunga carriera, non si limita ad una fredda disamina di fatti e azioni. Wertmüller agisce negli spazi piccoli, intimi. Mette in scena dei veri e propri kammerspiel, dove il dramma politico smette di essere evento collettivo e diventa dolore riservato. La tragedia sociale, quel mostro che altri non che è l’ideologia, invade ogni spazio e corrode ogni area personale, passando da oppressione di massa a dolore intimo, dolore del singolo.

Il trasferimento cruciale dall’Altro all’Uno: non si parla del fascismo, ma dei fascisti.

In Film d’amore e d’anarchia la dittatura non viene raccontata solo come grande macchina storica astratta. Wertmüller mostra piuttosto la brutalità semplice, miserabile e performativa dei fascisti stessi. Uomini incapaci di convivere con la delicatezza e la vulnerabilità, che trasformano ogni rapporto umano in una questione di dominio, forza e sopraffazione.

Eja eja alalà

Wertmüller è chiarissima: il fascista non fa l’amore. Il fascista scopa. Fotte. Incula.
Insomma, copula in maniera convulsa e animalesca, più per liberarsi istintivamente che per godere. Anche perché, è strutturalmente incapace di abbandonarsi all’Altro. Non rientra nei suoi compiti. Il fascista, infatti, deve: essere forte, essere risoluto, essere violento. In altre parole: deve mostrare, deve agire, deve picchiare.

Il significato di Film d'amore e d'anarchia di Lina Wertmuller
Salomè e il fascistissimo Spatoletti

Non esistono sentimenti, non esistono paure, non esistono ripensamenti.
L’uomo fascista è, di fatto, un uomo performativo. Un individuo costantemente esposto alla luce dei riflettori, unico protagonista del suo palcoscenico: urla, marcia, penetra, occupa, invade. E, soprattuto, non può mai vacillare. Mai.
Come tutti gli uomini perforativi, dunque, il fascista vive interamente nello sguardo dell’Altro. È succube, in tutto e per tutto, del desiderio dell’Altro: costruisce la propria identità come una performance riconoscibile.
Il fascista non è
.
Il fascista si mostra.

In virtù di quest’impossibilità ontologica di esistere al di fuori della propria virilità, ogni azione ha una valenza raddoppiata: il moto ad agire è inscindibile dal moto a mostrare.
È un connubio pensiero-azione ipercaricato, iperesposto, iperdimostrato.
Il fascista è, strutturalmente, fascistissimo

Spatoletti in piazza del Campidoglio

Nè storia, né rivoluzione

Il problema, però, è che una vita costruita interamente sulla performance finisce inevitabilmente per prosciugare tutto ciò che rende umani.
Nel mondo istericamente virile del fascismo non esiste spazio per la delicatezza, per la paura, per il dubbio, per la fragilità. Ogni rapporto civile viene ridotto a una questione di forza, possesso e sopraffazione. E chiunque sia ancora capace di sentire davvero qualcosa, inevitabilmente, finisce per soffrire.

È per questo che i personaggi di Film d’amore e d’anarchia sembrano già morti.
Perché il fascismo della Wertmüller non si limita a reprimere i corpi: consuma lentamente la vitalità emotiva di chi gli vive attorno. Trasforma gli esseri umani in gusci esausti, in individui incapaci di concedersi davvero all’Altro senza percepire quella vulnerabilità come una minaccia

Per questo Tunin non è un eroe.
Perché Tunin, sicuramente antifascista, non è mica un convinto rivoluzionario, anzi!
Non riesce a sostenere davvero la rigidità dell’Idea. Nel momento stesso in cui incontra l’amore, nel momento stesso in cui comincia a desiderare qualcosa che vada oltre il martirio politico, il suo personaggio implode.

Ed ecco che Tunin trema. Tunin ama. Tunin esita.
Insomma, Tunin torna umano.

Da sinistra a destra: Salomè, Tunin e Tripolina

Il suo attentato, dunque, smette lentamente di essere un gesto eroico, trasformandosi invece nel disperato tentativo di un uomo troppo fragile per sopravvivere dentro un mondo che pretende continuamente forza, violenza e impermeabilità emotiva. È qui che Film d’amore e d’anarchia smette definitivamente di essere soltanto un racconto antifascista, diventando qualcosa di molto più doloroso: la storia di un essere umano che, nel momento stesso in cui prova finalmente ad amare, scopre di non poter più appartenere né alla Storia né alla rivoluzione.

La storia se ne frega

Uno degli aspetti più tristemente sottili della pellicola è che Lina Wertmüller non oppone mai davvero fascismo e antifascismo. Oppone, piuttosto, due modi completamente inconciliabili di stare al mondo.

Da una parte esiste la rigidità della Storia: il ruolo politico, la maschera ideologica, la necessità di incarnare qualcosa di più grande di sé stessi. Dall’altra, invece, esiste l’amore. E l’amore, inevitabilmente, incrina ogni forma di rigidità.

Tunin arriva a Roma convinto di dover morire. Ha già scritto il proprio destino. Vuole trasformarsi in simbolo, in martire, quasi in santo politico. Eppure, nel momento stesso in cui incontra Tripolina, qualcosa si spezza. O forse, più semplicemente, qualcosa torna a vivere.

Tunin: «Te sei la cosa più bella che io abbia mai avuto nella vita».

Una frase semplicissima, quasi ingenua. Eppure racchiude in sé il collasso totale dell’Idea. Perché da quell’istante Tunin smette lentamente di desiderare la morte. Comincia invece a desiderare una vita. Una stanza. Un corpo accanto al proprio. Una carezza. Una possibilità.
Ed è proprio qui che il film diventa profondamente tragico: l’amore sabota la Storia perché costringe gli esseri umani a confrontarsi con la propria vulnerabilità.

Ma Tunin non è un simbolo. Tunin, purtroppo, ama. E l’amore espone. Ammorbidisce. Fa vacillare.
Tunin vacilla. Eccome, se vacilla.

Chi ama davvero non può essere monolitico. Non può essere impermeabile. Non può trasformarsi completamente nel suo ideale.

La Storia però, quella fatta di nomi e date, non ammette sentimenti. Non ammette ripensamenti. Non ammette esseri umani. Vuole dei simboli. Che possono anche morire, perché appartengono già alla storia. Perché si sono già abbandonati all’Altro.

Il significato di Film d'amore e d'anarchia di Lina Wertmuller
Tripolina e Tunin

Se la Storia e l’ideologia pretendono uomini granitici, risoluti, incapaci di dubitare, Wertmüller mette in scena un protagonista gracile, esitante, emotivo, estremamente smarrito dentro il proprio stesso ruolo rivoluzionario. Tunin non ha nulla dell’eroe classico. Non possiede la fermezza del martire politico, né la sicurezza virile del fascista. È un uomo troppo umano, costantemente attraversato dalla paura, dal desiderio e dal bisogno disperato di essere amato.
Ed è proprio per questo che il finale risulta così insopportabile.

Canto per chi non ha fortuna

«Stamattina alle 10 in via dei Fiori, nella nota casa di tolleranza, un uomo non identificato, in preda ad improvvisa crisi di follia, sparava ad una pattuglia di carabinieri accorsi al loro dovere. Arrestato, lo sconosciuto si toglieva la vita colpendo violentemente la testa contro il muro della cella».

Tunin muore, ammazzato dai fascisti, e quindi dallo Stato, proprio nel momento in cui aveva trovato il suo posto nel mondo.
Non più soldato ideologico, non più aspirante attentatore, non più futuro martire.
Semplicemente, uomo che ama.
E che fugge dalla performatività dell’ideologia e dalla fermezza della Storia.

Ma come può, il monolitico fascismo, permettere che un essere vulnerabile la faccia franca?
Semplice, non può.

E guai a scherzare con l’ideologia, perché non conosce pietà.
Ecco dunque, che la fuga di Tunin non solo viene arrestata: viene annullata. Lo Stato si riappropria di quel corpo fuggiasco, che per un istante era riuscito ad essere vulnerabile, e lo inghiotte di nuovo. In un sol boccone.
Annienta per sempre la sua umanità, burocratizzando la sua morte: quello che doveva essere un simbolo diventa il nulla.
Un anonimo pazzo.

Che, per un attimo, era riuscito ad essere fragile.
Era riuscito ad essere umano.
Ma il fascismo, si sa, non accetta l’essere umani. 

Autore

  • Alessandro Truccolo

    Scrivo di cinema, preferibilmente quando è cupo, scomodo e inutilmente complesso. Lars von Trier come comfort zone. Il resto si discute.

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