Il Silenzio degli Innocenti – Sarte, Buffalo Bill e l’Avere Appetito dell’Altro

Antonio Lamorte

15.05.2026

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Il silenzio degli innocenti. Per una volta, forse, il titolo italiano restituisce lo stesso grado di suggestione presente nel titolo originale. The Silence of the Lambs. Il silenzio degli agnelli. Gli agnelli abitano un ricordo d’infanzia di Clarice. Un ricordo traumatico. Un gregge di agnellini, mandati al macello di notte. Gridavano mentre venivano massacrati. Queste grida nel cuore della notte accompagneranno Clarice per tutta la vita.

L’agnello è simbolo prima ancora che animale. È l’innocenza, la stessa evocata dal titolo italiano. È la vittima indifesa come lo sono le giovani donne rapite e uccise da Buffalo Bill, il quale, come per gli agnelli al macello, le scuoia. Ha bisogno della loro pelle per compiere la mutazione che sta alla base del suo desiderio.

Desiderio è una parola ambigua. Ha delle valenze negative quando lo si associa alla lussuria e alla cupidigia, così come, nel controcampo, assume delle accezioni di purezza, profondità e, talvolta, di bellezza. Quello di Buffalo Bill, nella sua feroce mostruosità, paradossalmente ha a che vedere con quest’ultima categoria del senso. Non perché sia nobile, ma perché non si esaurisce nell’impulso a possedere o distruggere.

Bill desidera diventare quell’essere che, nella sua mente malata, proietta sul corpo femminile. Un’idea di ginecomorfia tutta sua e da lui morbosamente costruita. Un significato composto unicamente dalla stessa superficie corporea che strappa alle sue vittime e che indossa, nella febbrile speranza che alla trasformazione della carne segua anche la metamorfosi di uno spirito in pena.

Il silenzio degli innocenti
Clarice interroga Hannibal Lecter su Buffalo Bill.

Com’è nato questo desiderio nella mente di Bill? Lui odia se stesso.

Tenta di farsi aiutare ricorrendo alla psicanalisi, frequentando temporaneamente il dottor Hannibal Lecter, a cui confessa di essere stato respinto dalle cliniche a cui si era rivolto per ottenere un intervento di riassegnazione di genere. I medici non lo ritenevano realmente transgender ma affetto da un profondo disturbo identitario. Decide, quindi, che per dissolvere questa sua identità infelice deve sottoporsi a un catartico processo di metamorfosi, come quello che permette alle falene di nascere dalle crisalidi.

Bill poteva scegliere altre “forme” per questa sua trasfigurazione, ma ha scelto quella femminile. Perché? Perché Bill esercita uno degli atti più radicali e meno innocenti dell’esperienza umana: lo sguardo.

Hannibal Lecter: «Il desiderio nasce da quello che osserviamo ogni giorno. Non senti degli occhi che girano intorno al tuo corpo? E i tuoi occhi non cercano fuori le cose che vuoi?»

Lo sguardo e il desiderio secondo Sartre

Di film che meditano, più o meno consapevolmente, sul concetto di sguardo ne è piena la storia del cinema. Ma allora perché Il silenzio degli innocenti ha esercitato, e continua a esercitare tutt’oggi, un fascino così ammaliante e diabolico allo stesso tempo? Potremmo azzardare a dire perché riunisce insieme le nozioni di sguardo e desiderio, e lo fa in una maniera più scabrosamente esplicita rispetto ad altri film.

Ma anche se fosse questa la causa di tanta fascinazione, perché il doppio tema di sguardo-desiderio sembra essere così ipnotico per lo spettatore?

Banalmente, lo spettatore si può definire tale solo se adopera anch’egli quella pratica imbarazzante del guardare. Guardando un film si entra, spesso totalmente indesiderati, nelle vite degli altri. Si assiste ai litigi di una coppia nel salotto di casa, all’omicidio di un malcapitato in un vicolo buio, all’amore di due persone che si consuma in una camera da letto. Lo spettatore guarda e gode di questa sua duplice natura di essere vedente ma non visibile da chi guarda.

Buffalo Bill sul pozzo in cui intrappola le sue vittime.

Ora prendiamo brevemente in analisi anche la concezione di desiderio. Tutti desideriamo. Noi carnefici e noi vittime. I macellai e gli agnelli. Meccanismo naturale per molti, quello del desiderio. Abbiamo sempre, fin dall’infanzia, anche inconsciamente, desiderato. Un oggetto, una condizione, l’Altro.

Singolarmente, dunque, i due termini hanno un’importanza enorme nelle vite di tutti. Tuttavia, ci chiediamo se basti semplicemente combinarli per ottenere un elemento terzo che possa spiegarci la natura brutale di questo grandioso testo filmico.

In questo senso, c’è stato un pensatore del passato che ha, nel labirinto della sua opera, lasciato tracce di suggestioni che potrebbero esserci utili. Un pensatore che, per altro, lega la quasi totalità delle sue riflessioni a un campo che inevitabilmente riguarda tutti noi: l’esistenza.

Jean-Paul Sartre (1905-1980)

Jean-Paul Sartre è stato, insieme a Simone de Beauvoir e Albert Camus, il massimo esponente dell’esistenzialismo francese, un movimento che negli anni Quaranta sconvolse le fondamenta del pensiero filosofico e culturale europeo. Il pensiero di Sartre pone al centro l’uomo come essere radicalmente libero, chiamato a dare senso alla propria esistenza attraverso le proprie scelte, pur nel confronto inevitabile e spesso conflittuale con gli altri. In questo contesto, ne L’essere e il nulla, Sartre introduce, tra le altre questioni, il concetto di “sguardo”, fondamentale per comprendere il rapporto tra l’individuo e l’Altro.

«Lo sguardo d’altri forma il mio corpo nella sua nudità, lo fa nascere, lo scolpisce, lo produce, come è, lo vede come io non lo vedrò mai.»

(Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla)

Per Sartre, l’individuo non esiste mai in modo completamente isolato. Egli è sempre immerso in un rapporto con gli altri, e proprio questo rapporto modifica profondamente il modo in cui percepisce se stesso. Finché l’uomo si vive dall’interno, si sente soprattutto come coscienza libera, come soggetto che guarda il mondo, agisce e sceglie. Tuttavia, nel momento in cui incontra lo sguardo altrui, scopre di non essere soltanto soggetto, ma anche un’entità che può essere osservata dall’esterno.

Il discorso sullo sguardo che Sartre propone è fondamentale per introdurne un altro, ovvero proprio quello del desiderio.

«Il desiderio è un modo primitivo delle relazioni con altri, che costituisce l’altro come carne desiderabile sullo sfondo di un mondo del desiderio. Ora possiamo spiegare il senso profondo del desiderio. Nella reazione primordiale allo sguardo dell’altro, infatti, io mi costituisco come sguardo. Ma se guardo lo sguardo, per difendermi dalla libertà dell’altro, e trascenderla come libertà, la libertà e lo sguardo dell’altro svaniscono: io vedo degli occhi, vedo un essere nel mondo.»

(Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla)

Dettaglio di Buffalo Bill che osserva una falena.

Se cominciamo ad applicare queste suggestioni nella lettura de Il silenzio degli innocenti, è possibile riscontrare non poche affinità. Buffalo Bill desidera le sue vittime. O meglio, desidera essere come loro, e addirittura loro stesse. Viceversa, odia il suo di essere. Laddove in Sartre vi era una complementarietà nel rapporto con l’Altro, Bill vuole invece annientare se stesso e diventare solo Altro. Ma sia l’Io che l’Altro sono legati a doppio filo nel sadico gioco degli sguardi. Se viene meno uno viene meno anche l’altro.

Il suo desiderio nasce dalla vista dell’Altro. Ricordando le parole del dottor Lecter in uno dei suoi inquietanti colloqui, Clarice capisce che il desiderio non nasce dal nulla. Buffalo Bill conosceva la sua prima vittima Frederika Bimmel, e la conosceva, appunto, di vista. Ammirava la sua carne desiderabile.

«Ma se è vero che il desiderio è una coscienza che si fa corpo per appropriarsi del corpo d’altri inteso come totalità organica in situazione con la coscienza all’orizzonte, qual è il significato del desiderio? Cioè: perché la coscienza si fa o tenta invano di farsi corpo e che cosa si aspetta dall’oggetto del suo desiderio? Sarà facile rispondere, se si riflette, che, nel desiderio, io mi faccio carne: di fronte all’altro per appropriarmi della carne dell’altro.»

(Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla)

Il silenzio degli Innocenti e l’Appetito dell’Altro

Eppure, se consideriamo attentamente quanto affermato fin’ora, ci accorgiamo che, al di là delle suggestioni provocate nell’accostare la terminologia dello sguardo-desiderio di Sartre all’intreccio de Il silenzio degli innocenti, sembrerebbe mancare qualcosa.

Sartre descrive il desiderio come un meccanismo profondamente violento, che scuote l’essere dall’interno, il quale comprende di non essere più solamente soggetto guardante, ma anche oggetto guardato. Tuttavia, nonostante questa violenza intrinseca, il desiderio descritto da Sartre rimane come un qualcosa di puro. Violento proprio perché puro, in quanto pretende l’impossibile, cioè possedere l’Altro senza annullarlo del tutto. Ma di questa purezza, a guardare bene l’operato di Buffalo Bill, non vi è traccia.

Il silenzio degli innocenti
Clarice osserva la falena rinvenuta nel corpo di una delle vittime di Buffalo Bill.

Bill deve soddisfare un bisogno. Che è solamente suo. Desidera la soggettività dell’Altro, o sarebbe meglio dire dell’Altra in questo caso, ma non per riconoscerne la sua libertà. La desidera unicamente per appropriarsene, per svuotarla, per trasformarla nel materiale osceno della propria metamorfosi.

Sartre, nella sua opera, parla anche di questo. Di come l’estremo orizzonte del desiderio nasconda qualcosa di più oscuro. Usa un termine specifico che, ancora una volta, calza perfettamente nella riflessione del film di Jonathan Demme. Questo termine è “appetito”.
L’appetito semplifica brutalmente la tensione che sta alla base del desiderio sartriano. Dove il desiderio incontra un mistero, l’appetito vede una risorsa. Dove il desiderio si scontra con una libertà, l’appetito vede della materia da prendere, usare, assimilare e, infine, consumare del tutto.

«L’ultimo grado del desiderio potrebbe essere l’annullamento, come ultimo grado del consenso al corpo. In questo senso il desiderio può essere detto desiderio di un corpo per un altro corpo. Infatti è proprio un appetito verso il corpo d’altri che è vissuto come vertigine del per-sé di fronte al proprio corpo: e l’essere che desidera è la coscienza: che si fa corpo.»

(Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla)

Il dottor Lecter, con il suo suggerimento, ha sapientemente messo Clarice sulla strada giusta, perché anche lui, nella sua glaciale impenetrabilità, sa bene come funzionano gli ingranaggi umani che regolano il desiderio e lo sguardo. Hannibal Lecter conosce meglio di chiunque altro l’essere umano, anche nelle sue ambiguità più contraddittorie. Perché anche lui, in fondo, è mosso dall’appetito dell’Altro, e dell’Altro ne eredita l’essenza ogni volta che si consuma un pasto.

Il silenzio degli innocenti
Hannibal Lecter nell’ultimo incontro con Clarice.

Per questo Hannibal era certo che Clarice sarebbe riuscita a risolvere il caso. Perché in fondo, a questo gioco al massacro composto da sguardi e pulsioni ci giochiamo tutti. Ed è forse anche questo il motivo per cui Il silenzio degli innocenti continua ad affascinare così tanto gli spettatori di tutto il mondo. Per riprendere la riflessione di poco più in alto sulla natura dello spettatore, Il silenzio degli innocenti inquieta ancora perché ci chiede: che cosa accadrebbe se tu non fossi quell’eterno soggetto guardante che sei, ma anche un oggetto guardato, desiderato, e infine mangiato dall’Altro?

Una domanda a cui non è facile rispondere. Forse sarebbe meglio non farlo affatto, perché significherebbe andare a sondare i territori più oscuri di questa oscena umanità che ci portiamo dentro. Dovremmo accontentarci di rivivere queste percezioni attraverso il medium protetto del film, ammaliati dall’ascolto di questa elegante sinfonia del Male. Una sinfonia che viene però interrotta ogni tanto da rumori assordanti, che ci fanno sussultare nel cuore della notte. Sono gli agnelli che stanno ancora gridando.

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  • Antonio Lamorte

    "Una volta mollata l'anima, tutto segue con assoluta certezza, anche nel pieno del caos." - Henry Miller

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