Il cinema è una strana creatura, un demone mitico nato nell’era dell’industrializzazione.
In un mondo dove le scienze erano nel pieno del loro positivismo, dove «tutto ciò che è reale è razionale», dove la dimensione metafisica della realtà, la magia, i miti erano sempre più lontani dall’immaginario collettivo, il cinema si mostrava come perfetto figlio incestuoso di due sorellastre: la verosimiglianza e l’illusione.


Riprendere un treno che si muove, fotografando il movimento stesso come percepito nella realtà, da una parte.
Creare trucchi di magia, teste staccate, sovrapposizioni, portarci sulla Luna, dall’altra.
Da qui, infiniti rami per un arte che, per quanto ancora giovani, ha già avuto 200 vite, muore e risorge ogni giorno.
A noi, generazione figlia di un occidente decadente, vengono mostrati alcuni alberi più di altri: su tutti quelli di una certa cinematografia pulita, eroica, ammmericana.
Ma quel demone mitico del cinema in ogni luogo ha trovato le sue incarnazioni a più livelli, quali più luminosi, quali più oscuri, quali storti.

E cosa succede se un giovane ragazzo di quei non luoghi degli Stati Uniti scopre le storture del cinema più sotterraneo?
Cosa succede se quel giovane ragazzo arriva allo stesso tempo anche al cinema più poetico intellettuale?
Cosa succede se Quentin Tarantino vede Vivre sa vie di Godard insieme ai Kung Fu Movie insieme agli Yakuza Movie inseme ai polizieschi italiani insieme agli spaghetti Western insieme al cinema exploitation insieme a Brian De Palma?
Cosa succede se le arthouse del cinema sofisticato si intrecciano alle grindhouse del cinema arrapato?
«Per il cinema, amo sia Bresson che i film di kung fu. C’è una grossa differenza tra le due cose, ma io le apprezzo entrambe per quello che sono.»
(Quentin Tarantino)

Qualcuno lo chiama postmodernismo, a parer di chi scrive si tratta di una nevrosi creativa consapevole: se tutto accelera nel mondo, il compito dell’artista è intercettare quegli istanti lucidi in cui vari piani di realtà si toccano.
Tarantino fa questo?
No.
Tarantino se ne sbatte di salvare il tempo, in quella nevrosi vuole ridare vita a quel demone mitico, esasperandone la corporatura, creando una creatura di Frankenstein fatta di pezzi tra loro apparentemente incompatibili, ma che condividono in fondo un medesimo: l’ispirazione creativa e i piani di realtà.
«Quando le persone mi chiedono se sono andato a scuola di cinema, rispondo di no, sono andato al cinema.»
(Quentin Tarantino)

Il punto di Kill Bill è qui: mille dimensioni cinematografiche, intellettuali e violente, romantiche e d’azione pura possono coesistere se nessuna viene ridimensionata rispetto a un’altra: non c’è un genere o uno stile che deve dominare, tutti devono dialogare per creare un nuovo mondo, dove ognuna di queste forme cinematografiche si interseca nei momenti in cui toccano medesimi punti artistici o guardano medesime dimensioni umane.
Un esempio?
Una scena anime con della musica Western come fa a funzionare? Perché l’epicità della morte, l’esasperazione tragica della vendetta sono temi affini in questi due mondi, così che i due generi si esaltano l’un l’altro, esasperando il tutto fino a renderlo contemporaneamente un’icona pop e una scena sontuosa.
Così, Bill parte villain titanico e diventa uomo tragico.
Una mano lo definisce, uno sguardo lo svela.
Così, la vendetta di una sposa diventa il romanticismo del come sarebbe stato se.
Uno stile la rende iconica, un sentimento la rende fragile.
Così, il dramma storto e sensuale rispetta ogni suo livello: quello del ritmo, quello dell’estetica, quello del tragico.

«Facciamo il punto sui vari elementi presenti nel film. Uno, lo Yakuza film. E i film sui samurai. Gli spaghetti western. Ma poi ho anche inserito delle scene tipiche dei gialli all’italiana, una scena alla Brian De Palma per dare un tocco particolare.»
(Quentin Tarantino)
La maestria di Tarantino è in questa sintesi che supera ricomprendendo, che accede ad ogni modo di raccontare per racchiudere in pochi attimi mille prospettive: il segreto dei suoi personaggi secondari è questo, avere 80 anni di storia cinematografica rielaborati in pochi attimi sullo schermo.
Kill Bill è, sempre a parer di chi scrive, l’opera assoluta di Tarantino per questo: perché non definisce un modo di fare cinema, come è stato per Pulp Fiction, bensì ridefinisce tanti modi in cui il cinema è esistito in un’unica opera che li comprende tutti, li riconosce, li mantiene in equilibrio e quando accade che si incontrano, sa che parleranno un linguaggio comune.




