Roma è un problema
Roma è l’estate.
Roma è il sentore che tutti vadano veloce mentre noialtri si è troppo afflitti dall’afa per proseguire, mentre il sole fonde l’asfalto e costringe a riprendere fiato, bagnarsi fronte e collo alla prima fontanella – vedi anche nasone.
Roma è troppo grande, antica e stanca.
Allora dà il suo meglio nella stagione in cui è giustificato muoversi lenti, accettato indugiare stanchi e senza voglia di agire, se non alla ricerca di refrigerio.
Meravigliosa, ma difficile da abitare.
E diventa musa, materiale da racconto, metropoli di passaggio, terra di mezzo in cui s’incontrano romani in fuga e turisti in approdo, memoriale delle infinite immagini che ha generato nel cinema italiano.
Immagini diverse tra di loro, dalla cui osservazione emerge quanto il racconto dell’estate romana sia riflesso di come l’Italia stessa abbia subito profonde metamorfosi sociali.
Il nostro percorso di approfondimento sull’estate romana nel cinema parte dagli anni ’80, ovvero dal post commedia all’italiana – troppi ne avremmo dovuti selezionare sennò, con Il sorpasso di Risi capofila – per giungere alle porte del decennio corrente.

Anni ’80: su Un Sacco bello e Bianca
Primissima cosa da sottolineare riguardo Un Sacco Bello e Bianca è quella che per prima cattura l’attenzione: sono entrambi diretti e interpretati da due tra i volti più iconici della Roma cinematografica dagli anni ’70 in poi, ovvero Carlo Verdone e Nanni Moretti.
Dunque invadono la scena, perennemente presenti e con l’occhio orientato verso la classe medio-alta, i resti di quella piccola borghesia di cui fanno (facevano) parte.
In Bianca, del 1984, Moretti indossa le vesti di Michele Apicella versione professore liceale, e si muove tra ossessioni e nevrosi che lo isolano nel rifiuto dell’altr*, o meglio nel giudizio e nella condanna dell’altr*. Una noia esistenziale che lo trascina stanco in una narrazione del mondo accartocciata su sé stessa, individuale e privata.
L’estate è l’occasione per vagare, nascondersi alla luce del sole, guardare senza essere visti; persino essere coinvolti in un’irreale e rarefatta indagine per una serie di omicidi, di cui lui non è responsabile – per quanto forse desidererebbe esserlo.
Una deriva personale ed esistenziale che sfiora l’onirico; singolare poiché diversa anche dalla pacatezza sincera del dieci anni successivo Caro diario, anch’esso intenzionalmente estivo. Un Nanni Moretti energico, ancora in piena lotta contro il mondo, ancora al picco del suo individualismo.

Diverso da Verdone, poiché anche se l’onnipresenza e la centralità è simile, gli alter ego di quest’ultimo sono carnevalizzazioni e mascherate colte dal ciglio del marciapiede, da un caffè preso al volo al bar, da un’attesa alla fermata dell’autobus. Non da una riscrittura intellettualizzata della propria soggettività, per quanto senz’altro caricaturale.
L’estate non è dunque il rifugio di una versione del sé che osserva a distanza le vite degli altri, bensì luogo d’incontro e di passaggio di un’umanità colorata, istrionica, ancora legata agli anni ’70. I tre personaggi di Un sacco bello scappano dall’estate romana, chi disconoscendo le proprie benestanti radici (Ruggero), chi in fuga dalla solitudine tanto da partire in vacanza con uno sconosciuto (Enzo), chi lasciandosi alle spalle il proprio candore ferito per ricongiungersi alla madre nell’italianissima casa al mare (Leo).

Roma è ancora popolare, battibeccante, a tratti paesana. Nella settimana di Ferragosto si trasforma realmente nella versione fantasma di sé stessa, prima delle invasioni turistiche (c’erano, ma lontane dalle portate attuali), dei moti immigratori e della povertà dell’italiano medio.
Anni ’90 e 2000: Estate Romane e Pranzo di Ferragosto
Estate romana di Matteo Garrone è, invece, tutta un’altra storia. Il suo terzo film, l’ultimo legato a dinamiche produttive poco sopra l’indipendente, e immerso in una capitale senza romanità, senza cartoline, a tratti irriconoscibile. Perché c’è il Giubileo del 2000, perché le impalcature e i cantieri impacchettano il paesaggio, perché ci sono già stati gli anni ’90 col loro carico di contaminazione che ha cambiato colore al codice genetico stesso del tessuto demografico di Roma. È una città altra, aliena, rispetto a quella di Moretti e Verdone.
E i protagonisti sono artisti poveri, reduci da decenni in cui sperimentazione teatrale e arte di strada rappresentavano un moto, qualcosa in cui credere e per cui lottare. In realtà, il passaggio al nuovo millennio si è lasciato dietro tanto, nel bene e nel male; e i tre personaggi del film si sono ritrovati a vivacchiare, sopravvivere.
Vagano in una metropoli che si è accorta troppo tardi di dover cambiare vesti, e per questo sembra costantemente con l’acqua alla gola, con la fretta di chi si è rilassato mentre gli altri avanzavano e ora si ritrova vecchio, stanco e con un monte di lavoro arretrato.

Una commistione, un calderone incandescente in cui le dinamiche del privato mondo piccolo borghese sembrano distanti, appartenere ad altre epoche. Garrone coglie lo scarto, lo testimonia con un’autenticità a tratti esasperante, dal modo in cui muove la camera al modo in cui è stato lavorato il suono in presa diretta – la sua prima collaborazione con Maricetta Lombardo.
E dallo stesso scarto, dallo stesso traumatico passaggio tra i due secoli, nasce Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio, del 2008.

Fa ridere accostare i due film per una serie di motivi: Garrone stesso produce Pranzo di Ferragosto tramite la sua Archimede Film, casa di produzione che como logo ha l’immagine più rappresentativa di Estate romana, ovvero il mappamondo incastrato sul tettuccio di una macchina (addirittura se si zoomma a sufficienza s’intravedono le sagome dei tre protagonisti del film).
Non solo: i protagonisti di Pranzo di Ferragosto, Gianni Di Gregorio stesso e Valeria De Franciscis, compaiono in Estate romana, seppur per pochi minuti (lei) o per pochi secondi (lui). E si tratta di un film che si posiziona un po’ a metà del discorso, perché il protagonista Gianni è chiaramente alter ego del regista (anzi più di un alter ego, è letteralmente lui), e la Roma estiva con cui s’interfaccia è quella della decadenza, del novecentesco che non trova più spazio, della sacrilega presa di coscienza che quel mondo – in questo caso più che borghese, addirittura nobile – è crollato, e la modernità offre molto molto poco.
Quel poco è che fortuitamente il sessantenne Gianni coglie l’occasione di estinguere i debiti della casa in cui vive con la madre, nobildonna decaduta, ospitando tre anziane donne il giorno di Ferragosto. Nella disperazione in cui annaspa il protagonista, il cui unico lavoro è fare da balia, è evidentemente un compromesso da non rifiutare. Tutto ciò che accade successivamente è una fiera del grottesco, del ridicolmente umano, del tragicomico.

Anni ’20: Favolacce
Quest’ulteriore salto ci porta a dire il vero lontano dai centri storici in cui sono ambientati i film finora citati. Siamo nella provincia, a Velletri, chi è nato negli anni ’80 è cresciuto e ha assecondato un altro tipo di moto migratorio, ovvero quello dei romani che vanno a vivere fuori città, forse per il fresco, forse perché costa di meno mettere su famiglia. E di fatto hanno tutti figli e figlie di 13 anni, poco più poco meno.
In Favolacce dei fratelli D’Innocenzo l’estate è definitivamente personaggio; non solo per ragioni narrative o temporali, quanto proprio atmosferiche. È presente su schermo sotto forma d’insetti, sudore, fatica, abbandono. Non c’è più né il privato né la decadenza collettiva, bensì rassegnazione, trascinamento, repressione. Margini urbani impacchettati in quadri familiari che nascondono vizio, devianza, e una fondamentale antipatia verso la vita.
L’estate dei fratelli D’Innocenzo non splende: scioglie, corrode, invade. Fa venir voglia di sdraiarsi sull’asfalto e morire.
Una romanità incattivita, non più gioiosa, per cui l’estate non è poi così diversa dal resto delle stagioni, con in più l’incudine di temperature ormai quasi tropicali.

Roma al cinema è un’arma a doppio taglio, crocevia inevitabile e capro espiatorio, ombra lunga che occupa costantemente porzioni del campo visivo. E ci si scaglia contro Roma, contro la monotonia dei paesaggi e degli accenti, contro la posizione privilegiata che da sempre occupa nelle logiche della nostra industria.
Convinzioni superficialmente condivisibili, ma con numerosi punti deboli. Perché dietro una Roma che cambia i propri segni, che ha da tempo voltato le spalle alla grande bellezza, c’è un sintomo di deperimento e impoverimento che è nazionale.
Giusto contestare le monopolizzazioni, meno giusto fermarsi a un’analisi approssimativa del contesto.




