Figari International Short Film Fest – Simbolo di un’isola che resiste

Archimede Favini

15.06.2026

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Dal 15 al 20 giugno torna a Golfo Aranci il Figari International Short Film Fest, alla sua sedicesima edizione. Il festival – che quest’anno ha selezionato i film in concorso da oltre 2.000 candidature provenienti da più di 40 paesi – conferma il suo formato: proiezioni gratuite all’aperto, sulle spiagge e sul lungomare, con molti dei film presentati in première mondiale o europea. Gli attesi ospiti d’onore saranno Irene Maiorino e Francesco Gheghi, che riceveranno il Premio Beatrice Bracco. Troveremo invece Federico Cesari e Andrea Bosca in giuria, e in concorso il nuovo cortometraggio di Andrea Arcangeli – già noto per Il Divin Codino, film Netflix dedicato a Roberto Baggio, e per il suo ruolo ne Il muto di Gallura, opera particolarmente amata dal pubblico sardo. Dulcis in fundo, sarà presente anche Jacopo Cullin con il suo ultimo cortometraggio – quest’ultimo tra i volti più amati dal pubblico sardo, capace negli anni di costruire un rapporto autentico con l’isola attraverso cinema, teatro e televisione.

Ma per capire perché un festival del genere abbia scelto proprio Golfo Aranci, e perché non sia una scelta casuale, vale la pena fare un passo indietro.

Quando il principe Karim Aga Khan, poco più di 60 anni fa, arrivò in questi luoghi si ritrovò alquanto spaesato. Su consiglio di un amico inglese aveva messo 25.000 dollari per costruire delle ville su una costa che non conosceva, e al primo sopralluogo si era trovato davanti alla campagna brulla e arida del Nord Sardegna. Ebbe modo di ricredersi quando vide le acque cristalline di Capriccioli. Da quel momento in poi la Gallura non sarebbe stata più la stessa.

Qualche anno prima aveva vissuto una scena simile mio nonno. Negli anni ’50 lui e mia nonna si erano conosciuti a Milano, dove entrambi lavoravano – lei era venuta dalla Sardegna con due sorelle per fare la scuola di infermiera, da Oniferi, un paesino disperso in mezzo alla Barbagia. Quando si sposarono, andarono in luna di miele in Sardegna: la sorella di mia nonna, Maria, aveva appena comprato una casetta al mare a Cala Gonone, nel golfo di Orosei, un centinaio di chilometri più a sud rispetto a Golfo Aranci. Quando arrivarono, in sella alla loro Lambretta, mio nonno rimase senza parole: la casa della zia era una catapecchia dispersa nella macchia mediterranea, con greggi di capre e mufloni che scorrazzavano liberi. Ripresero la moto e andarono a cercare una stanza nell’unico albergo aperto nel paesino. Inutile dire che anche Cala Gonone ora è molto diversa.

Ma torniamo alla storia della Costa Smeralda. Quando i residenti di Monti di Mola, il vecchio nome della Costa Smeralda, si trovarono i compratori alle calcagna, non ebbero grandi esitazioni ad accettare le cifre faraoniche che vennero loro offerte.

«Monti di Mola venne occupata dagli Orecchioni, dagli Azara. Presero quei terreni improduttivi, malsani, e ci realizzarono gli stazzi, ci piantarono vigne, orti, grano, e ci allevarono mucche e capre. Quelle terre furono privatizzate: le abbiamo curate noi, sono nostre. Tutti i galluresi hanno l’anima proprietaria, scrisse un socialista di Tempio a metà Ottocento. Per loro lo Stato era del resto qualcosa di incomprensibile. A che cosa serviva? A nulla. La loro vita andava avanti senza aiuti esterni. Tutto quello che era necessario per vivere, se lo producevano. Anche per questo, quando si presentarono i primi compratori stranieri su suggerimento di Miller, quelli di Monti di Mola non si fecero problemi. Vendettero, accumulando in un anno qualcosa come 2 miliardi di lire. Potevano chiedere di più i pastori di Monti di Mola, abituati a una vita dura ma dignitosa? Chi non si sarebbe comportato come loro?»

(Claudio Piga, La Nuova Sardegna)

Al tempo stesso, quando le operazioni di compravendita furono ultimate, vista l’assenza di qualsiasi regolamentazione paesaggistica ed edilizia, il consorzio di imprenditori istituì un Comitato di architettura che, in accordo con i comuni, fece il possibile per regolare i nuovi insediamenti affinché si integrassero con l’ambiente circostante – e bisogna riconoscere, pur con la necessaria cautela, che in una certa misura ci riuscì: il che non attenua la natura estrattivista del progetto, ma lo distingue dai suoi equivalenti più predatori, come ad esempio la Costa Azzurra.

Tutta questa storia è indubbiamente sfuggente dal momento che si inserisce in un complesso dibattito che è cruciale quando si parla di territori poveri ma dalle forti potenzialità turistiche.

Quanto è opportuno o accettabile sacrificare del patrimonio naturalistico al fine di creare migliori condizioni di vita per chi ci vive?
Quanto invece gli effetti della gentrificazione sono subdoli e incalcolabili per gli autoctoni?
Quanto è irrisorio il guadagno degli abitanti del territorio rispetto ai ricavi degli imprenditori?
Com’è possibile tarare una bussola etica in questo scenario?

Pynchon – nella sua parabola americana di Mason & Dixon, incaricati di disegnare una linea di confine tra vari stati americani – ci dimostra che la carta precede il territorio. Noi occidentali ci siamo abituati a un contorto sistema di pensiero che ci porta a disancorarci dal mondo, per vivere dentro la materializzazione di una carta geografica. Perché la carta geografica non solo non tiene conto del territorio, con la sua materialità, le sue asperità, le sue tre dimensioni, per non parlare delle vite che contiene, ma addirittura diventa l’alibi iconoclasta per appianare le particolarità di quel genius loci, come volessimo a tutti i costi inverare la legenda che abbiamo costruito su carta.

Questo è stato fatto in Gallura: ci si è inventata un’idea capitalistica di mondo-vacanze, che niente aveva in comune con quel paesaggio a picco sul mare così roccioso e arcigno.

Ma il fatto rilevante è che la Costa Smeralda non è la copia di un luogo reale, ma un simulacro nel senso tecnico del termine: un modello concettuale costruito a tavolino che va a sostituire il territorio reale, è una legenda che ha preceduto e poi sostituito la mappa. Ma come dice Baudrillard, il problema è la natura pervasiva di questa forma di capitalismo, che riesce a diffondersi riproponendo scenari di iper-realtà sempre uguali a sé stessi, bidimensionali, come le cartine geografiche.

«Il reale è prodotto da cellule miniaturizzate, da matrici e memorie, modelli di comando – e a partire da questo può essere riprodotto un numero infinito di volte.»

(Jean Baudrillard, Simulacri e Simulazione, 1981)

Questo ha come effetto principale la de-territorializzazione assoluta della Costa Smeralda, che è fisicamente in Sardegna, ma che non sembra esserlo affatto su un piano sociale, antropologico ed etnografico.

D’altronde è questo che fanno le linee rette tracciate su una mappa: segnano una cesura, spezzano la continuità, dividono le persone.

Ci sono tante voci in Sardegna che hanno idee meravigliose per l’isola. Sono persone che si sono stufate di dover scegliere tra la disoccupazione e la gentrificazione, tra un paradiso incontaminato e una linea dell’orizzonte occlusa dagli yacht e tra la rassegnazione all’emigrazione e lo sfruttamento criminoso del territorio.

Gli esempi si sprecano, dal Carbonia Film Festival passando per Filmidee, ma il Figari è in questo contesto il più interessante.

Le proiezioni si tengono sulle spiagge, sul lungomare, a Cala Sassari e Cala Moresca: il paesaggio non fa da sfondo a un’idea importata dall’esterno, ma è la condizione stessa dell’esperienza cinematografica.

Lo conferma Matteo Pianezzi, direttore e fondatore, quando parla di un festival cresciuto insieme al territorio, di uno spazio che in un momento complesso per il cinema italiano ha scelto di restare libero, accessibile, radicato – e che definisce non come una rassegna, ma come un atto di fiducia nel futuro.

Dal 19 al 20 giugno il festival ospiterà inoltre il Figari International Short Film Market a Villa Sospiri, con France TV, Rai Cinema e WeShort tra i partner: incontri one-to-one, panel professionali e il progetto LOOKING 4, dedicato ai cortometraggi in cerca di distribuzione e coproduzione. Un’architettura professionale che rafforza la vocazione popolare del festival, costruendo intorno al territorio una rete concreta di opportunità per il cinema breve.

Il Figari sembra indicare, in un momento di estrema difficoltà per l’industria audiovisiva italiana, una via possibile nel cortometraggio in quanto forma espressiva dalle infinite potenzialità produttive e creative al tempo stesso.

È da quando sono bambino che guardo infastidito quelle navi che occupano l’orizzonte. Mi chiedo se chi ci sta sopra sa che il formaggio di capra è più delicato perché i caprini mangiano le foglie più in alto, mentre quello di pecora è più saporito perché gli ovini raccolgono tutto dal suolo. Se è mai entrato al caseificio di Dorgali e si è sentito chiedere scusa perché la ricotta, purtroppo, è di ieri. Se conosce i danni al territorio delle miniere del Sulcis o della raffineria Saras, e le brave persone che in quelle aziende hanno comunque bisogno di lavorare. Se ha mai assaggiato una forma di casu marzu nella cantina di un pastore.

E allora penso che realtà come il Figari siano il simbolo di un’isola, e di un cinema, che resistono.

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