Bellaria film festival 2026: Il cinema italiano ce l’ha piccolo. 
E forse è meglio così.

Salvatore Gucciardo

07.05.2026

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«E io divento alta e non c’è più nessun problema»

(Silvia Gallerano ne La merda)

Nello spettacolo teatrale La merda Silvia Gallerano, tra la marea di parole sputate a un pubblico inerme di fronte alla furia del suo monologo, usa più volte il termine piccolo. Nel martellante flusso di coscienza di una donna, un’attrice, che cerca di far carriera nell’era del bunga bunga berlusconiano, piccolo vuol dire debole, insignificante. Per far carriera, ma anche per passare alla storia, invece, bisogna essere alti, grandi, enormi.

Il mercato funziona cosi. Lo spettacolo funziona così. La società, a quanto pare, funziona così.
Pesce grande mangia pesce piccolo.

Quest’anno, forse più che in altri anni, il cinema italiano si sente piccolo. Quest’anno che ha già visto uno scellerato taglio di 90 milioni per le risorse del Fondo Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo, che sta di fatto smantellando un sistema di finanziamenti e incentivi per il cinema italiano senza immaginare una soluzione; quest’anno che ha visto la quasi totale assenza di opere italiane alla Berlinale e a Cannes; quest’anno che sembra trainato economicamente solo dal marchio di fabbrica Checco Zalone.

Allora questo cinema italiano che si sente piccolo, dovrebbe cominciare a gonfiarsi?

Dovrebbe inseguire freneticamente i diktat del “funziona così” facendosi sempre più grande?

«Gli spazi che stiamo riscoprendo grazie alla libertà di fare film più piccoli, più semplici, e più radicali, sono spazi che nutrono un nuovo immaginario e una nuova Utopia. E sento che sia davvero un lavoro collettivo. Credo che ognuno di noi si stia nutrendo delle storie degli altri, delle sfide degli altri, e che il cinema indipendente possa diventare uno spazio che esula dalla competizione ma si pone come obiettivo quello di cercare insieme una direzione»

(Emanuele Tresca intervistato per la rubrica Making Waves del Bellaria film festival)

Quando si parla di cinema indipendente si dicono tanti aggettivi, si danno tante definizioni. Si parla di produzione e distribuzione, ma anche di autorialità e narrazioni. Però il termine che ritorna sempre, che sembra essere una condizione necessaria del cinema indipendente è: piccolo. Ma non basta avere piccoli budget, piccole storie e piccoli luoghi da narrare. Non basta fare di necessità virtù. Bisogna avere una posizione.

Ma restare piccoli può essere una scelta?
Quel cinema indipendente, che è tale solo se piccolo, ha interesse a cambiare il sistema?
O ne crea un altro?
O crea un’alternativa?

Gli 8 David di Donatello a Le città di pianura, che sono tanto una vittoria di questo cinema piccolo, che resiste, quanto, di un sistema che, mentre grida la sua crisi, pensa, così, di poter raccontarsi rinato, cosa significano, davvero, per il cinema indipendente?

Forse, un giorno, esser piccoli sarà un vanto;
esser piccoli sarà prezioso;
esser piccoli sarà indipendenza.

«Il cinema credo che riesca ad essere indipendente dalle sue varie forme storiche, strutturali, economiche in gran parte ridicolmente e pesantemente economiche, quando si rende conto di essere indipendente dalla volontà di chi lo fa, anche per un altro senso. Per la velocità delle registrazioni, per l’immediatezza che sfugge al pensare all’immagine, al pensare alla traduzione anche patetica delle idee, delle sceneggiature, delle ipotesi, non già preconfezionate, ma che si cullano nel loro essere già immaginate, prima di essere girate, registrate, strappate all’istante.»

(Enrico Ghezzi)

In Italia uno dei festival, degli spazi, custodi e protettori di questa resistente piccolezza, ormai dal lontano 1983, è il Bellaria film festival. L’oasi in cui questo cinema italiano che si sente piccolo emerge trovando il suo spazio. Ma se l’anno scorso risalivano come una marea gentile le piccole opere che avevano animato il 2024/25, quest’anno queste opere pulsano domandando allo spettatore: “Senti questo battito?”, che è il claim di questa 44° edizione.

«il vero film non è quello sullo schermo, è quello che prende forma nella testa degli spettatori. Solo così il cinema diventa strumento di crescita sociale. Se fa il contrario, è un cinema inutile. Anzi, è pericoloso e pornografico, come lo è la pubblicità»

(Benvenuti in Controcampo italiano)

Piccole sono le opere prime che animano il concorso Gabbiano che ogni anno tenta di lasciare delle tracce per orientarsi in quel tortuoso percorso che è il cinema del reale, l’ibridazione, quel documentario che forse non esiste e che è il cuore pulsante del cinema indipendente contemporaneo: The Lunch: A Letter to America di Gianluca Vassallo, End of Battle di Suranga D. Katugampala, Totò Cannibale di Demetrio Giacomelli, L’operaio di Tommaso Donati, Objet d’énigme di Chiara Caterina, Torneranno i lupi di Bianca Vallino, Come ci si sente a essere un pipistrello di Enrico Zanetti e Ilaria Calcinari Ansidei, Cosa rimane quando il mare si muove di Gaetano Crivaro, per chiudersi con un titolo, fuori concorso, che richiama direttamente questa resistente piccolezza: Un mare molto piccolo di Luka Bagnoli e Elisa La Boria.

E piccolissimi sono i corti dello storico concorso “3 minuti a tema fisso” di Ciprì e Maresco, Antonietta De Lillo, Michelangelo Frammartino, che parteciparono , quest’anno intitolato “A un passo dal presente”.

Enrico Ghezzi una volta, parlando di cinema italiano contemporaneo, disse che «Più una cosa oggi lavora sul locale, sulla propria stanza, e più si trova ad essere sradicata dal set in cui sicuramente si è girata.». È quello sradicamento che erge le piccole marginalità protagoniste del cinema indipendente a grandi narrazioni del presente. Microcosmi che riescono ad aprire una breccia nel sistema cinema italiano.

I film del concorso principale del Bellaria film festival “Casa Rossa”, con la categoria nazionale e internazionale, rappresentano, da sempre, le forme più alte di questo cinema.

Un cinema piccolo.

Quest’anno, più di altri anni, c’è una zona, un luogo, una terra che, attraverso due piccole gemme cinematografiche, ha trovato il suo spazio: il triveneto. Le città di pianura di Francesco Sossai e Un anno di scuola di Laura Samani, entrambi candidati nella sezione Nazionale del concorso, non sono mica rappresentanti dello stato di salute del nostro cinema, né tanto meno meri esempi virtuosi di un cinema che sta rinascendo.

Sono l’immagine di un cinema che sceglie da che parte stare. Quel cinema indipendente, perché piccolo, che tenta, per necessità e volontà, di rompere i modi di fare cinema. Come furono Piccolo corpo sempre di Laura Samani, Re granchio di Zoppis e Rigo de Righi, Non credo in niente di Alessandro Marzullo, e una miriade di tante altre piccole opere sparse nella storia del nostro cinema e custodite dal Bellaria film festival.

«Quest’anno di fronte a un mondo che sembra chiudersi su se stesso, proponiamo l’opera di cineasti in instancabile ricerca, che sanno tenere insieme lo scandaglio nell’intimità come il teatro storico in cui si muove un’umanità confusa e in preda allo sconforto, eppure ancora capace di generare nuova vita.»

(Daniela Persico)

Il Bellaria, oltre a custodire queste resistenti piccolezze, apre discussioni, confronti, momenti in cui mettere in discussione il sistema cinema. Ad esempio quest’anno è stato creato, dopo l’edizione dell’anno scorso, l’hub re-sisters, dedicato alle donne del cinema italiano, che cerca di creare maggiori reti di sostegno e condivisione all’interno del sistema e a cui parteciperanno 12 professioniste del cinema. Ci saranno panel sulla produzione cinematografica con la presentazione del libro E’ un’impresa fare un film, sui nuovi modi di stare al cinema, e poi masterclass, incontri, talk.

Insomma il Bellaria film festival, come ogni anno, getta una luce su questo piccolo cinema indipendente, ma non definendolo, incasellandolo, andando alla forsennata ricerca di ciò che è più puro.

Ma aprendo discorsi, mostrando alternative e mettendo in discussione quel grande sistema cinema da cui questo cinema italiano piccolo piccolo ne sta fuori, un po’ per necessità e un po per virtù.

E forse, è meglio così.

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