Django (1966) di Sergio Corbucci, la decostruzione nichilista del cinema western 

Francesco Cristanelli

30.06.2026

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Un uomo con una sella in spalla avanza nel fango, trascinando con una corda una bara di legno che lascia dietro di sé un profondo solco. Così si apre uno dei cult del cinema italiano, un western che negli anni Sessanta insieme alla Trilogia del dollaro di Sergio Leone, rivoluzionò il genere. Django di Sergio Corbucci, del 1966, cambiò il modo di raccontare e di vedere il western, imprimendosi nella memoria degli spettatori sin dai primi fotogrammi: il protagonista di spalle che cammina, i titoli di testa che scorrono e la ormai celebre canzone Django di Bacalov e Migliacci, interpretata da Rocky Roberts, che suona e immortala nella storia il film e il suo iconico protagonista.   

Django di Sergio Corbucci
Un dettaglio su Django di spalle con il suo cappello nero e la sella logora, l’iconico inizio del capolavoro western di Sergio Corbucci (1966)

Sergio Corbucci, dopo aver diretto numerosi melodrammi canzonettistici e diverse commedie con Totò, rivoluzionò la propria carriera e quella di Franco Nero con Django. Nonostante avesse già firmato ben cinque pellicole western fu questa l’opera che ottenne un successo internazionale tale da generare innumerevoli sequel apocrifi che contribuirono a trasformare il protagonista in un mito immortale. Il film stravolse i canoni classici del genere: lo sporco e il fango divennero i protagonisti e la storia sprofondò in un mondo crudo, violento e nichilista. 

Da Kurosawa a Sergio Corbucci: l’evoluzione dell’archetipo del cavaliere solitario

L’incipit e le linee generali della trama ricordano fortemente il capolavoro di Leone Per un pugno di dollaridebitore a sua volta di Yojimbo di Akira Kurosawa. Django, come gli  altri due protagonisti, è un guerriero errante e solitario che appare dal nulla per cambiare il destino della povera gente.

Gli “uomini senza nome” di Leone e Kurosawa sono rielaborazioni moderne dell’archetipo del cavaliere errante o del ronin, il samurai senza padrone, figure leggendarie che caricano la narrazione della potente eco del passato. Questo mito si conserva intatto nel cinema di Kurosawa, invece, in Leone e soprattutto in Corbucci, esso va incontro ad un progressivo deterioramento: il cavaliere solitario si trasforma in un individuo mosso da denaro o vendetta, che si rivela eroe solo nel momento in cui, di fronte al male e ai soprusi, non può voltarsi dall’altra parte e decide, con un proiettile in più, di distinguersi dagli oppressori e i cattivi.  

Due facce della stessa leggenda: l’indissolubile legame tra il samurai di Toshiro Mifune in Yojimbo (1961) e l’Uomo senza nome di Clint Eastwood in Per un pugno di dollari (1964)

Il significato della bara: Django come Caronte del West

Django è, a tutti gli effetti, una meditazione immaginifica sull’uomo della frontiera, ambientata in un west di confine, che assume connotazioni più metafisiche che reali. Il confine messicano, in tal senso, funge topologicamente da luogo incubale per narrare il declino di un’umanità priva di valori, che non siano quelli più biecamente materiali.

Django è il lugubre e straordinario cantore di questo universo spettrale, che trascina la sua bara come un inquietante Caronte che traghetta, usando la sua pistola e in seguito la mitragliatrice Gatling, i suoi nemici agli inferi, prelevandoli dall’oscurità di quei paesaggi funesti. La bara, tuttavia, non simboleggia solo la morte altrui, ma anche la propria. Essa contiene i resti dell’uomo che Django era prima che il lutto lo privasse di ogni speranza. Nel finale, il protagonista si rivela un uomo ferito in cerca di vendetta e di una giustizia impossibile per la moglie, uccisa dal maggiore Jackson durante la sua assenza a causa della guerra. 

Django di Sergio Corbucci
La bara di Django

Come un morto vivente, intrappolato nel lutto dell’amata, Django si porta appresso la propria fine e si immerge nel fango della perdizione umana. Al pari di Orfeo, discende negli inferi per un amore perduto, conducendo lo spettatore tra prostitute, razzisti e rivoluzionari violenti e approfittatori. Pochissimi sono i personaggi positivi e nessuno viene completamente assolto, muovendosi sempre in un panorama di grigi, dove il bianco e il nero non si distinguono mai nettamente. 

La rappresentazione della violenza cruda

La violenza non viene risparmiata, il sangue rosso cola e spruzza dalle ferite provocate dagli spari e dalle percosse. Corbucci mette lo spettatore di fronte alle brutalità di un mondo estremo, quasi con delle tinte orrorifiche. Gioca con la mitologia della frontiera americana, in cui il confine tra la vita e la morte era sottile. Privato della sua unica ragione di vita, il protagonista è mosso solo dalla vendetta, che lo guiderà in un percorso di tortura e martirio; una catabasi da cui riemergerà dopo aver ucciso chi gli ha portato via l’amata.  

La scena in cui Hugo, il capo dei rivoluzionari messicani, taglia l’orecchio ad uno degli uomini del maggiore Jackson

L’opera di Corbucci è puntellata da un esibito cinismo, funzionale a rendere il cinema western un’allegoria della condizione umana, con i suoi scenari desolati e notturni popolati da esistenze reiette e amorali, teatri di vicende sull’orlo di un’apocalisse profana. Il lontano West diventa, in chiave più o meno marcatamente metaforica, il luogo adatto per esprimere tutto quel coacervo di fermenti ideologici dell’epoca, difficili da rappresentare attraverso forme cinematografiche altre. Il genere western, in sostanza, funzionava non soltanto come valvola di sfogo nei confronti dei sentimenti socio-politici repressi o controllati, ma anche come veicolo di una sensibilità artistica che rielaborava l’attualità storica, anche quando la superficialità della rappresentazione sembrava prenderne le distanze votandosi al puro intrattenimento.  

Django e la decostruzione politica del mito americano

Corbucci vuole decostruire il mito americano del western hollywoodiano in cui i buoni erano sempre puliti, la legge trionfava e la conquista dell’ovest era un atto di civilizzazione.  Il cinema americano, infatti, in un vero e proprio processo mitopoietico creò un proprio mito di fondazione: la vastità delle pianure e dei deserti divennero il simbolo dell’infinita libertà per cui da sempre l’America si vantava di lottare. Fu portata avanti la volontà di identificarsi con uomini inarrestabili, che dominano la natura con la forza e col sangue.

Corbucci vuole smascherare questa bugia storica e mostrare la vera natura del west e della sua conquista, che fu invece una carneficina anarchica mossa da violenza e avidità. Così nel film sparisce la legge, la violenza non viene edulcorata, ma mostrata e l’eroe non è più puro e incrollabile, ma è un uomo violento e turbato. I cattivi non sono mai fuorilegge romanticizzati, ma incarnano il sadismo e l’oppressione, in una vera e propria trasposizione delle ideologie fasciste del Novecento. In Django, infatti, gli uomini di Jackson, con i loro cappucci rossi, rappresentano il suprematismo bianco americano, incarnando il doppio corbucciano del Ku Klux Klan.

I fanatici razzisti del Maggiore Jackson, nei loro cappucci rossi, si stagliano in cima alla collina pronti allo scontro

Il nichilismo di Corbucci: dal Western al Vietnam

Così il nichilismo di Corbucci tocca il suo apice: crollano le verità e i valori universali, rivelatisi prodotti di meri interessi personali, e rimane un mondo privo di significato intrinseco, in cui ogni ideale crolla e il valore della vita dell’uomo scompare. L’America del far west si riscopre come un mondo in preda alla completa barbarie in cui vige solo la legge del più forte. Muore un mondo di miti e leggende, piene di falsità, per lasciare il posto alla cruda e sporca immagine della perdizione umana.

Questo vuoto etico ed esistenziale riflette l’atmosfera di disillusione geopolitica causata dalla guerra del Vietnam, in cui la superpotenza portatrice di democrazia bombardava civili nel fango del sud-est asiatico, sconsacrando completamente il mito della violenza civilizzatrice. Ecco allora che la pistola del cowboy si trasforma nella mitragliatrice, strumento meccanizzato di morte che massacra indistintamente chi le si pone davanti. 

La morale affonda nel pantano e i cavalli bianchi e maestosi del cinema classico non possono più elevare l’eroe al di sopra di tutto: i vecchi valori vengono così sostituiti da disvalori che sprofondano in un vuoto esistenziale e in un nichilismo privo di riferimenti. In questo scenario, chiunque è costretto a immergersi e a farsi contaminare dallo sporco, accettando passivamente la violenza e una vita senza scopo, fino a sconfinare nella teoria filosofica di un nichilismo attivo. 

Sangue e croci: la fine della parabola di Django

La parabola di questo nuovo eroe infatti si conclude tra mutilazioni e sangue: punito dal capo rivoluzionario Hugo per averlo derubato, Django viene privato, a forza di colpi, dell’uso delle mani, in una sequenza quasi splatter. Il suo strumento di morte gli viene tolto ed è costretto ad affrontare il suo nemico da solo, ferito, in un cimitero. Aggrappato alla croce della tomba della sua defunta moglie, vive una resurrezione simbolica, riuscendo ad avere la meglio e rinascendo in una nuova forma, senza più la sua pistola, la sua uniforme e la mitragliatrice.  

Django di Sergio Corbucci
La pistola insanguinata sulla tomba della moglie Mercedes

Si conclude così il primo atto di ribellione artistica di Sergio Corbucci, che fa nascere da un uomo ferito, una croce ed una pistola insanguinata, un nuovo cinema western adulto e crepuscolare, prendendo definitivamente le distanze dalla vecchia ed americana morale hollywoodiana. 

Leggi anche: Gli specialisti – La regia di Sergio Corbucci

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