Don’t let the sun – Il caldo estremo porterà solitudine, relazioni instabili e famiglie in affitto

Viola Niccoli

10.07.2026

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Ogni mattina, all’alba, dagli altoparlanti un annuncio si diffonde per le strade di una città deserta:

«Cari cittadini. Il sole sta per sorgere.»

(Don’t let the sun, Jacqueline Zünd)

Segue l’invito, rivolto in particolare ai bambini e agli anziani, a raggiungere il prima possibile la propria abitazione e a non uscire finché il sole non sarà tramontato.

La Terra è diventata troppo calda per uscire di giorno, e così i cittadini, al levarsi del sole, si affrettano a tornare a casa, come tante Cenerentole allo scoccare della mezzanotte: le tapparelle abbassate, i ventilatori e i condizionatori al massimo, le magliette nel freezer per poterle indossare ghiacciate. Di notte finalmente escono, per andare a scuola e a lavoro. E per il resto? Svagarsi, coltivare amicizie, innamorarsi? Beh per queste cose non c’è più tempo, la notte non è più giovane: si esaurisce nelle attività che si devono svolgere, e per quelle che si vogliono svolgere non ne resta.

distopia 
cambiamento climatico
Don’t let the sun (2025) di Jacqueline Zünd

È un’inquietante degenerazione dell’era post-digitale: se potenzialmente la tecnologia ci dà la possibilità di essere più connessi agli altri, la realtà dei fatti è che viviamo in società che ci isolano sempre di più, e in Don’t let the sun (2025) – l’esordio nel cinema finzionale della documentarista svizzera Jacqueline Zünd – questo isolamento sembra essere giunto al suo stadio finale.

A questa solitudine estrema si cerca di porre rimedio pagando un servizio. Jonah è un attore ventottenne che di professione offre compagnia e conforto a estranei, interpretando un ruolo che colma un’assenza: un figlio, un amico, un fidanzato. Data la sua giovane età non gli era ancora capitato di calarsi nela parte del padre, fino a quando non è ingaggiato da Cleo per sua figlia Nika, una bambina triste.

Don't let the sun 
Jacqueline Zünd
Don’t let the sun (2025) di Jacqueline Zünd

«Non è tanto un passo avanti quanto un passo di lato. Una riflessione. Uno sguardo su come le condizioni esterne possano influenzare e plasmare i nostri mondi interiori.»

(Jacqueline Zünd)

Temperature torride a parte, il soggetto sembrerebbe lo stesso di Family Romance, LLC (2019) di Werner Herzog e di Rental Family (2025) di Hikari, prodotto e distribuito in contemporanea al film di Zünd. Tutti e tre mettono in scena – in particolar modo nel rapporto padre-figlia – la realtà delle “famiglie a noleggio”, un servizio attivo in Giappone dagli anni ’90 che fornisce ai clienti attori professionisti per interpretare amici, familiari e qualsiasi tipo di ruolo sociale.

Ma se nella società nipponica questi attori spesso compensano un’assenza “di facciata”, cioè un vuoto ritenuto socialmente imbarazzante o problematico (per esempio in Rental Family il protagonista, interpretato da Brendan Fraser, è assunto per interpretare il padre di una bambina non per una mancanza affettiva, ma perché così facendo questa avrà più opportunità di entrare in una prestigiosa scuola privata), nella società distopica di Don’t let the sun questo servizio di affetti a noleggio non ha niente a che fare con lo sguardo degli altri e col timore del giudizio, ma con la solitudine e la mancanza di relazioni umane che il caldo estremo ha creato.

Don't let the sun (2025) di Jacqueline Zünd
Don’t let the sun (2025) di Jacqueline Zünd

Società distopica perché il genere del film sarebbe, a rigore, quello della distopia.

Ma è così distante dalla realtà?

Solo di qualche grado Celsius, che – se continuiamo così, facciamoci del male – non ci vorrà poi molto a raggiungere. L’elemento distopico discusso fin qui – ovvero gli affetti a noleggio – è ancora geograficamente lontano da noi, ma presente da tempo nella cultura giapponese.

Il secondo elemento distopico – la crisi climatica in atto – ci ha investito proprio in questi giorni e ci ha trovati disarmati. Tra le testate informative che parlano di “temperature record” e “caldo anomalo” senza sottolineare che questo caldo sarà la nuova normalità, e tra politiche che finanziano il riarmo piuttosto che la sostenibilità ambientale, la distopia di Zünd è già realtà, o almeno lo è in certe parti del mondo.

Lo mostra il suo ultimo documentario, Heat (2026), specchio reale del film distopico: nei paesi del Golfo Persico le temperature possono superare i 50°C e la società è divisa tra pochi privilegiati, in grado di proteggersi, e migranti che non hanno altra scelta se non quella di sopportare il caldo per sopravvivere. Ma che effetto ha questo caldo sulle persone? Come cambia i rapporti tra esseri umani?

La stessa ambientazione climaticamente invivibile, la stessa indagine relazionale, solo non più nella finzione ma nel mondo reale.

Distopia
Cambiamento climatico

Heat
(2026) di Jacqueline Zünd

Dunque il demerito del film è di non essere stato visionario – aggettivo che invece spesso si accompagna alle distopie ben riuscite.

Ma il suo merito è più grande: ha il coraggio e la serietà di puntare i riflettori su una verità che tutti sembrano voler ignorare, e lo fa senza il rischio che lo sguardo dello spettatore possa distogliersi. Infatti pur mostrando uno scenario di per sé profondamente ansiogeno – se ci limitiamo alla descrizione del film non accompagnata dalla visione potrebbe sembrare la messa in arte del motto Thunbergeriano «I want you to panic» – Zünd è capace di infondere a tutta la storia una carica di energia propositiva.

I suoi protagonisti, seppur diversi in tutto – età, genere, esperienze –, sentono che la solitudine che li circonda non è più sopportabile: hanno voglia di ricominciare, di conoscere il prossimo, di mettersi in gioco anche a rischio di farsi male. Insomma, hanno voglia di vivere. Anche nelle condizioni più estreme l’essere umano non può sopprimere il suo desiderio vitale, che è un desiderio d’amore. Don’t let the sun è un film luminoso quanto il sole che non vuole abbandonare. Infonde una grande speranza – anche quando il mondo vero ci scoraggia – perché sembra suggerire un modo per scongiurare il futuro alle porte. Un modo forse un po’ ottimistico e banale, ma profondamente umano, e forse l’unico veramente sensato: ripartire dall’amore.

Don't let the sun
Jacqueline Zünd
Don’t let the sun (2025) di Jacqueline Zünd

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