Akira Kurosawa e Sergio Leone – Cowboy e Samurai del Cinema

Davide Capobianco

Giugno 17, 2020

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C’era una volta a Oriente il più grande regista di film sull’antico Giappone mai esistito: Akira Kurosawa, un fan dei western di John Ford e un samurai della cinepresa. Le sue pellicole dal sapore tragico shakespeariano narravano di ronin, shogun e tutto ciò che la storia del lontano Est poteva offrire: sangue e passioni violente (dalla violenta fine).

C’era una volta in Occidente il più grande regista di film western mai esistito: Sergio Leone, un fan altresì di John Ford e di… Akira Kurosawa. Leone era un cowboy della macchina da presa, che esplorò il mito del far west in tutta la sua violenza e amarezza, narrando dell’epica lotta tra il bene e il male, tra i buoni, i brutti e i cattivi.

Questi due cavalieri immortali del cinema si sono più volte incontrati e scontrati, gli orizzonti di Est e Ovest hanno colliso nelle loro leggende. Dove avviene questo contatto? Negli eroi o nei vinti? Nel trionfo o nella sconfitta? Forse nei due vi è una poesia comune, forse violentemente avversa.

Kurosawa vs Leone – La Sfida dei Samurai

Il primo “incontro” tra i due registi avvenne per una causa legale, che Kurosawa intentò a Leone. Ebbene sì, poiché il cineasta italiano rimase talmente impressionato dalla pellicola del maestro giapponese Yojimbo – La sfida del samurai (1961), che decise letteralmente di trasporla in un’ambientazione western. Fu così che nacque Per un pugno di dollari (1964), ad oggi considerato a tutti gli effetti un remake occidentale della sua controparte nipponica.
All’epoca, tuttavia, non furono richiesti diritti da Kurosawa per trasposizioni del suo film o riproposizioni di sorta, per cui Leone e la sua casa di produzione erano nel torto.
Il regista italiano non ammetterà mai a pieno i plagi alla sceneggiatura scritta dal collega orientale, e quest’ultimo riconobbe comunque il grande talento di Leone.

Le due pellicole erano pressoché identiche per trama ed espedienti narrativi: un guerriero senza nome giunge in un villaggio e si confronta con due famiglie al potere.

All’inizio l’eroe di Sergio Leone, un immortale Clint Eastwood, è meno nobile del samurai interpretato dal feticcio di Kurosawa, Toshiro Mifune; di fatti, il pistolero è interessato, da buon personaggio occidentale, solo al guadagno personale. Il samurai, invece, fiero nel suo codice e nella sua etica, vuole eliminare due famiglie sostanzialmente mafiose per il bene della popolazione. Ironicamente, il “duello” finale di Kurosawa vede lo spadaccino contro l’unico uomo armato di pistola nel villaggio (un affettuoso smacco al genere western), quindi il più pericoloso. Leone sostituirà questo villain con Ramòn (Gian Maria Volonté), armato di fucile, perché «quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto».

Il gringo opportunista di Leone, dunque, sceglie alla fine di fare la cosa giusta e liberare la città dall’oppressione e dalla perfidia di Ramòn. È un eroe che si improvvisa tale, di base è un eroe negativo, sporco, che ha l’aspetto di un essere umano ed è completamente a suo agio nella violenza che lo circonda.
Non sappiamo niente del suo passato, dunque nulla delle sue motivazioni. Non sapremo mai da cosa è scaturito quell’atto di compassione, quella pallottola in più che distingue gli eroi. Ma esiste, a quanto pare, un cuore, per arido che sia, dietro gli occhi di ghiaccio.

Sergio Leone e Akira Kurosawa, il cowboy e il samurai del Cinema. Hanno ridefinito il significato della fiaba e della redenzione.

Sopra, Yojimbo – La Sfida del Samurai (Akira Kurosawa, 1961). Sotto, Per un pugno di dollari (Sergio Leone, 1964).

Neanche il ronin di Kurosawa, per quanto fin da subito valoroso e giusto, ha una sua storia, delle sue ragioni per aiutare gli altri. Non ciò che sono stati, ma chi scelgono di essere li qualifica in quanto eroi.

Vi è, però, una differenza importante: in La Sfida del Samurai veniamo a conoscenza del nome del protagonista, Sanjuro; così accade in tutti i film del maestro Kurosawa. Nella Trilogia del Dollaro, invece, il personaggio di Eastwood, il buono, rimarrà per sempre senza nome. Come se il bene fosse un estraneo, incarnato, appunto, nello straniero solitario, che viaggia perduto cercando una redenzione per un mondo avido e desolato. Un bene senza identità, perché non può averla, ma semplicemente esiste in un’era mitica di un lontano west, cosparso di individui sospesi, come su una forca, alla ricerca di una versione migliore di loro stessi.

Una versione che i samurai paiono aver trovato, nelle pellicole a loro dedicate, ma che pure devono confrontarsi con un’inevitabile sconfitta. Non sono loro i vincitori, ma le persone che salvano. Un’aura di perdizione avvolge gli eroi nipponici, ma nondimeno anche quelli dell’Ovest.

Che sia nella storia del Giappone o nel mito del Far West, i sentieri di Kurosawa e Leone si sono intrecciati nell’identità, in ogni senso, per poi esplorare umanità diverse, e infine ricongiungersi in alcune forme della loro poetica. Che il primo western di Leone sia lo specchio di un racconto fiabesco di Kurosawa pare un’assurda quanto armonica coincidenza.

Sergio Leone (a sinistra) e Akira Kurosawa

Kurosawa e Leone – La Katana e il Revolver

«Il cinema dev’essere spettacolo, è questo che il pubblico vuole. E per me lo spettacolo più bello è quello del mito. Il cinema è mito».

(Sergio Leone)

Kurosawa riscopre il mito di quella che fu l’era Sengoku del Giappone, l’inizio del tramonto dei samurai. Un’epoca di scontri e violenze, di saccheggi e soprusi nei confronti di villaggi indifesi. L’apice della sua cinematografia costellata di capolavori viene raggiunto, forse per la prima volta, nei Sette Samurai (1954). Questi guerrieri, ronin, samurai senza padrone (dunque privi di uno scopo), vengono assoldati per difendere gli innocenti. Questi fantasmi senza terra sono gli eroi, sono pronti a sacrificarsi, per nient’altro se non un ideale.

Il bene trionfa nelle fiabe di Kurosawa, ma un’ombra amara si manifesta, prima del lieto fine. I sette spadaccini riescono a portare la pace nelle valli d’Oriente, ma non tutti e sette rivedranno il sole sorgere.

Kanbei Shimada (il leader dei Sette): «Siamo sopravvissuti ancora una volta, abbiamo perso ancora una volta. I contadini sono salvi, le loro terre al sicuro, loro hanno vinto. Noi abbiamo perso».

Come Sanjuro ne La Sfida del Samurai, dopo aver liberato gli oppressi, si rimette in viaggio verso una meta incerta, più che sconosciuta, anche i superstiti dei Sette Samurai ritornano a essere spettri, privi di scopo, e a vagabondare in lande desolate come i loro cuori. Hanno scelto di combattere per la giusta causa, e l’hanno fatto per un misero pugno di riso. Per una ricompensa irrisoria, hanno rischiato e dato la loro vita.

Queste sono le trame più western di Kurosawa, che si orientò poi sempre più nel riproporre soggetti shakespeariani quali Macbeth (Trono di Sangue, 1957) e Re Lear (Ran, 1985), esplorando la psiche più profonda e oscura dell’umano, con sceneggiature più ambigue, in cui non si possono distinguere buoni o cattivi, ma solo esseri umani, folli e disperati.

Sette Samurai (Akira Kurosawa, 1954)

Il mito di Sergio Leone, invece, riscopre gli archetipi omerici di eroi e antieroi, le sue fiabe raccontano l’epico scontro tra il bene e il male. La Trilogia del Dollaro, stando alle parole del regista, è un ritorno fanciullesco della favola, sporcata dal sangue del West, storie di cavalieri, musiche solenni e duelli leggendari.

I protagonisti dell’epos leoniano, a prima vista, non sembrano nobili e consacrati al sacrificio come i guerrieri di Kurosawa. In effetti, il motore delle vicende di Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più Il Buono, Il Brutto e Il Cattivo sono sempre i soldi. Tuttavia, c’è sempre un momento in cui il pistolero eternamente senza nome compie quel gesto di empatia, quell’azione che lo qualifica in quanto eroe. Anzi, nella terza pellicola è lui a rappresentare una sorta di reificazione del bene, in quanto non è nient’altro se non il buono, accanto a un personaggio più ambiguo e umano, Tuco, il brutto, e contrapposto a un altro senza nome, il cattivo.

Il bene trionfa sempre, e anche i cavalieri del West, infine, si allontanano vincitori verso il tramonto, con una punta di malinconia. Niente frasi sofferte, solo una musica incalzante e sguardi intensi, e una desolazione da affrontare a muso duro.
Non sappiamo se quest’angelo dagli occhi di ghiaccio tornerà, col suo cappello a mo’ di elmo, un poncho come mantello e un revolver al posto della spada.

I mondi di Est e Ovest, così apparentemente distanti, collidono nelle fiabe di Leone e Kurosawa. O meglio, pur essendo in una dimensione mitica, le storie del Giappone sono anti-fiabe, poiché ribaltano il trionfo cavalleresco, in maniera paradossalmente realistica, relegando la vittoria ai salvati e non ai salvatori.

Sergio Leone e Akira Kurosawa, il cowboy e il samurai del Cinema. Hanno ridefinito il significato della fiaba e della redenzione.

Per un pugno di dollari (Sergio Leone, 1964)

I racconti del vecchio West, invece, conservano un’aura fiabesca, lontana e confortante. Tuttavia, Leone presto narrerà del tramonto di quell’era, di quel cinema, con il primo film, non a caso, della Trilogia del Tempo (perduto, si dovrebbe aggiungere): C’era una volta il West.

I pistoleri solitari diventano una razza vecchia, destinata a scomparire, così come i samurai. Portano con sé, nell’animo, un qualcosa che sa di morte, che non gli permette di restare. I cavalieri di queste storie non vivono per sempre felici e contenti.

Le ultime parole, però, dell’addio al revolver di Leone, sono emblematiche per i suoi eroi come per quelli di Kurosawa: «un giorno, o l’altro» (in riferimento alla possibilità che il protagonista della pellicola faccia ritorno dalle persone che ha aiutato).

L’apice comune della cinematografia fiabesca di due poli estremi del cinema è la possibilità del ritorno. La forca che soffoca l’umanità può essere tagliata da una lama o spezzata da un proiettile.  L’arduo compito spetta solo a quei guerrieri in grado di convivere e dare redenzione a un mondo spietato. Sono spettri, vivi solo nell’istante della loro impresa, spiriti del bene, che forse torneranno, un giorno o l’altro, per dimostrare ancora una volta che «non basta una corda per fare un impiccato».

Leggi anche: C’era una volta il Western – Archetipi di un genere che divenne mito

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