Lo slasher – Storia di un genere fatto di coltelli e sangue

Giacomo Zanon

Aprile 5, 2020

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L’horror è uno dei generi cinematografici più diffusi e prolifici, che nel corso dei decenni ha subito molti mutamenti e contaminazioni. Un genere con un potenziale enorme, capace di raccontare le paure più profonde, remote e ancestrali dell’uomo, facendo leva sulla fascinazione umana per l’inquietudine e il mistero.

Un genere talmente popolare e ampio da aver generato molti sottogeneri, che tramite i meccanismi dell’horror, appunto, si diramano in strade diverse e tutte con le proprie caratteristiche ben precise. Alcuni esempi possono essere lo splatter, il torture porn, l’home invasion, il gotico e lo slasher.

Questo articolo si concentra sullo slasher, ovvero quel sottogenere in cui un gruppo di persone – spesso dei giovani – sono tormentate da un serial killer – spesso mascherato – che utilizza delle armi da taglio per ucciderle. Il nome deriva dall’inglese “to slash”, che significa “ferire gravemente con un’arma affilata.

Lo slasher - Storia di un genere fatto di coltelli e sangue

Peeping Tom

Sebbene il filone ufficiale degli slasher sia iniziato negli anni ’70, si possono riscontrare dei predecessori, primo fra tutti il The Lodger del 1927 del Maestro della suspense, Alfred Hitchcock, il quale con il capolavoro assoluto Psycho (1960) accentuerà maggiormente le tracce dello slasher seminate nel lontano ’27. Sempre nel 1960, il monumentale Peeping Tom di Michael Powell si spinge ancora più in là, mostrando il punto di vista dell’omicida che uccide delle donne per fotografarle mentre stanno morendo.

Tra i numerosi antecedenti dello slasher – tra i quali possiamo citare anche l’esordio cinematografico ufficiale di Francis Ford Coppola, Dementia 13 del 1963 – quello che più si avvicina al genere vero e proprio che ancora dovrà essere è Reazione a catena, giallo italiano diretto nel 1971 dal grande Mario Bava. Noto anche come Ecologia del delitto, il film mette in scena in maniera implacabile una serie di omicidi perpetrati da un feroce serial killer in una località lagunare.

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Reazione a catena

Nella prima metà degli anni ’70, mentre si sviluppavano molti altri sottogeneri, come lo splatter e gli exploitation movies, lo slasher conosce il suo vero inizio, nel 1974, grazie al celebre Black Christmas di Bob Clark: prendendo ispirazione dalla leggenda urbana statunitense The baby-sitter and the man upstairs, il film tratta di un maniaco assassino che perseguita delle giovani studentesse in una confraternita. Ed è qui che lo slasher si afferma, che le sue caratteristiche si definiscono.

Sempre nel ’74, l’epocale Non aprite quella porta di Tobe Hooper si distacca leggermente dal puro e semplice slasher per fornire un prodotto più articolato e cruento, un ritratto impietoso e disturbante dell’America di periferia dimenticata da tutti, che si vendica selvaggiamente su un gruppo di giovani di passaggio. Il film, parzialmente ispirato alla tremenda storia vera di Ed Gein, mette in campo uno dei maniaci omicidi più celebri del cinema horror, Leatherface, caratterizzato dalla maschera di pelle umana e armato di motosega.

Lo slasher - Un genere fatto di coltelli e sangue

Non aprite quella porta

Il maggiore punto di svolta avviene nel 1978, grazie alla pietra miliare del genio John Carpenter: Halloween. Girato in soli venti giorni con un budget risicato di 300 mila dollari, il film divenne un vero caso all’epoca: oltre 70 milioni di dollari incassati e un successo tale da generare ben undici sequel, in produzione ancora oggi.

L’opera di Carpenter è un’impeccabile commistione tra l’horror d’intrattenimento e il film d’autore: basterebbe solo il piano sequenza iniziale, realizzato con una soggettiva del piccolo Michael, per mettere in chiaro il grande talento del regista. Il primo Halloween è un puro slasher, in quanto ha per protagonisti un gruppo di giovani ragazze dedite a lavorare come baby-sitter che vengono perseguitate da Michael Myers, implacabile maniaco omicida armato di coltello e mascherato.

Lo slasher - Un genere fatto di coltelli e sangue

Halloween

Ma la grandezza del film è data anche da una serie di elementi autoriali messi in campo da Carpenter: oltre alla straordinaria e già citata regia, abbiamo infatti la presentazione di uno dei personaggi più leggendari della storia del Cinema, Michael Myers appunto. Personaggio epocale perché non un semplice serial killer, non un essere umano, ma il Male puro, l’ombra della strega. Non rappresenta dunque una semplice minaccia, ma una forza superiore che non può essere eliminata, che tormenterà i nostri incubi per sempre.

Con la sua maschera meravigliosamente mono-espressiva, che non lascia trasparire alcuna emozione, Michael è diventato uno dei simboli dello slasher, assieme alla final girl Laurie Strode – interpretata dalla scream queen Jamie Lee Curtis – e alla splendida e inquietante colonna sonora.

Con Halloween inizia ufficialmente la Golden Age dello slasher, ovvero il periodo più florido e ricco per il genere, che puntualmente sbancava al box office. In questo periodo, iniziato appunto nel ’78 e conclusosi nel 1984, venivano prodotte decine e decine di film del genere all’anno, dato il loro successo (specialmente tra i giovani) e aiutati dal fatto che potevano essere realizzati in tempi brevi e con poco budget.

In questo periodo uscirono slasher degni di nota, che aggiunsero tasselli non indifferenti per il genere: esempio è Chiamata da uno sconosciuto (1979) di Fred Walton, con Carol Kane nei panni di una baby-sitter perseguitata. Altro anno fondamentale fu il 1980: dal Che la fine abbia inizio di Paul Lynch, con la sempre più affermata Jamie Lee Curtis, al Vestito per uccidere del Maestro Brian De Palma – un brutale omaggio a Hitchcock, con un memorabile Michael Caine – passando per il controverso e violento Maniac di William Lustig. Ma il più importante è Venerdì 13 di Sean Cunningham, primo capitolo di una lunghissima serie horror che ha per protagonista (anche se non in questo primo episodio) il celebre serial killer Jason Voorhees, e  ambientato a Camp Crystal Lake.

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Venerdì 13

Nel 1981 abbiamo Il giorno di San Valentino di George Mihalka (che ha avuto un remake nel 2009) e i fortunati sequel di Halloween e Venerdì 13: il primo ambientato direttamente la notte successiva al primo film, con Laurie Strode ricoverata in ospedale e perseguitata nuovamente dall’immortale Michael Myers; il secondo vede Jason mietere giovani vittime sempre sulle rive del lago Crystal, questa volta mascherato con un telo di iuta, che diventerà la celebra maschera da hockey nel terzo capitolo del 1982, diretto sempre da Steve Miner.

Con un 1983 caratterizzato principalmente dal successo del buon sequel di Psycho, che vede il ritorno del Norman Bates di Anthony Perkins, e dal sorprendente Sleepaway Camp, coinvolgente e inquietante prodotto caratterizzato da un’incredibile colpo di scena finale, si passa poi all’ultimo anno della Golden Age dello slasher.

Il 1984 è noto per un vero e proprio capolavoro: Nightmare di Wes Craven, che all’epoca era noto per il cannibal-movie Le colline hanno gli occhi (1977) e l’estremo esordio con il rape and revenge L’ultima casa a sinistra (1972). Nightmare ha il grande merito di aver creato un altro grande personaggio, il leggendario Freddy Krueger, inquietante demone che entra nei sogni delle persone per terrorizzarle e ucciderle dentro il sogno. La morte nel sogno coincide con l’effettiva morte nella realtà.

Nightmare

Il primo film ebbe un successo clamoroso e generò una lunga e proficua saga, di qualità altalenante, in cui i migliori capitoli (dopo l’eccellente capostipite) sono il buonissimo terzo e il geniale settimo episodio, che mescola la mitologia della saga con il mondo reale di Hollywood. Freddy Krueger è straordinario principalmente perché (come Michael Myers) è indistruttibile: si intrufola diabolicamente nei sogni delle persone, ovvero i luoghi più intimi e privati, e nessuno può fermarlo.

Dal 1985 al 1995 possiamo inquadrare un certo declino del genere slasher: dopo il picco infatti, la discesa prevedeva che un gran numero di film simili venissero rilasciati solamente in home-video, senza il passaggio in sala. Ciò permetteva di abbassare ulteriormente i costi e sfruttava il boom delle VHS di quegli anni: lo slasher divenne il secondo genere più venduto nel mercato home-video dopo i film pornografici.

Importante sottolineare la produzione de La bambola assassina di Tom Holland, che mette in campo Chucky, altro serial killer fondamentale nella storia dell’horror, e che produrrà una serie di sequel e spin-off. Doveroso citare anche Maniac Cop del 1988, dello stesso regista di Maniac, e Candyman (1992) di Bernard Rose, che fonde lo slasher con il thriller soprannaturale, con un grande Tony Todd nei panni del terribile Candyman.

Anno di svolta fu il 1996: Wes Craven salì nuovamente alla ribalta dopo Nightmare grazie a Scream, celebre saga di successo di cui diresse tutti i quattro capitoli, in grado di incassare un totale di oltre 600 milioni di dollari al botteghino. Il film è fondamentale, nonché estremamente innovativo, per essere una parodia dello stesso genere di cui fa parte. L’opera è straordinaria perché in grado di bilanciare impeccabilmente i toni della commedia, quelli dell’horror e quelli del whodunit, merito della brillante sceneggiatura di Kevin Williamson e della solida regia di Craven.

Scream

Scream è appunto una frizzante satira su cosa sia diventato il genere horror in quegli anni, le sue convenzioni, caratteristiche e topos: Ghostface è il maniaco omicida di tutti i capitoli della saga e si caratterizza per il chiamare la vittima al telefono prima di ucciderla, esordendo nella conversazione con la domanda «qual è il tuo film horror preferito?». Un gioco profondamente meta-cinematografico quindi.

L’opera è estremamente interessante anche perché delinea alla perfezione i cliché tipici dei film horror, ovvero: mai dire «torno subito» perché non si torna più, non si deve rispondere al telefono o aprire la porta, è vietato copulare secondo la regola per la quale le vergini sono le uniche a sopravvivere, così come è proibito bere e drogarsi.

Il film ebbe un enorme successo e fu d’ispirazione per molti, anche per il film demenziale Scary Movie (2000), che prendeva in giro un altro slasher importante, il soddisfacente So cosa hai fatto di Jim Gillespie, uscito nel 1997, lo stesso anno di Scream 2, sequel che amplia i discorsi sul genere iniziati l’anno precedente.

So cosa hai fatto

Tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000 abbiamo una produzione intensa di slasher, che iniziano a circolare abbondantemente anche in Asia, Europa e perfino a Bollywood. Continuano i sequel di saghe come Halloween e Venerdì 13 con risultati sempre più scarsi, mentre ottengono sempre più consensi di pubblico i remake delle pietre miliari degli anni ’70 e ’80, primi tra tutti quelli di Non aprite quella porta (2003) e Nightmare (2010).

A inizio millennio si apre anche la celebre saga di Final Destination, che varia leggermente le regole del genere in quanto i ragazzi protagonisti sono cacciati e uccisi dalla Morte stessa. Anche il bel Jeepers Creepers di Victor Salva ottiene un notevole successo, così come Wrong Turn, saga iniziata nel 2003 che conta ben sette episodi, i quali ottennero un riscontro positivo all’inizio – il migliore per qualità è senza dubbio il secondo – per poi essere distribuiti direttamente in home-video.

Hostel

Importante soffermarsi su Hostel diretto da Eli Roth nel 2005 e prodotto da Quentin Tarantino: il film mischia brillantemente il neonato torture-porn (facente parte dello splatter) al classico slasher, basandosi su un soggetto potente e originale. Un gruppo di ragazzi americani è in vacanza nell’est Europa per un viaggio all’insegna della trasgressione e del sesso: saranno trascinati con l’inganno in un luogo perverso e torbido nel quale chiunque può pagare per torturare liberamente delle vittime casuali, in questo caso i malcapitati americani. Un’opera coinvolgente capace di sfruttare benissimo la forza del racconto, l’ambientazione e le qualità tecniche, dall’immersiva regia alla fotografia spettrale.

Dato il successo del primo episodio, nel 2007 Roth realizzò il sequel che, a parere del sottoscritto, è migliore del capostipite in quanto più maturo nella messa in scena, più impattante nella rappresentazione delle scene di violenza e molto intrigante nel mostrare anche il punto di vista dei carnefici e non solamente quello delle vittime.

Lo slasher - Un genere fatto di coltelli e sangue

A l’intérieur

Lo stesso anno, la Francia presenta l’ennesimo tassello del fenomenale movimento “New French Extremity”, ovvero quell’insieme di film francesi, spesso realizzati da grandi registi, che fanno leva su una gran quantità di violenza esplicita e scioccante. À l’intérieur della coppia Maury e Bustillo tratta di una donna incinta che, all’alba del parto, viene perseguitata nella sua stessa casa da una psicopatica che vuole suo figlio. Una gran prova di costruzione della tensione per un inquietante home-invasion che mischia un ottimo splatter con lo slasher.

Negli ultimi anni gli slasher non sono più numerosi come una volta: si notano reboot di importanti lavori del passato, come quello del campione d’incassi Halloween (2018) di David Gordon Green, che vanta il ritorno di Jamie Lee Curtis e Nick Castle, e film che si avventurano in territori più innovativi, come il meraviglioso It Follows (2014) di David Mitchell, che prende alcune caratteristiche tipiche dello slasher per mescolarle con l’horror soprannaturale e importanti tematiche etiche e sociali.

Un genere quindi che ha detto tanto e, nel suo piccolo, è diventato grande e ha fatto la Storia del Cinema. Non resta che vedere come si evolverà nei prossimi anni e nei prossimi decenni.

Leggi anche: Come Hitchcock ha cambiato il cinema

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