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I pugni in tasca – Genealogia del cinema di Marco Bellocchio

I pugni in tasca sono stretti forte, cianotici, senza fiato; sono i pugni dell’adolescenza, stretti contro il silenzio di quattro mura che ne imprigiona il futuro. La forma delle mani serrate si indovina, sotto la tela tesa delle tasche dei pantaloni; non si vedono le nocche bianche, le vene nervose, ma il rigonfiamento tradisce la rabbia, la frustrazione. Il disagio è come polvere nascosta malamente sotto il tappeto dell’amore familiare, una prigione dorata di legami, obblighi, responsabilità. Una villa in montagna, una rendita mensile, quadri, ori e gioielli di famiglia sono soltanto le sbarre di una prigione dorata in cui rinchiudere i sogni di libertà di un giovane disadattato.

L’esordio cinematografico di Marco Bellocchio, I pugni in tasca (1965), è la storia di una famiglia senza padre, con una madre e quattro figli: Augusto, Giulia, Alessandro e Leone. La madre, non vedente, ha bisogno dell’aiuto fondamentale dei suoi figli per mangiare, per passare le giornate leggendo o per andare al cimitero; mentre, invece, Leone, il più piccolo dei quattro, ha frequenti crisi epilettiche e un evidente ritardo mentale, che gli impediscono di essere autosufficiente, di crescere quasi. 

Augusto, il maggiore, sembra ricoprire il ruolo di padre che manca all’appello; ma lo fa malvolentieri, si sente imprigionato nel suo ruolo di capofamiglia e vorrebbe liberarsi del giogo familiare. Ma cedere il trono in favore di chi? Giulia e Alessandro sono ancora immaturi, acerbi, senza un futuro ben definito; giocano ancora ad accapigliarsi, non pensano a costruirsi una vita e una propria indipendenza. Piuttosto si rincorrono come il gatto col topo, si fanno dispetti e giocano a fare i fidanzatini, in un rapporto morboso e incestuoso.

La dimensione casalinga non aiuta. Il mondo esterno sembra non riuscire a penetrare tra le quattro mura della villa, abbarbicata sulle montagne, tra vallate e dirupi; quello che Augusto sembra non voler vedere, è la distanza tra quella casa e il resto del mondo.

Il ponte che collega la cascina alla strada, il burrone che corre oltre il parapetto della strada provinciale che conduce alla città; i luoghi raccontano una storia di isolamento, di alienazione, di un mondo al di fuori del mondo. Lì, lontano dagli occhi e, quindi, lontano dal cuore della civiltà, la famiglia si bea delle sue idiosincrasie, convinta di bastare a sé stessa, di non dover mai mettere la testa fuori dal guscio.

I pugni in tasca
Alessandro fa i conti con le proprie ossessioni

I pugni in tasca e la dialettica del ramo secco

Chi è più colpevole, chi ammazza o chi resta a guardare? Colui che preme il grilletto o chi si volta dall’altra parte? Chi arma la mano o chi quella mano armata la utilizza, fino alle estreme conseguenze? Augusto, in tutto l’arco de I pugni in tasca, non fa altro che lamentarsi di come sia limitato da quella famiglia; di come nella sua quotidianità lui si trascini dietro una zavorra familiare, che gli impedisce di prendere il volo. Se la mamma non gli costasse così tanto, se Leone non avesse tutti quei problemi, se Giulia non fosse così gelosa della sua fidanzata; ma soprattutto, se Alessandro non fosse così immaturo e riuscisse a trovare una sua strada, allora e solo allora, lui sarebbe veramente libero di andar via, per costruirsi un futuro.

Il suo pubblico prediletto è costituito da Alessandro, il suo fratello minore, quello che idealmente dovrebbe prendere il suo posto; che dovrebbe iniziare a sacrificarsi al posto suo, trovando un lavoro che possa contribuire a badare alla casa, stando ben attento però a non nutrire troppi sogni di libertà. Il rapporto tra i due non è fraterno, non è paritario e basato sul reciproco sostegno; Augusto si sente più un padre e si comporta come tale, peccato che sia di pessimo esempio.

Dal canto suo, Alessandro vive in un corto circuito edipico quel rapporto troppo sopra le righe; è combattuto tra il voler conquistare le attenzioni di Giulia, e il rincorrere l’approvazione di quel fratello padre, sempre pronto a trattarlo da moccioso.

Ale nasconde i pugni in tasca e subisce lo stigma come il peccato originale di Adamo ed Eva; frustrato in ogni suo tentativo di crescere e costruirsi una personalità, il secondogenito sente l’adolescenza come uno scoglio insormontabile. A guardarlo muoversi da una stanza all’altra, come una fiera in gabbia, ricorda i movimenti incerti di un bambino che compie i primi passi; si sposta di superficie in superficie, sfidando di volta in volta il proprio equilibrio, perdendolo e ritrovandolo un salto dopo l’altro.

Proprio come un bambino, Alessandro è profondamente influenzabile e malleabile; le parole di suo fratello più grande scavano un solco dentro di lui, sempre più profondo a ogni giorno che passa.

Spiare la vita dietro una finestra

Non lavora, non produce, non ha autonomia o ambizione; non frequenta una ragazza, non amplia il suo corso di studi, si accontenta solo di torchiare il figlio del fattore, piccolo e inerme. Nella sua inettitudine poco altro potrebbe fare, per liberare Augusto di quel peso, se non morire; morire e portare, insieme con sé nel baratro nero, quella accozzaglia di relitti umani che è la sua famiglia. Perché, a eccezione del capofamiglia, gli altri quattro inquilini di quella villa diroccata sono solo rami secchi; individui che non danno nessun beneficio alla società, non arricchiscono il paese né incrementano il PIL. Tanto vale lanciarsi giù da una scarpata e porre fine a tutto.

La strada che sceglierà Alessandro, per liberare sé stesso e suo fratello di quei pesi morti, sarà proprio il vicolo cieco della morte; una strada verso la dannazione, lastricata di cinismo e buone intenzioni, mascherate da istinto di sopravvivenza. E allora si torna al principio, come un Uroboro: chi è colpevole? Solo chi gira con un’arma in mano, o anche chi quell’arma gliel’ha messa in mano? 

I pugni in tasca vuole essere una riflessione sulla crescita, su quel salto nel vuoto che rappresenta la fine dell’adolescenza e l’inizio della vita adulta. 

Giovani vittime di un orizzonte limitato, di un mondo chiuso che vuole solo carne da macello per il tritacarne industriale; individui che passano dal banco di scuola a quello della fabbrica senza passare dal via. Pedine di un Monopoly esistenziale che poco offre, se non un tiro di dadi e due salti sulle caselle di un percorso minato; con bombe pronte a esplodere, fatte di affitti in aumento, caro prezzi dell’energia e un soggiorno in prigione. Una vita del genere, schiava di una routine obnubilante, è scevra di valore e di senso; allora perché sorprendersi del cinismo di chi, stanco di questo gioco al massacro, preferisce bere la cicuta?

I pugni in tasca
Il sole sparge l’alba sui due delitti

La poetica acerba di Bellocchio

I mondi davanti e dietro lo schermo si accavallano, nelle vicende narrate ne I pugni in tasca. Con i dovuti distinguo, la vicenda del protagonista si rispecchia molto in quella di Bellocchio; il regista, ovviamente, non ha ucciso nessun componente della sua famiglia, ma ha provato sulla sua pelle lo scetticismo del mondo adulto, di fronte alle sue scelte fuori dal comune e dal buonsenso. Quello stesso disinganno che tanti bastoni tra le ruote ha messo proprio alla realizzazione di questo film, osteggiato tanto da costringere Bellocchio a finanziarsi da solo.

Allo stesso modo, il regista si è trovato a dover combattere, giovanissimo ed esordiente, con i limiti mentali e prospettici della vita in provincia; un microcosmo che si alimenta di chiacchiericcio e luoghi comuni, diviso dalla metropoli da un burrone profondo con un fiume impetuoso sul fondo. Sembra l’ambientazione di uno dei sogni raccontati da Jung, una delle svariate manifestazioni dell’inconscio collettivo: il fiume sul fondo, testimonianza di un sapere sotterraneo e a tratti spaventoso, reso irraggiungibile dalla vertigine, dalla paura dell’altezza; tutto attorno, la montagna granitica della vita di provincia, fatta di incrollabili scogli culturali e obblighi familiari. Ciò che divide regista e protagonista dalla libertà è la caduta.

Questo conflitto interiore Bellocchio lo manifesta anche nella frenesia con cui, ne I pugni in tasca, utilizza la macchina da presa; tecniche diverse, piani sovrapposti, registri mutevoli contraddistinguono questa prima regia.

Si alternano piani sequenza che seguono i protagonisti mentre passano da una stanza all’altra, saltando sui tavoli o a cavallo di una bara, a inquadrature brevi, nervose, di pochissimi fotogrammi; sia questo, che l’utilizzo di uno zoom a tratti claustrofobico, rendono la narrazione nevrotica, provocando nello spettatore una vertigine e un disagio palpabili. L’utilizzo di inquadrature che passano dall’alto al basso, e viceversa, sottolineano quel senso di titanismo che assale l’adolescente che si sente padrone del suo destino; impeto immediatamente frustrato dal paternalismo imperante, che lo vuole sempre bambino ubbidiente e impaurito di fronte allo Stato/Padre.

Saltare per superare il burrone

Sensazioni amplificate dal contrasto tra gli interni bui, che tolgono fiato, pieni come sono di tendaggi e suppellettili, e gli esterni ampi. Gli ambienti pieni di porte che si aprono e chiudono continuamente, di ombre che si allungano, rendono il tutto profondamente labirintico e spettrale; difficile capire la disposizione o il numero delle stanze, impossibile indovinare le adiacenze, le vicinanze o le distanze fisiche tra i vari componenti della famiglia. Gli esterni, invece, sono ampi e polverosi, come le strade che si affacciano sullo strapiombo, dove non c’è anfratto in cui ripararsi dal sole; marcando ancora una volta la distanza incolmabile tra la casa e la città, che sembrano appartenere a due pianeti completamente diversi tra loro.

La fotografia, ne I pugni in tasca, è dominata da un bianco e nero ricco di sfumature, cariche di significati diversi.

Innanzitutto, ritorna il contrasto tra ambienti interni ed esterni, già portato a galla nelle scenografie: all’interno della casa, complice anche la scarsa illuminazione, le ombre si allungano sui volti e sui gesti, rendendo palese quel lato oscuro che tutti nascondono dietro i buoni sentimenti; all’esterno, invece, domina la luce, la chiarezza, è il luogo delle decisioni pesanti e delle epifanie irresistibili. A questi, però, si aggiunge un altro elemento: la città. La metropoli assume mille sfumature di grigio, lattiginose e sensuali, che gettano una luce onirica e surreale su tutto; quello è il luogo dei sogni a occhi aperti, il regno delle opportunità, la sorgente delle mille diramazioni del futuro.

Film duro, cinico, disturbante, I pugni in tasca segna l’esordio di uno dei grandi del cinema italiano, Marco Bellocchio, capace di legare indissolubilmente privato e politico, parafrasando uno slogan degli anni ’70. Da lì in poi, i suoi film racconteranno di persone intrappolate nei vortici della Storia, sbatacchiati di qua e di là come marionette senz’anima. Mostrando la capacità unica di imprimere su pellicola come vicenda umana e vicenda storica si intreccino indissolubilmente, in un unicum secolare; perché la Storia, con la S maiuscola, altro non è se non la sommatoria di miriadi di storie particolari, di dolori, di emozioni, di comici spaventati guerrieri che combattono contro il domani.

Leggi anche: La balia – L’emancipazione dei personaggi femminili: Vittoria

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