Napoli, il calcio e il cinema – Diario di una vittoria che si è tinta di azzurro

Alessandra Savino

Maggio 23, 2023

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Questo che state per leggere non è né il resoconto parziale di una tifosa, tanto occasionale quanto sentimentale, né una possibile analisi tecnica sull’evoluzione del calcio Napoli dalla sua fondazione a oggi, poiché non ne avrei le competenze. Piuttosto è una pagina di diario, un fermo immagine di un’emozione collettiva. Non è affatto facile cristallizzare un momento storico mentre ancora lo si vive, si sa, si finisce per non rendergli giustizia. Quando al contrario l’unica cosa giusta da fare sarebbe semplicemente abbandonarsi alla corrente, sognanti, disarcionati dalla realtà e allo stesso tempo pienamente consci di confluire nel centro di essa. Non siamo forse di fronte al paradosso della coscienza nell’esperienza?

Non so neanch’io che cosa verrà fuori alla fine di questo pezzo. Sono dell’idea che razionalizzare una magia sia una forma di violenza, così come dover pensare lucidamente ad un’epifania fino a poco fa impensabile. Dunque, voglio essere onesta e mettere in guardia su quanto potrei risultare eccessiva e melensa. Per me e per un’intera generazione cresciuta a pane e mitologia, immersa nell’adorazione profana di Diego Armando Maradona, questo evento, non ironicamente, trascende i confini della materia.

Allenatore, calciatori, società. Si tratta di un miracolo gestito, organizzato, studiato, sudato e conquistato. Ma pur sempre un miracolo.

Il fatale giorno azzurro, rimandato, prolungato e trezziato (a detta di Spalletti, gustato lentamente, come succhiando la propria caramella preferita) è arrivato un giovedì sera di inizio maggio. ‘O quatto ‘e maggio non è un giorno qualunque, per un napoletano è il giorno per eccellenza, dove si fa ammuina, si esce dal tempo ordinario e si entra in una dimensione simbolica di festa incontrollata, quasi dionisiaca. Si giocava Udinese – Napoli, dopo il pareggio in casa con la Salernitana e la vittoria dell’Inter contro la Lazio, bastava un solo punto per scatenare il delirio. Delirio che è arrivato al 52′ con il piazzato vincente dell’attaccante nigeriano Osimhen. Il sangue di San Gennaro si è liquefatto, è uscito dall’ampolla e si è riversato ovunque come lava incandescente.

Dopo trentatré anni il terzo scudetto: la festa quiescente risale la camera magmatica ed esplode finalmente per la strade.

«Ce stanno già troppe parole», ma come si fa a mentalizzare, a rimanere coerenti in mezzo a un fiume di lacrime, abbracci, cori e svenimenti? ‘O core nun tene padrone, canta appunto Liberato. Non riesce a stare quieto, questo cuore, e anche quando deve soffrire deve farlo fino in fondo. La gioia viscerale e inattesa di questo giorno è proprio il risultato della squisita e ininterrotta commozione di un popolo di redivivi che ha fatto della speranza la sua più grande disperazione.

Dopo trentatré anni Napoli vince il terzo scudetto ed esplode di azzurro. Impressioni di una napoletana, tra Sorrentino e Liberato.
Liberato reinterpreta ‘O core nun tene padrone, già nella colonna sonora di Ultras di Francesco Lettieri, recitando la formazione della squadra

Napoli, ma quanto sei bambina stanotte? Come sei bella, come sei stupida, ho pensato inebetita dai fumogeni e dal flutto cadenzato delle bandiere.

Nell’euforia è facile innamorarsi di te, tanti hanno partecipato da lontano alla tua rivalsa. Certo, Napoli è di tutti, ci mancherebbe. Tra l’altro, il 2023 è stato il tuo annus aureus: Napoli di qua, Napoli di là. Ma il vero amore è quello che affronta le avversità, le umiliazioni, che tocca il basso, le profondità più nere. Chi c’è stato con te nei momenti più vergognosi, più difficili, più oscuri adesso vibra di un sentimento purissimo, indescrivibile, che si erge alto in questo cielo di luna piena, in questo maggio prodigioso. Come in Era de maggio, forse la dichiarazione d’amore più struggente, scritta da Salvatore Di Giacomo e musicata da Mario Pasquale Costa, della letteratura napoletana. Poesia d’addio e di rincontro.

Concedetemi l’accostamento inusuale, ma avete presente la parabola del figliol prodigo? Ecco, amare Napoli è amare un figlio perso, amare Napoli è lasciarlo andare quando non c’è nient’altro da fare, amare Napoli è aspettare che ritorni per poi ritrovarlo un giorno all’improvviso.

Dopo trentatré anni Napoli vince il terzo scudetto ed esplode di azzurro. Impressioni di una napoletana, tra Sorrentino e Liberato.
Paolo Sorrentino allo Stadio Diego Armando Maradona per la festa dello scudetto

Penso che anche il Cardinal Angelo Voiello, il laico religioso e il tifoso credente di The New Pope, sarebbe d’accordo. Nondimeno, le prove tecniche di esultanza («La capolista se n’è andata». Amen, aggiungerei) impersonate da Silvio Orlando hanno fatto il giro del web.

E cosa direbbe Fabietto Schisa, l’alter ego del giovane Paolo Sorrentino? Esattamente quello che il regista napoletano ha pronunciato durante la cerimonia ufficiale dello scudetto: «Questo scudetto se è accaduto è perché Maradona ci ha spiegato come si fa e noi lo abbiamo fatto». Dai palleggi poetici di un Dio che ormai si è fatto uomo in Youth alle punizioni perseveranti in È stata la mano di Dio, il numero 10 è l’intramontabile paradigma sorrentiniano non solo della genialità e della sregolatezza, ma anche della fragilità e della tenerezza.

Ed è propria la tenerezza la dimensione che attribuisco di più a questo evento. Non è tanto la vittoria, ma il viaggio intero che l’ha sprigionata. Un viaggio di passione, di arraggia, di tensione. Sì, quel tendere verso, quell’andare verso qualcuno cosicché dopo l’incontro possa essere migliore. Insieme. Anche insieme a chi non c’è più, a chi non ha potuto prendere parte a questa sorta di giubileo calcistico. Dai grandi del cinema, della musica e dello spettacolo (Massimo Troisi, Pino Daniele, Luciano De Crescenzo), dallo stesso Dieguito e, sopra ogni cosa, a mio nonno Gianni. Sono cresciuta con i racconti inebrianti di una Napoli orgogliosa guardando i suoi occhi verdeazzurri. A lui devo il grazie più grande e con lui snocciolo quest’altra cerasa. Me lo immagino ridente fischiettare gli ultimi versi della canzone:

Torna maggio e torna ammore:
fa’ de me chello che vuò.

-Era de maggio, Salvatore Di Giacomo

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