La chimera – La vita (non) è un sogno

Eleonora Artesi

Aprile 22, 2024

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Il film rohrwacheriano – La chimera – ambientato nella Tuscia degli anni ’70, sembra riproporre (ancora una volta insieme a Lazzaro felice) il rapporto conflittuale tra la ferocia del consumismo e la persistenza del sacrale e del primitivo. I protagonisti sono un gruppo di tombaroli nei quali riecheggia una forte aurea pasoliniana: la pratica di profanare tombe etrusche nella loro ingenuità viene vista come un modo per mantenere un legame con l’aldilà. Il loro vocabolario, infatti, è privo di elementi come il guadagno e il business, due aspetti che nell’arido mondo di Spartaco (misteriosa mercante d’arte interpretata da Alba Rohrwacher) e del traffico di antiche reliquie sono considerati assolutamente essenziali.

I tombaroli scoprono gli affari di Spartaco – La chimera di Alice Rohrwacher

La chimera di Alice Rohrwacher è una pellicola dal sapore onirico e realista al tempo stesso, che gioca sulla tensione di ricordi di cose perdute e sogni troppo grandi dalla realizzazione inimmaginabile.
Così, l’atto incessante di passare in rassegna memorie e aspirazioni e l’incongruenza con cui bisogna far i conti appare pian piano agonizzante. Un’ansiosa agonia obbliga l’uomo, che non vuole svegliarsi dal sonno, a nascondersi nelle perdute cose, evitando così che la cruda realtà tardi a schiacciargli le ossa.


«Vorrei spiegarvi, oh Dio! / Qual è l’affanno mio / Ma mi condanna il fato / A pianger e tacer» sono i versi mozartiani che, risuonando in alcune scene de La chimera, si fanno portavoce del malessere di Arthur (Josh O’Connor).
L’affanno che attanaglia il protagonista è il voler vivere in virtù delle sue chimere, la passione per l’archeologia e l’amore per la perduta Beniamina. Commettendo così l’errore di non tenere a mente che la vita può soltanto assumere le sembianze di un sogno a malapena effimero e fuggevole, di un qualcosa che è «appena chimera e ombra», come affermava Pedro Calderón de la Barca per bocca di Sigismondo. Il suo è un sogno non finito che non giungerà mai a compimento poiché, pur possedendo lo slancio esistenziale adeguato, si illude di poter consacrare la sua esistenza esclusivamente alle sue chimere. La vana consistenza del tentativo di scombinare il Destino è messa in risalto dai continui andirivieni tra fasi oniriche e una realtà spietata e disillusa.
Di quanto viene plasmato dal sogno, all’uomo risulta inafferrabile anche soltanto l’ombra.

«E perché io allora ho i desideri che ho? Ma che davvero io son fatto così solo per arrivare alla conclusione che il mio modo d’essere è tutta una truffa?»

(Fëdor Dostoevskij, Ricordi dal sottosuolo)

Lo scacco esistenziale di Arthur, in realtà, non ruota intorno alla tensione dostoevskiana “eroe – pezzo di fango”, bensì tra la vita chimerica e trasognata, fatta d’amore mitico e di contemplazione dell’antico, e la cruda e meschina realtà, alla cui base vi è la brama perversa di inarrestabile arricchimento.


Spartaco e i tombaroli in seguito al gesto compiuto da Arthur – La chimera di Alice Rohrwacher

Gli uomini, specie i tombaroli, in questi andirivieni da un sottosuolo all’altro, dove hanno modo di confrontarsi con la legge del buio e con le anime dei morti, dovrebbero essere delicati come uccelli in volo e timorati della sacralità del sotterraneo.
Ma la brama di denaro e di riscatto sociale è un qualcosa che si radica nell’animo umano in modo così insidioso da rinnegare i valori; un inganno così fine da far credere all’uomo che tale brama altro non sia che un desiderio, un bisogno primordiale. L’esito della trappola orchestrata dal dio danaro è una metamorfosi canina che, come morbo febbrile, non lascia scampo neanche agli amici di Arthur, i quali, invece, sembrava avessero sposato il rischio clandestino dell’essere tombaroli per il nobile fine di mettersi in contatto con i propri antenati etruschi.

Il gruppo dei tombaroli – La chimera di Alice Rohrwacher

Per dare risonanza a tale conflitto, Alice Rohrwacher inserisce un mise en abyme” animato da un forte senso di denuncia: il Cantastorie.


«se brama non avessero che del denaro solo,
sarebbero più armonici tra l’estasi e l’arcano,
non alienati cronici dal sacro e dal profano;
né disgraziati afflitti dall’utile immediato,
dall’ansia dei profitti che il più è soffocato”
.
Arthur, al contrario, sembra cercare qualcosa di più profondo. Egli, infatti, difronte a questo oblio valoriale risponde gettando la testa della statua etrusca in mare.
“Però non fu capito, lo presero per pazzo,
per un rimbecillito, e fecero schiamazzo:
gli insulti si sprecarono, le grida e lo stupore;
però, non lo toccarono con tutto quel clamore.
Quel che gli è balenato è una vita più piena,
col cuore alimentato da una più ricca vena.
Cercava di volare, ma non gli si mossero le ali.
Rimase a terra con i suoi vecchi mali
»

La signora Flora – La chimera di Alice Rohrwacher

Un possibile rifugio dall’inarrestabile incombere del tempo e dallo stravolgimento delle dinamiche socio-culturali è rappresentato non tanto dalla villa, quanto dalla stessa signora Flora (Isabella Rossellini). Una figura femminile nelle vesti di una sacerdotessa il cui culto è rivolto a un passato ostinatamente celebrato al pari di un intramontabile presente e all’amore mitizzato (quello nei confronti di Beniamina).
Ciononostante, la sensazione di protezione, che dovrebbe restituire questo “nido”, non è che estemporanea: tra le mura decadenti della villa riecheggia puntualmente il pianto di un bambino. Questa immagine nella sua essenza simbolica viene in aiuto per figurare il personaggio di Arthur.
Infatti, il pianto del bambino altro non è che l’urlo di dolore contro il trionfo della menzogna che si prende gioco degli uomini, mostrando loro l’eterno vero diminuito e labile.
Tale urlo da fuoco ardente si riduce a flebile fiamma, poiché nella signorile decadenza dell’edificio né ritrova l’accogliente calore di un nido né il risonante rimbombo del suo affanno esistenziale.

«Ma questo gioco è senza fine: ogni nostro desiderio ricrea il mondo e ogni nostro pensiero lo annienta…Nella vita di tutti i giorni si alterano la cosmogonia e l’apocalisse: creatori e demolitori quotidiani, pratichiamo su scala infinitesimale i miti eterni; e ogni nostro istante riproduce e prefigura il destino»

(Emil Cioran, Sommario di decomposizione)

La chimera è, inoltre, un’opera cinematografica delicatamente costellata da rimandi mitologici.
Già la presenza iniziale delle tre ragazze quasi nelle vesti di Parche è come se andasse a ribadire l’essenza più che ferrea del Destino: Arthur può solo spiegare e lamentare l’affanno della sua finitudine alla divinità, poiché anche questa, al pari degli uomini, è impotente dinanzi alla pesante “ruota eterna”. Oltre a ciò, vi è anche il fatto che l’intera narrazione, pur prendendo piede nel mondo clandestino dei tombaroli, abbia come punto focale la storia d’amore tra Arthur e Beniamina, l’eco moderna dell’amore tra Orfeo ed Euridice. Entrambe le storie d’amore costruiscono la loro trama sull’attesa, la ricerca dell’altro e il rimpianto, in quanto esposte allo scacco dei “crudelia fata”. Tale esposizione non fa altro che amplificare la dicotomia tra il soggetto amoroso e l’essere amato, facendo ad entrambi vivere questo amore come un’impietosa condanna. Per una condizione fatale, l’innamorato è irrimediabilmente colui che aspetta.

Arthur nella villa della signora Flora – La chimera di Alice Rohrwacher

Qualora si andasse a verificare il passaggio da un’assenza banale a un’eterna, cioè la morte, tale condizione fatale si andrebbe soltanto ad amplificare: lì dove il soggetto amoroso si sente manchevole dell’oggetto amato, il suo delirio e le sue allucinazioni trovano terreno fertile.
Il presupposto tacito alla base di questo meccanismo allucinatorio è la mancanza di volontà da parte del soggetto amoroso di accettare la morte dell’oggetto amato e con esso dell’amore stesso. E l’unico modo per posticipare il momento luttuoso è quello di vivere costantemente nell’attesa e nella sua sempre più celere decomposizione.

Le continue discese nei sottosuoli vanno a rappresentare ciò che Roland Barthes definiva “scenografia dell’attesa”: queste “catabasi d’amore” sono pezzi di tempo che Arthur ritaglia e consacra a una vera e propria ritualità, costituita dalla mimesi della perdita dell’oggetto amato e dalla recita di un piccolo lutto.

«Chi ha perduto me, sventurata, e te, Orfeo?
Quale grande follia? Ecco i crudeli fati
Mi richiamano indietro nell’Ade e il sonno annebbia i miei occhi vacillanti.
Ora addio: vado circondata da un’immensa notte, tendendo a te, ahi non più tua, le deboli mani»


(Ovidio, Metamorfosi)

Sempre secondo l’ottica barthesiana, Arthur si troverebbe nelle sabbie mobili della catastrofe amorosa: egli, infatti, pur di inseguire il filo rosso dell’amore per Beniamina e per l’archeologia, si ritrova inghiottito dallo stesso terreno che alimenta il suo furore. Il soggetto amoroso è perfettamente conscio della situazione estrema in cui si trova avvinghiato e del fatto che questa finirà per condurlo a una totale distruzione di sé. Per quanto catastrofico, Arthur si appiglia con le ultime forze rimaste a questo amore mitizzato, rifiutando un amore più concreto, maggiormente legato alla realtà. L’amore mitizzato è un “miele meno amaro” perché è frutto dell’attività immaginativa del soggetto amoroso, che come un piccolo demiurgo, plasma a suo piacimento il desiderio e anche l’oggetto amato.

Italia e Arthur – La chimera di Alice Rohrwacher

Al contrario, l’amore reale ed effettivo comporta responsabilità e compromessi nei confronti dell’oggetto amato; situazione che va a limitare drasticamente l’attività demiurgica.
Dunque, Arthur preferisce crogiolarsi nell’amore mitizzato, poiché assume il ruolo di soggetto amoroso pur sempre assoggettato, però dal desiderio da lui stesso plasmato.
Mentre nel caso dell’amore reale egli è costretto ad essere doppiamente assoggettato: sia dal desiderio amoroso che dalla persona amata. La forma di amore reale è incarnata nella figura di Italia (Carol Duarte) : lei è, infatti, l’unica a mantenere per tutta la narrazione una visione realistica e ragionevole. Il momento in cui Italia si rende conto in cosa effettivamente consista l’attività di un tombarolo è assai cruciale: assumendo il ruolo di un intero coro tragico, comunica la propria contrarietà attraverso un risonante “Vi maledico!”. E considerata la sua portata umana, non avrebbe potuto urlare altro, perché, come affermava Dostoevskij, l’unica cosa che differisce l’uomo dagli altri esseri viventi è la capacità di maledire.

«L’essere amato sembra allora volermi spingere sempre più addentro nel mio delirio, sembra voler mantenere viva ed esulcerante la mia ferità d’amore»

(Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso)

Il processo di proiezione e identificazione che riguarda Arthur e Orfeo non si manifesta soltanto perché entrambi vengono delineati come “i possessori del Dono”; ma in modo particolare nella reazione assunta in seguito alla morte della propria amata. Il poeta trace dà voce alla sua sofferenza d’amore, sublimando nel canto un passato che non potrà più tornare; l’archeologo inglese la sublima con la continua ricerca e contemplazione degli “amabili cocci”. Se l’uno fu il solo a far sedere Sisifo sul suo masso con le sue preghiere intrise di languore; l’altro è il solo ad ascoltare i sussurri e i lamenti degli abitanti del sottosuolo per farsi mostrare quel filo rosso grazie al quale potrebbe finalmente ricongiungersi con l’amata.

Arthur prima di gettare la testa della statua in mare – La chimera di Alice Rohrwacher

L’amore, però, oltre ad essere una forza, è al contempo “dementia” che annebbia la mente del soggetto amoroso. A tradire Orfeo fu l’estasi del quasi ricongiungimento con Euridice poco prima di varcare le porte del regno dei morti. A tradire Arthur fu, invece, l’atto di gettare in mare la testa della statua etrusca, poiché assunse quasi con forza l’arbitrio di salvaguardare dall’avido e feroce sguardo umano ciò che deve essere contemplato e ammirato con placida innocenza e meraviglia. Per ambedue i soggetti amorosi, infatti, una volta traditi in modo così spietato dallo stesso “furor” che alimenta i loro animi, è inevitabile che vadano incontro a una fine a dir poco tragica: Orfeo preda della furia delle Menadi, Arthur sepolto vivo dagli “alienati cronici dal sacro e dal profano”.

«Ahimè! Fu forse sogno vano?
Fu di spossati sensi un’illusione?
O forse è vero: nel mio cor lontano
Cantava Amor la prima sua canzone?»


(Carlo Michelstaedter, Poesie)

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