Significato e Finale di Lazzaro felice – L’illusione dell’Inviolata

Carmine Esposito

10.07.2018

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«Chi ha vist’ o lupo e s’e miso paura

nun sape buono qual’ è a verità

o vero lupo ca magna ‘e creature

è o piemontese c’avimma caccià».

(Musicanova, Brigante se more)

«Chi pecora si fa, il lupo la mangia».

(Antico proverbio napoletano)

Lazzaro felice

Lazzaro felice di Alice Rohrwacher (2018)

L'”Inviolata” è un campo di tabacco situato nei pressi della Ciociaria, a giudicare dall’accento dei contadini. Entrarci è un po’ come prendere la macchina del tempo e tornare indietro di cento anni: tornare ai tempi della mezzadria, ai casali dove convivono cinquanta persone in sei stanze, alle lampadine condivise, al pane con le cipolle e alla totale assenza di elettrodomestici.

Proprio qui vive Lazzaro, un contadino adolescente dal buon cuore e dalla bontà ingenua, a tratti decisamente irritante, sempre pronto a rispondere a qualsiasi richiesta di aiuto, senza se e senza ma.

Attraverso i suoi occhi limpidi e innocenti, osserviamo la vita quotidiana di una comunità di braccianti che vive in condizioni di totale povertà; una comunità contadina apparentemente sospesa nel tempo, lontana anni luce dalla modernità.

Il primo elemento di disturbo e i primi dubbi, però, sorgono quando nella comunità arriva il signor Nicola, il contabile del mezzadro, portando con sé un cellulare degli anni Novanta. E allora viene naturale chiedersi: in che anno siamo? Com’è possibile che Nicola abbia un cellulare? Com’è possibile che i contadini non abbiano un televisore, una lavatrice, uno scaldabagno?

Lazzaro felice

Lazzaro felice di Alice Rohrwacher (2018)

La risposta è tanto semplice quanto complicata: l'”Inviolata” è come il Mondo perduto di Conan Doyle. Nascosto tra foreste, fiumi e colline, questo mondo di “dinosauri sociali” vive completamente sottomesso, sia a livello lavorativo sia culturale, alla marchesa proprietaria della piantagione. Questo spazio prospera coperto dal velo di Maya, incurante di una modernità incalzante che potrebbe rompere le catene di questa vera e propria schiavitù, ma che forse non avrebbe un posto per questi residui di un’altra epoca.

L’inganno è presto svelato, il velo dell’isolamento viene strappato e la comunità viene ricondotta nell’ovile della modernità. Si libera finalmente per abbracciare un futuro diverso e migliore? Oppure no?

Gli stanzoni sono sostituiti da una baracca tra i binari del treno; patatine e merendine prendono il posto di pane e cipolle; truffe e piccoli furti sostituiscono la raccolta e l’essiccazione delle foglie di tabacco. Queste sono le testimonianze della modernità, racchiuse in un generale senso di spaesamento.

Tra le macchine e i palazzi, i contadini hanno perso la capacità di riconoscere la cicoria e di arrangiarsi, hanno smarrito il loro senso di comunità. Stretti tra debiti ed espedienti, vivono alla giornata, sempre sul filo del rasoio, senza più nessuno da prendere in giro, qualcuno su cui sfogarsi con piccole vendette o un nemico da combattere. Anche la dinastia della marchesa, ormai, è fatta di pezzenti come loro: il progresso ha presentato il conto a tutti.

Lazzaro felice

Lazzaro in Lazzaro felice di Alice Rohrwacher (2018)

In questo contesto si inscrive la parabola di Lazzaro. Questo ragazzino dalla chioma scapigliata e dagli occhi azzurri, comandato a bacchetta da tutti, indipendentemente dall’età, non sembra accorgersene né, tantomeno, soffrirne. È buono Lazzaro, ma non si sforza di esserlo: lo è in maniera ingenua, del tutto naturale. Non sceglie di aiutare gli altri, è totalmente inconsapevole della sua disponibilità, tanto da sembrare un po’ tocco agli occhi degli altri, che lo trattano alla stregua dello scemo del villaggio. Non riesce a concepire la cattiveria, non coglie la malignità nei gesti, né quando i suoi coetanei lo mandano in giro a fare il caffè per toglierselo di torno, né tantomeno riesce a decostruire i sottili giochetti del marchesino, che lo utilizza a suo piacimento nella guerra personale intrapresa contro la madre.

Sembra quasi un santo, Lazzaro, una figura cristologica che carica su di sé tutte le fatiche del mondo, capace persino di parlare con gli animali, che lo riconoscono come inoffensivo. Per Lazzaro non esiste posto nel nuovo mondo. Nella modernità, un animo incorruttibile come il suo non riesce a trovare una collocazione; nel mondo contadino era lo scemo del villaggio, preso in giro ma integrato e, in qualche modo tutelato. Nel mondo moderno, cannibale e impietoso, la sua bontà non può che soccombere sotto i colpi dell’intolleranza nei confronti del diverso.

In un mondo che vuole tramutare tutti in pecore e fagocitarle come bestiame, una persona come Lazzaro, che rimane selvaggio come il lupo anche in mezzo agli uomini, è un esempio pericoloso che va eliminato a tutti i costi.

Lazzaro felice

Lazzaro in Lazzaro felice di Alice Rohrwacher (2018)

Guardare Lazzaro felice è un po’ come risvegliarsi da un sogno. C’è molta empatia tra spettatore e personaggi, proprio perché, così come i contadini si risvegliano dall’illusione dell’Inviolata, anche lo spettatore si risveglia dall’illusione che, ancora oggi, i contadini vivrebbero una condizione migliore di quella della mezzadria.

Nonostante questo, non c’è alcuna nostalgia per i tempi che furono. La società contadina non è raffigurata come un mondo arcadico e ideale: vi sono condizioni di schiavitù e ignoranza che, in qualche modo, il progresso non è riuscito a eliminare. Piuttosto, il dominio è diventato più strisciante; si è proceduto a una liquefazione della società e delle forme di sottomissione, per dirla con Bauman, e il controllo si è distribuito attraverso una molteplicità di strumenti.

Se prima era il mezzadro a rappresentare, a suo modo, un’istituzione totale, ora ci pensano le leggi e il senso comune e le necessità finanziarie a costringerci in una gabbia, mentre il volto di un “nemico” ideale da combattere diventa sempre più sfumato.

Perdiamo il senso di noi stessi, siamo normati nel pubblico ma soprattutto nel privato e, proprio per questo, la devianza diventa un pericolo per l’equilibrio generale.

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