Nuovi Sguardi – Agosto in Pelliccia e il corpo al condizionale

Caterina Cingolani

Marzo 19, 2024

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Inizio dalla fine. Al termine di un’intensa chiacchierata con Alessandro Rocca, regista e artista a tutto tondo, ho chiesto se avesse una frase guida a cui affidare la sua ricerca poetica. Mi ha risposto citando Rimbaud.

«L’unica cosa insopportabile è che niente è insopportabile».
Arthur Rimbaud

Al mondo non esiste nulla di fondamentalmente intollerabile. Esiste solo ciò che l’essere umano impara a sopportare: anche le peggiori atrocità possono divenire abitudine, anestesia di mente e spirito. Soprattutto quelle che pensavamo così distanti da noi.

Ogni rapporto umano è – anche – un discorso di confine. Non inteso semplicemente come linea di demarcazione che suddivide un corpo dall’altro, quanto come soglia che, nel carattere dell’incompletezza, si rende luogo di un incontro. Qual è il confine tra me e te? Come conquistare l’indipendenza dal desiderio dell’altro, quando l’amore ha tutto il sapore dell’odio? Ce lo racconta Alessandro Rocca con i suoi cortometraggi, Agosto in Pelliccia e Sans Dieu.

Alessandro Rocca

In che contesto nasce il tuo ultimo cortometraggio, Sans Dieu? L’esigenza di raccontare questa storia così personale, focalizzandoti principalmente sui personaggi, è evidente. Eppure, questi non sembrano avere un vissuto alle loro spalle. Come spettri, vivono per noi, nei frammenti del corto. Sono personaggi in attesa di prendere corpo, come si vede nella scena in chiesa in cui uno dei due protagonisti porge un’ostia all’altro.

Prima di risponderti, vorrei fare una premessa che, forse, rappresenta anche una chiave di lettura per il mio lavoro. Tutto parte dal concetto a cui mi aggrappo in ogni processo creativo. Ogni lavoro che faccio, per adesso, è concretamente radicato nelle mie esperienze. Ho sperimentato vari linguaggi (pittura, scultura, letteratura fantascientifica) ma ho capito che il cinema è il mezzo che mi appaga di più. Mi aiuta più degli altri. È come un confessionale, una seduta psicoanalitica dove poter sublimare traumi, peccati e tormenti.

Quando ho capito questo, mi sono sentito sollevato. Mi sono preso il rischio di scavare più a fondo in me stesso, seppur sia un’arma a doppio taglio. Lo scavare crea un vuoto che non si riempirà mai, nonostante le soddisfazioni che arrivano dalle opere. È un atto masochista in un certo senso, un dolore che genera piacere. Dopo il mio ultimo corto, Sans Dieu, mi sono detto “basta, non voglio più fare corti”, eppure ne sto già scrivendo un altro.

Perché la scelta del francese?

Ho vissuto un’esperienza analoga a quella del film con una persona francese. Sentivo che non dovevo trasfigurare troppo il ricordo, ma rispettarne la veridicità nella scrittura. Mi sono messo dei paletti: la lingua e l’ambiente della campagna per immergermi nel mio vissuto.

Uno scatto dal set di Sans Dieu

Immagino che, nonostante tu dica di non riuscire a riempire il vuoto che tu stesso crei, con Agosto in Pelliccia ti sia anche lasciato stupire da quello che hai trovato.

Si. Rivedendolo, ovviamente, cambierei un sacco di cose, ma sento comunque di aver trovato una sorta di armonia. C’è una cosa che mi soddisfa molto, quando funziona. Nel momento in cui inizio ad immaginare un racconto per il cinema, parto sempre da un aspetto interno al personaggio. Una volta che è chiaro quello, mi dedico di conseguenza alle scelte di fotografia, di scenografia, di costumi

Riguardando Agosto in Pelliccia, sento che ci sia coerenza da questo punto di vista. Ad esempio, il personaggio della nonna ha una personalità polverosa, corrotta dall’Alzheimer. Vive bloccata nel tempo e la sua camera da letto racconta proprio questo: luci soffuse e offuscate, mobili d’epoca, carta da parati antiquata. Come offuscata è anche la concezione corporea e identitaria di Tommaso. Egli danza, proprio in quella stanza, sulle note di una canzone che ha gli stessi anni della nonna. Mi piace mantenere questa ambivalenza, perché ambivalente è l’anima del personaggio. A momenti di forte chiaroscuro emotivo e visivo, alterno immagini con una marcata sensorialità e dolcezza, quasi tattile.

Contrasto è la parola d’ordine in Agosto in Pelliccia: dalla fotografia alle scelte musicali, fino al rapporto tra i due fratelli, Tommaso e Leonardo. I due cercano di primeggiare rispetto all’altro: un tentativo continuo di accaparrarsi i favori della nonna e ottenere lo scettro del potere, che è poi quella pelliccia che indossa la donna. Cosa è andato storto tra i due fratelli? E come hai immerso gli attori nella dinamica di questa sorta di famiglia-branco?

Entrambi gli interpreti, Nicolò Sala e Lorenzo Piazzoni, hanno personalità molto forti. Gioco spesso, passatemi il termine, sfruttando le personalità dei miei attori, per vedere cosa fuoriesce. Abbiamo fatto riunioni in cui raccontavo la dinamica del cortometraggio: il concetto della lotta al potere e dell’amore, da una parte soffocato dalla paura e dall’altro dalla repressione, dunque l’incomunicabilità tra i due fratelli.

Si trattava di erigere un muro intangibile che, in qualche modo, li rendesse nemici ma anche attratti l’uno dall’altro. Nel concreto mi sono chiesto come riuscire davvero ad instaurare questo conflitto fraterno, un rapporto che si infuoca ancora di più, essendo loro due quasi coetanei: la dinamica di amore-odio tra due fratelli quasi della stessa età è già un dato di fatto, ma come farci arrivare due persone estranee?

Ho prenotato una stanza d’albergo e li ho lasciati lì dentro per una settimana, da soli. Andavo a trovarli una volta al giorno per provare delle scene o per discutere del corto. I primi giorni l’atmosfera era molto leggera: ridevano e scherzavano in continuazione, anche in maniera esagerata, forse per nascondere l’insicurezza. Negli ultimi giorni questa dinamica è crollata del tutto e sono venute fuori le loro personalità. C’era tanta tensione tra i loro corpi e questo scarto tra raziocinio e istinto è ciò su cui ho fatto leva per costruire i personaggi. Non volendo, hanno messo in scena molte dinamiche del cortometraggio: credo che si siano anche sorpresi di loro stessi, nel sentire qualcosa di diverso in cui hanno creduto.

Ad un certo punto, però, si è attivata una dinamica molto particolare: uno dei due attori, forse per paura, mi ha riversato addosso tutto quello che aveva vissuto nel corto, applicando una sorta di transfert nei miei confronti. Dopo l’ultima scena, quella della rasatura dei capelli, mi ha sollevato la maglietta, infilandoci dentro tutti i capelli appena rasati. Mi ha dato una pacca sulla spalla e se n’è andato. Avendo subito queste dinamiche da personaggio, forse sentiva il bisogno di togliersi di dosso questo peso e scaricarlo sulla persona che ha scritturato questi abusi e che, indirettamente, ne era il carnefice. Non mi era mai successa una cosa del genere. Non è stato semplice a livello emotivo.

Nuovi Sguardi - Agosto in Pelliccia e il corpo al condizionale
Il dialogo con gli attori durante il set di Agosto in Pelliccia

In Agosto in Pelliccia i due protagonisti sembrano collegati, nel corpo e nello spirito, a due animali in particolare: una volpe mansueta e un lupo che si mostra in tutta la sua bestialità sanguinolenta. Che valenza aveva per te il fatto di collegare l’uomo e l’animale? Associ le zone d’ombra dei personaggi al non umano?

Per me collegare un personaggio all’animale o “all’essere animale”, è una cosa naturale e spontanea. In più aiuta tanto me quanto l’attore a costruire il personaggio: sviscerando chi sono e che cosa vogliono davvero, prima o poi, viene fuori questo meccanismo. È un valore aggiunto che entra anche nella recitazione, nei movimenti dell’attore. Tommaso ha dei movimenti sinuosi ma schivi, come una volpe. Leonardo è molto più impostato e secco, come un lupo. Lo studio del moto degli animali aggiunge dettagli alla recitazione e rappresenta una buona percentuale nel mio lavoro con gli attori.

Nel caso di Agosto in pelliccia, ho cominciato con il delineare il personaggio di Tommaso: un’anima sottomessa, fragile, ma anche molto coraggiosa e desiderosa di esplorare la sua identità sessuale. Nel suo percorso di scoperta personale, egli cerca di farsi strada nel microcosmo tossico della casa in cui vive, in cui non ha nessuno per poter parlare.

La nonna, probabilmente, era un mentore per lui, una sorta di confidente, ora schiacciata dalla sua malattia. Con il fratello, Leo, ha un rapporto tossico. Tommaso cerca in tutti i modi di andargli incontro, ma davanti a sé trova sempre un muro freddo. Tommaso straborda, ha qualcosa che deve uscire e di cui doversi liberare, ma lo fa sempre in maniera un po’ schiva, in segreto. In qualche modo è saltata fuori la volpe. Mi interessava il capello rosso per caratterizzarlo. Poi ho applicato lo stesso ragionamento per il personaggio di Leonardo.

Nella scena finale di Sans Dieu, un ragno e una mosca raffigurano la dinamica della dipendenza affettiva, tramutatasi in una sorta di violenza psicologica.

Anche il mio prossimo cortometraggio, Królik, avrà di sfondo un animale, un coniglio. In più mi lascio molto guidare dalle filastrocche o dalle poesie, meno dai racconti o dai saggi. Mentre scrivevo Agosto in Pelliccia, avendo già intuito gli animali, mi sono imbattuto in una filastrocca chiamata “Il lupo e La volpe”. In questa filastrocca un lupo sottomette una volpe dicendogli: “Pelorosso! Pelorosso! Portami da mangiare, o mangio te”. La volpe alla fine della storia riesce a vincere su di lui, anche se così non è il finale di Agosto in Pelliccia.

La colonna sonora, “Tu che mi fai piangere“, sembra boccheggiare le parole non dette da Tommaso.

Tu che mi fai piangere” è una melodia che ricorda la temporalità in cui è rimasta bloccata la nonna, e che ha fatto bloccare anche me. Me la sono ascoltata in continuazione in pre-produzione, mentre davanti a me si imbastiva l’immaginario della danza, i movimenti che il mio attore avrebbe fatto. Tutto di quella canzone chiama il momento privato del personaggio-volpe, brutalmente interrotto dall’attore-lupo che lo schernisce. “Tu che mi fai piangere”, segue in modo molto specifico il racconto di Agosto in Pelliccia. La colonna sonora è ciò che lega tutti e tre i personaggi: la casa in cui vivono, l’atmosfera che subiscono, l’amore, il romanticismo, i soprusi e i giochi malati di potere che vediamo.

Nuovi Sguardi - Agosto in Pelliccia e il corpo al condizionale
Uno scatto dal set di Agosto in Pelliccia

Possiamo dire che la casa in cui si svolgono gli eventi, sia anche la gabbia dei tuoi personaggi?

Si. La vedo esattamente come una gabbia, un microcosmo a sé stante. Fuori di lì c’è il mondo, ma noi non lo vediamo. La storia è ambientata in un pomeriggio bollente di agosto. Due personaggi sono chiusi nella loro gabbia-tana, nei loro contrasti e nell’afa dei loro sentimenti, da cui non riescono ad uscire. Da qui sorgono le loro domande e l’impossibilità, vista la mancanza di un vero dialogo interno e poi con l’altro, di scavalcare i costrutti di genere. Una gabbia anche sociale, per intendersi; dinamica che vivono tanto i personaggi, quanto lo spettatore.

Anche il formato scelto racconta molto questa prigionia. Si passa lentamente da un 16:9 a un formato quadrato. Un bel salto percettivo. Devia lo spettatore senza farlo sobbalzare. Eppure, non c’è via d’uscita per lo sguardo.

Esatto. All’inizio la mia paura era che si vedesse questo passaggio. Volevo che fosse qualcosa di impercettibile in cui “ci sei dentro senza sapere bene come”. Infatti alla fine del corto Tommaso dice: “Non ci stiamo più dentro”. È una prospettiva molto cinica: i miei due personaggi non hanno via d’uscita. L’evirazione finale, gravida di simbolismi, è un finale dolceamaro, ma dove non c’è un vero e proprio vincitore.

Tommaso potrebbe aver perso questo gioco e, insieme a questo, anche la sua individualità, rimarcando ancora una volta la sua dipendenza verso il fratello. Nel contempo, potrebbe anche averlo vinto, per via della forte attrazione che sente verso Leo. D’altra parte, si può davvero dire che Leonardo abbia trascritto questa frustrazione che sente per i capelli rossi del fratello? O ha semplicemente chiuso gli occhi, tagliandoli, e cancellando – momentaneamente – il simbolo che incarna il problema? Non ci stanno dentro, non possono uscirne così facilmente.

Nuovi Sguardi - Agosto in Pelliccia e il corpo al condizionale
Leonardo e Tommaso sul set di Agosto in Pelliccia

Secondo te nel contesto contemporaneo, italiano e non, come sta cambiando il rapporto con il corpo?

Bella domanda. Sicuramente sta cambiando in una maniera che apprezzo molto. Sono convinto che il cinema debba in qualche modo scuoterti, svegliarti: quello di oggi, riesce a essere un cinema che scava l’attualità senza compromessi, senza rinunciare a delle tradizioni già consolidate da altri autori, esplorate, però, in modalità tutte nuove. L’atteggiamento verso il corpo, verso la sessualità, ma anche l’idea dell’integrità dell’Io nel momento di confronto con l’altro, sta cambiando: è un cinema di cui abbiamo bisogno, finalmente; una ventata d’aria fresca.

Fare il primo passo è sempre difficile, anche se c’è tanta voglia di esprimersi: piano piano le barriere morali stanno crollando e il cinema dei nuovi autori sta facendo scelte sempre più coraggiose. Idee, modi, stili di questo tipo mi spingono ad osare. Niente più inquadrature pettinate: se il protagonista è marcio, ruvido, oscuro o ha un confronto molto forte con se stesso e con gli altri, allora è giusto che la scenografia, la fotografia, il suono, ogni reparto si esprima al meglio per raccontare ciò, senza censura.

Prossimi progetti? Stavi accennando ad un nuovo cortometraggio prima.

Sì, sto scrivendo lo script. In senso lato rimane fedele a questo rapporto a due che avevo continuato anche in Sans Dieu, ma con un approccio decisamente sopra le righe. Królik è un cortometraggio che parla di un desiderio impossibile. Impossibile come cercare di afferrare un sogno mentre si dorme per portarlo nella realtà. Le conseguenze di quest’impalpabilità sono frustrazione, rabbia ed esasperazione.

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