Intervista a Leandro Picarella, regista di Sciatunostro – Bisogna educare alle immagini

Salvatore Gucciardo

18.04.2026

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«E ti nagghiri ora. Ora ca si nicu ti nagghiri, ca po coraggio d’iritinni un ci l’ha chiù.»

(Pescatore linosano in Sciatunostro)

«sono io l’abitatore del sogno
felice d’abitarlo con il sognatore
che fa coppa delle mani per raccogliere
dalle piegate cime acqua a gocce
e fino al punto del risveglio vive sperando
di riceverne molte in premio
nell’aria oscura scendendo alle radici»

(Jolanda Insana)

Intervista a Leandro Picarella regista di Sciatunostro

Tra la quiete e la tempesta di un cinema italiano alle prese con una crisi perpetua, una filiera a pezzi ma soprattutto politiche governative e di finanziarie tanto scellerate quanto calcolate, c’è ancora un cinema indipendente che, con urgenza e amore, trova il suo spazio per esistere e resistere.

Un cinema che non corre né rincorre. Che non accelera né decelera. Che non mostra né nasconde. Cinema restituito a sé stesso: al respiro del tempo. Uno sguardo, come un respiro, che avvolge il valzer di personaggi, camere, anni che suona e danza orchestrato dal montaggio. Fatto di immagini che guardano immagini e suoni che sentono suoni.

Sciatunostro, di Leandro Picarella è questo polmone verde del cinema italiano.

È un film per chiunque abiti un luogo, per chiunque è andato via da casa e per chiunque è rimasto. È quella sensazione di respiro a polmoni aperti che si sente quando smettiamo di parlare, pensare, lavorare e ascoltiamo un territorio, che è casa nostra, quello che abitiamo. E il territorio non è semplicemente la città, l’isola, il paese, la campagna o il mare. Per la nostra generazione, come quella precedente e quella prima ancora, per noi figli, nipoti e pronipoti del 900, un altro territorio che abitiamo quotidianamente, senza neanche rendetecene conto, è quello delle immagini.

Allora Sciatunostro è un respiro organico in cui la vita si confonde non tanto con storie o o romanzi, ma con le immagini. Respiriamo noi e respirano anche le immagini. Il cinema.

Noi di Artesettima abbiamo chiacchierato con Leandro Picarella di educazione allo sguardo, memoria, archivio e cosa vuol dire fare cinema indipendente.

Intervista a Leandro Picarella regista di Sciatunostro

Comincio con qualcosa che mi hai appena detto, ovvero che non bisogna combattere il sistema con gli stessi mezzi del sistema. Sciatunostro non ha che fare con una verve politica, però c’è, nell’immagine di Sciatunostro, nella scelta dei tempi, nel raccontare questo microcosmo e nel non renderlo un’immagine da cartolina di Linosa, un tentativo di scardinare un po’ dei codici, di creare immagini che danno vita a qualcosa che tu definisci senza confini. Volevo chiederti se nella tua pratica, che è anche in Sciatunostro, ma anche nel tuo cinema in generale, c’è questa consapevolezza e questa volontà.

Ma certo che c’è, esatto. “Sciatunostro” in qualche modo nasce dal frutto di 14 anni di lavoro con le scuole, in particolare con le scuole medie, per i progetti di cinema scuola. Io lavoro anche come formatore per dei corsi CIPS, siamo un circa un centinaio in tutta Italia, e mi sono reso che una delle definizioni che viene data a queste strane figure è “educatori dello sguardo”, formatori dell’audiovisivo nelle scuole.

Quello che proviamo a fare, almeno con chi ha gli strumenti, è proprio quello di accompagnare, non di arrivare con un’idea, un progetto, allestire un set e far vedere come funziona. Invece proviamo a dare degli strumenti per imparare a osservare il mondo anche attraverso la tecnologia, per esempio lavorando con le immagini d’archivio dei loro genitori, dei loro nonni.

Quando i ragazzi, come Giovannino nel film, scoprono che possono osservare e raccontare la realtà dal loro punto di vista, cioè che lo strumento che hanno a disposizione, come un cellulare, può essere strumento di creazione attiva, ribalta proprio il concetto secondo cui questi ragazzi siano solo ascoltatori o pubblico passivo di qualcosa.

Sembra che stanno lì davanti al telefono andando avanti e indietro, scrollando, pensando che la realtà sia quella cosa lì, quella cosa che emerge nell’istante in cui vedi quella notizia, o vedi per pochi secondi quella pagina, o vedi per pochi secondi quel reel. E questa cosa qui, se da un lato ti dà un’ampia possibilità, dall’altro limita fortemente la capacità di stare a osservare le cose e a ragionarci, per poterle comprendere e magari poi raccontarle.

Intervista a Leandro Picarella regista di Sciatunostro

Quando i ragazzi scoprono che possono utilizzare un mezzo per raccontare una storia, allora tutto cambia, capisci? Non è più uno strumento che vedono solo come qualcosa da cui attingere, ma anche uno strumento attraverso cui creare qualcos’altro. E questa cosa per me è politica con la P maiuscola, politica nell’ottica di far maturare delle cose, far maturare una coscienza, sia individuale che di comunità.

Non faccio politica, però ho fatto tante esperienze nella mia vita, ho avuto anche delle ideologie e continuo a credere che quella socialista sia bellissima, oggi però sono per l’Alto, nè per la destra e nè per la sinistra. Sono per scoprire qualcosa in noi che ci possa portare a trascendere, fare esperienze nella vita che siano opportunità di crescita, di cambiamento, di maturazione dello sguardo. L’arte in questo senso è uno strumento tra i migliori. Il cinema soprattutto, che ha una forte connotazione popolare e che ha a che fare con le immagini e sappiamo benissimo cosa rappresentino le immagini oggi nella nostra società, nel nostro tempo.

Fare politica oggi, per me, significa anche far maturare la consapevolezza che abbiamo qualcosa che non riusciamo a vedere perché non abbiamo il tempo di vederlo, non abbiamo il tempo di annoiarci; pensiamo di non averlo, ma invece è dietro l’angolo, solo che non lo sappiamo, siamo distratti. E lo strumento tecnologico, anche lo smartphone, può essere uno strumento importante di crescita, perché è quello che abbiamo a disposizione e a noi più prossimo.

Intervista a Leandro Picarella regista di Sciatunostro

Così, però, mi viene spontaneo chiederti cos’è il documentario, il racconto del reale? Esiste ancora?

Penso che oggi l’idea di documentario narrativo che per anni abbiamo sviluppato e per la quale si sono venute e creare anche delle scuole di pensiero, ha perso il suo valore. Non perché le persone abbiano perso il valore dello sguardo, ma perché gli strumenti ci portano verso un’altra direzione. L’iperrealismo della narrazione contemporanea quella dei social sta cambiando tutto. Per cui quando si dice “raccontare la realtà” bisogna stare attenti a quello che si dice o si ascolta.

Il mondo del documentario, del cinema del reale, nonostante i grandi momenti che ha vissuto nella storia del cinema italiano, come il neorealismo di cui è figlio ad esempio, che continuiamo a dire che è la nostra cifra, sta cambiando. Il neorealismo lo abbiamo vissuto e in qualche modo continua ad esistere ancora, solo che viene ghettizzato nell’area del documentario italiano, che è per pochi, per addetti ai lavori, per appassionati, ma non per il pubblico cui rimane sempre distante, nonostante i premi nei festival più importanti.

Oggi bisogna chiedersi cos’è il “reale” e cosa non è, cos’è il” racconto del reale” e cos’è non lo è? Perché dovrei pensare che non sia un racconto del reale un reel legato a una situazione di guerra in Medio Oriente o magari legato a una situazione di difficoltà nel Sud Italia, tra migrazioni o siccità? Quello è anche racconto.

Magari non è un racconto cinematografico. Ma il cinema cosa deve fare? Il cinema deve portare da un’altra parte, anche con gli strumenti del reale e creando, e arrivo alla tua seconda domanda, quel cortocircuito, quel piccolo shock, che ci permette di risuonare, di relazionarci, di ritrovarci in quel racconto là. E allora lì trovi la bellezza. Sta nella capacità di autori e autrici mescolare sapientemente delle cose per far sì che il racconto sia un viaggio e non il film che stai vedendo, e non una storia di dieci secondi.

Intervista a Leandro Picarella regista di Sciatunostro

Infatti Sciatunostro è un film che pur mantenendo una spensieratezza, una sincerità rara, forse perché ci sono i bambini, forse perché banalmente non è pretenzioso, possiede comunque una stratificazione delle immagini che, appunto, educa a questo sguardo. Allora ti chiedo anche, visto l’utilizzo del digitale, del super 8, delle VHS, che si mescolano in maniera intelligente, critica e coerente con la storia del, cosa vuol dire oggi usare gli archivi, mescolare le immagini e non appropriarsi ma, appunto, usare un’eredità di immagini che appartengono a qualcun altro.

Penso che la stratificazione non sia tanto nella storia essenziale dell’amicizia, per quanto pura, semplice e vera, che risuona, ci appartiene a tutti, e nemmeno solo nel vedere queste immagini d’archivio da un unico punto di vista, ma anche vedere chi ha creato questo archivio.

Spesso l’archivio è stato utilizzato, soprattutto negli ultimi vent’anni, come un contraltare temporale, come elemento estetizzante, come elemento estraniante. Invece, se pensiamo a come utilizzavano le immagini d’archivio, per esempio, Ciprì e Maresco o Alina Marazzi, in “Un’ora sola ti vorrei“, penso che lì emerga qualcos’altro. Non c’è solo il contraltare del tempo, ma c’è qualcosa di più.

C’è qualcosa di onnipresente tra la linea del passato e quella del presente, qualcosa che unisce. Allora non è più un contraltare temporale, emotivo o un elemento estetizzante, diventa narrazione. Se ne parla pochissimo, per esempio, dell’utilizzo dell’archivio nei primi film, nei primi lavori di Ciprì e Maresco.

Per me sono dei maestri, sono stati dei maestri in questo senso. Rivedere alcuni documentari sul Jazz, e non solo, studiare la ricerca che facevano di quelle immagini. Oggi pescare immagini d’archivio fighe, estetizzanti, instagrammabili, è molto semplice. Gli archivi sono aumentati in maniera esponenziale. Ma questo tipo di utilizzo ci porta da un’altra strada.

Io penso al rispetto dell’archivio e di chi ha realizzato quelle immagini. Con Pino Sorrentino abbiamo l’idea di creare un archivio del Mediterraneo, ovvero un archivio di home movies, e situarlo a casa sua, nel centro del Mediterraneo, a Linosa. Allora, vedi che questa cosa qui ha un valore che va oltre il significato estetico di quell’immagine, della nostalgia e del ricordo. Di una curiosità superficiale ma che appaga gli occhi. È qualcosa che va più in profondità, perché riguarda una storia comune, una collettività.

Intervista a Leandro Picarella regista di Sciatunostro

Bellissimo. Tra l’altro, appunto, sia il citare Ciprì Maresco che Alina Marazzi dà questa sensazione, di onnipresenza , sia di passato che di presente, e che di futuro.

Non è un caso che il cinema di Ciprì e Maresco sia sempre stato percepito come un’immagine del futuro, un’immagine apocalittica. Postumana.

E la cosa incredibile è che non si ferma a quei corpi, a quegli ultrastorpi, ma anche l’uso dell’archivio, per esempio con le immagini di Cortile Cascino messo tra quelle immagini, crea qualcos’altro.

Quando ho cominciato a scoprirli, mi è cambiata completamente il rapporto con il presente e il passato. C’è tanta profondità in quel lavoro, tante risate, ma anche molto altro. Tanta roba.

Io, come sai, quando ho visto Sciatunostro ho provato una sensazione di respiro e uno strano rapporto col tempo. Mi viene in mente una frase di Materia e memoria di Bergson: «la memoria non è un deposito di immagini morte, ma un’energia viva che rianima il passato e lo reintegra nel presente.» E ti chiedo, anche in merito a questo strana nostalgia che proviamo quotidianamente, cosa ne pensi dell’idea di memoria come energia viva e di rapporto col passato.

Se vogliamo metterla su un piano di ricerca, individuale, ma anche collettiva, tutte le tradizioni spirituali ci dicono di rimanere al presente, di imparare a essere nel presente. Tutto quello che viviamo intorno a noi invece ci distrae, ci dice di guardare più avanti, pensare al futuro, non essere mai ancorati dal presente, Pensa questo, fai quello, guarda quell’altro ma non essere mai presente a te stesso. Invece, per quanto mi riguarda, l’archivio, queste immagini stratificate, sono fondamentali per ricordarci chi siamo.

Gurdjieff parlava di “ricordo si sé”. Io quando ho a che fare con certe immagini in movimento, la sensazione che vivo è proprio questa cosa qua, io vengo anche da lì.

Una cosa che mi ha emozionato tantissimo delle immagini di Pino, la prima volta che le ho viste cinque anni fa, era il fatto che ci fossero tantissime persone che tra loro si somigliavano, e che in quelle somiglianze, in quegli zigomi scavati, in quei nasi, in quelle spalle, io ho rivisto mio nonno, i suoi fratelli, una generazione, una cultura che ci appartiene, ancestrale, antica, che è della civiltà mediterranea, che appartiene a tutta Italia, ovviamente, ma in particolar modo alle regioni del sud, alla Sardegna.

Tutto quel grande movimento che ci ha definiti come individui e come collettività, frutto di mescolanze, di guerre, di invasioni, ma anche di arte meravigliosa, di poesia, di musica, di teatro e letteratura meravigliosa. Un respiro e un movimento che è andato avanti per secoli e millenni, e che forse oggi, negli ultimi decenni un po’ ci siamo dimenticati.

Questo fa l’archivio. Non è solo un “guarda come eravamo”, ma è un “guarda come siamo”, “guarda da dove veniamo” e quindi chi siamo. In futuro avremo film con immagini girate, prima con le videocamere, con le pellicole e poi anche con lo smartphone. Il digitale, che è uniforme e democratico, annullerà ancora di più le differenze temporali. Chissà come saranno gli archivi del futuro.

Intervista a Leandro Picarella regista di Sciatunostro

Spostandoci un po’ al di fuori del film in sé.
Sciatunostro è stato prodotto dalla casa di produzione indipendente Qoomoon, di cui fai anche parte, e la distribuzione affidata alla casa di distribuzione indipendente del cinema Postmodernissimo: PostMov.
Ti voglio chiedere, allora, cosa vuol dire fare oggi cinema indipendente?

Significa sicuramente tanta fatica. È faticoso perché ti rendi conto di come vanno le cose e che sempre di più gli spazi di aria aperta, di arte pura vengono ridotti. Io non so se c’è un gioco dietro, non credo, penso che semplicemente il mercato, che è quello che ci guida ormai da tanto tempo, dice sempre di più cosa ha valore e cosa non ha valore attraverso dei dati che non tengono conto dell’esperienza delle persone, dell’emozione. Non possono fare.

Allo stesso tempo però ci sono queste aree verdi, questi polmoni nel nostro paese. Il Postmodernissimo, ad esempio, a Perugia, lo è da 12 o 13 anni. Conosco Ivan Frenguelli e Giacomo Caldarelli da tempo e devo dire che mi emoziona sempre la loro attenzione e voglia di impegnarsi sui miei lavori. Credo siano questioni legate ad affinità particolari, soprattutto all’amore per il cinema, per quel cinema che può aiutare a cambiare sguardo, a migliorare la vita.

Io poi anni fa, dopo Triokala, che mi aveva portato tante cose buone anche sul piano internazionale, potevo scegliere se aspettare quei quattro-cinque anni – di norma, quelli che servono in Italia per produrre l’opera prima di finzione – o cominciare subito a fare film. Ho optato per la seconda strada. C’è un discorso che ha a che fare con l’urgenza e il sistema, il mercato, non comprende l’urgenza. Ci sono delle storie che vanno raccontate a prescindere che il budget te lo consenta o meno. E lì è uno sforzo incredibile che puoi sostenere solo con persone che credono nel tuo lavoro, come i miei soci, Luca Scarabelli e Andrea José Di Pasquale.

Ho vissuto un anno in Val d’Aosta, ho vissuto quasi un anno a Linosa, ho vissuto due, tre anni dietro al Mago Atanus e il suo mondo per “Divinazioni” e ancora sei mesi per “Triokala”. È un tipo di cinema che presuppone l’esperienza, il dover stare nei luoghi, sentirli per restituire qualcosa di onesto e di sincero. Non penso sia l’unico modo che esista per fare questo lavoro, penso che ce ne siano altri, compreso quello per esempio di trovare dei fondi privati e farsi proprio film.

Io personalmente credo sempre che da soli non si vada da nessuna parte. Che la cosa più bella del lavoro che facciamo è quella di condividerlo con altri, dalla fase di creazione fino alla post-produzione. Quando poi coinvolgi un’isola, o una comunità come quella di San Bartelemy in Val d’Aosta, vivi dei momenti, delle piccole epifanie, in cui pensi che tutto abbia un senso, veramente, nonostante le difficoltà.

“Sciatunostro” è un po’ una sintesi dei miei dieci, dodici anni di lavoro sul tema del reale. Adesso vorrei fare altro e stiamo lavorando su altro. La cosa importante è capire che bisogna fare cinema non come un atto di resistenza politica, ma come un atto di resistenza poetica, cioè che vuol dire un atto di resistenza all’umano, ma per l’umano.

Intervista a Leandro Picarella regista di Sciatunostro

Beh, questa è una posizione politica, o per lo meno una scelta posizionata, critica, che sfida sicuramente un certo sistema cinematografico dalla produzione alla distribuzione.

Ci vuole un po’ di sincerità, Salvatore, non so come dire. Voi siete molto attenti, come Artesettima, a ciò che accade nel mondo delle immagini, anche delle immagini italiane. Davvero si è sempre più ristretta questa fascia, questa linea sottile, che ha a che fare con opere che in qualche modo possono aiutarti a scoprire chi sei.

Non ho la pretesa di aver fatto un film così, però penso di aver raccontato una storia per un pubblico ampio e non per una nicchia di specialisti dell’immagine, dell’immagine documentaria, che secondo me un po’ ha fatto il suo tempo. Bisogna ricordarsi che essere indipendenti non vuol dire non essere “pop”. E speriamo e proviamo che con questo film si possa riuscire ad arrivare ad un ampio pubblico e che il film possa, anche grazie al vostro aiuto, raggiungere ampie platee.

C’è un problema legato alle sale in Italia, alla distribuzione, che è un problema reale da tanti anni ormai, perché la torta è piccola, e perché ci sono grandi nomi che se ne dividono ampie porzioni. I cinema sono spesso bloccati da programmazioni asfittiche legate alle distribuzioni che magari danno all’esercente il film che vuole e poi te ne impongono un altro che deve essere proiettato in 190 sale. Film che poi magari non fanno chissà quali numeri al botteghino e tolgono spazio a un cinema italiano che arriva al cuore del pubblico, come può essere “Sciatunostro”, ma ce ne sono tanti altri. Credo molto nel lavoro dei ragazzi del Postmodernissimo perché sanno cosa vuol dire programmare film e programmarli bene.

Il cambiamento dipenderà anche, probabilmente, dal valore dei film. Penso sempre che se un film ha un valore e questo valore arriva, risuona nel pubblico, allora le cose cambiano. Credo molto nel valore in sé dell’opera, che possa scardinare le cose.

Leggi anche: Il documentario non esiste

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