
A Dangerous Method
Che cos’è la psicoanalisi?
In cosa questa “nuova” materia di ricerca ha rivoluzionato lo scenario medico?
Oggigiorno si è molto affascinati dalle grandi scoperte freudiane, concetti come “libido”, “inconscio”, “sogni” si sono intrecciati con il linguaggio comune senza che realmente vi sia consapevolezza di cosa essi rappresentino.
Tutti sono affascinati dalla mente. Tutti vivono nel connubio di curiosità e timore dell’ignoto universo che trasportiamo con noi, ma molti rasentano la superficialità, poiché addentrarsi nelle profondità più buie di una caverna così franosa può essere pericoloso.
Molti film hanno trattato di personaggi mentalmente disturbati, da Shutter Island a La pazza gioia si è parlato di patologie psichiatriche in tutti i modi, ma in pochi hanno raccontato la storia di ciò che vi fu in origine.
Prima della psicoanalisi le malattie mentali venivano trattate come questioni prettamente neurologiche, ma con l’avvento di Freud tutto cambiò. Egli – influenzato dal paradigma egoico-razionale dell’io sulla base della filosofia da Schopenhauer a Nietzsche – riformulò il concetto di inconscio, togliendo il dominio assoluto alla ragione, e dando spazio e ruolo alle pulsioni.
A Dangerous Method però non parte dal principio, ma si rivolge alla storia già avviata, ponendo lo sguardo sulla figura di Carl Gustav Jung, alias Michael Fassbender.
Egli si rivela il primo grande sostenitore delle rivoluzioni freudiane, indagando dunque i conflitti psichici sotto il paradigma della sessualità, per poi finire per costituire la più importante nemesi intellettuale per il maestro e padre putativo Sigmund Freud, alias Viggo Mortensen.
Lo scenario di studi, concetti e riflessioni della psicoanalisi è davvero di una vastità gargantuesca, sia nell’indagine individuale della psiche umana sia nei suoi riflessi sociali.
Tutto ciò rende l’obiettivo di questo film piuttosto complesso, ma a mio avviso ben riuscito.
A Dangerous Method si rivela un ottimo approccio biografico ai due personaggi, riuscendo a intrecciare lo sviluppo narrativo da un punto di vista storico.
S’incomincia con le prime lettere e si giunge alla scissione intellettuale, con una sottile esplicazione di alcuni dei principali temi di coesione e conflitto dei due grandi pionieri.
Senza dunque entrare nello specifico, rischiando di perdersi in tecnicismi poco accessibili, il film riesce ad accennare ad alcuni strati dell’affascinante materia in un linguaggio sicuramente riduttivo, a tratti “cinematografizzato”, ma concettualmente piuttosto fedele ai punti salienti dell’indagine psicoanalitica.
Davvero ogni patologia o nevrosi è sempre riconducibile al paradigma sessuale?

Nel caso della protagonista femminile interpretata da Keira Knightley, nonché paziente principale di Jung, il metodo freudiano risulterà assolutamente vincente, avvolgendo la storia di medico e paziente in un turbine di perversione, erotismo e, infine, forse, amore.
È inoltre il personaggio di Vincent Cassel a tracciare un altro interessante profilo riflessivo. Associa la libertà più assoluta che l’essere umano costantemente brama allo svincolarsi dalla monogamia, restrizione sociale che è causa di nevrosi represse, e delinea la prospettiva del “non reprimere niente”.
E ancora, nella tesi che scriverà la stessa Keira Knightley, si evidenzierà l’idea di conflitto tra pulsione sessuale e pulsione alla morte, semplificazione di quello che Freud ha indagato come Eros e Thanatos.
Il problema del monopolio della libido è che esso si “riduce” a un’analisi unicamente rivolta ai primi anni di un uomo, in cui secondo Freud si formano la sessualità e le varie componenti della personalità – “io”, “es” e “super io” -, per poi osservare tutti gli avvenimenti del resto della sua vita come subordinati a un qualcosa di inamovibile avvenuto in tale breve periodo.
Jung, però, non vuole “limitarsi” a trovare un trauma rarefatto e “irrisolvibile”. Il suo fine è invece di procedere lungo un percorso di individuazione perpetuo, dove ogni avvenimento psichico in un uomo si riveli finalizzato a definirsi a suo favore, rendendolo un individuo compiuto in se stesso.
La mente umana va oltre la ragione? Che cos’è il misticismo?
È questo il tema più interessante dell’intero film, nonché della reale diatriba tra Freud e Jung: fin dove può spingersi la psicoanalisi? E, di conseguenza, fin dove può spingersi la mente umana?
Nonostante non si addentri troppo, A Dangerous Method apre una finestra piuttosto esplicita sulla questione del misticismo junghiano contrapposto al metodo totalmente scientifico scelto da Freud. Può l’uomo superare le colonne d’Ercole della scienza?
Il film riesce a mostrare la parabola dell’intenso conflitto, caratterizzando i due personaggi rispetto ai loro ideali.
Freud è definito da principi ineluttabili e dalla sua fissità sistematica, Jung dal dinamismo metafisico, quasi para-scientifico che lo conduce anche a un caos psichico che confluirà in ricerche al limite del credibile, tra “archetipi”, “inconscio sociale” e visioni del futuro.
Insomma, A Dangerous Method ci racconta una storia, – sicuramente romanzata e intrecciata con quei canoni cinematografici necessari per dare struttura a un film – ma allo stesso tempo si rivela un’interessante (seppur limitata e assai poco specifica) finestra su uno scenario i cui interessi sfiorano la meraviglia, dove si è scoperta una galassia, ma manca ancora il resto dell’universo.
Non è di certo tramite questo film che diverrete esperti della psicoanalisi, ma, per certo, risveglierà una curiosità forse mai realmente agguantata, tale da potervi aprire a un mondo il cui fascino oscilla tra luce ed oscurità.




