L’Inganno

Vedere un film di Sofia Coppola implica uno sforzo a cui non siamo abituati.
Il suo cinema, il suo modo di mostrare una storia, non segue le linee e i canoni classici del pathos occidentale, della narrazione dinamica e delle trame sinusoidali dalle grandi emozioni.
La sua estetica, il suo sguardo cinematografico è più sottile, più nascosto, voglioso di osservare e mostrare i movimenti più impercettibili della psiche umana.
Dopo una serie di film variegati ed estrosi, a tratti di difficile valutazione, la regista propone uno sforzo osservativo davvero interessante.
Giunge dunque ai nostri occhi L’Inganno, un ritratto di esseri umani incastrati dalla loro stessa necessità di perversione.
Siamo nel 1800, un collegio di donne alienate dalla guerra di secessione americana diviene luogo di sete e vergogna, un luogo bianco e casto, solenne come il rigore e la religiosità professati dalle donne e insegnate alle ragazze.
Una prima inquadratura già contrasta l’ingenuità della dolce ragazzina addetta alla raccolta dei funghi, con un ambiente che bisbiglia una strana forma di inquietudine, nel bosco ella ritrova il Caporale Jonathan McBarney (alias Colin Farrell).
L’uomo appartiene al fronte nemico, ma le donne, mosse almeno in principio dalla giusta morale e carità cristiana, gli offrono aiuto e promettono le cure necessarie.
Ecco l’inizio dell’Inganno, non riassumibile in un evento specifico, ma in atteggiamento silenzioso e ramificato nelle menti di ognuno dei personaggi, fatto di desiderio perverso e nascosto nella repressione morale, infine destinato a esporre a una contorta forma di malvagità e canalizzazione del peccato.
La perversione è un elemento conseguente a una privazione. Ciò che nel nostro quadro psichico è proibito varia rispetto ai canoni di repressione che applichiamo. Meno siamo libero di concederci, meno permettiamo alla necessità sessuale di esternarsi, più ambigua sarà la nostra psiche.
Ora provo a spiegarmi.
La prima parte del film si distende in un’interessante forma di staticità, dove in un tempo ridondante, coinvolto da un sonoro ambientale che disturba, che ci attorna per mantenerci in un perenne stato di tensione, ognuna delle donne risveglia una pulsione primordiale, un’attrazione irrinunciabile, un bisogno animale, il tutto non detto, ma silenziosamente mostrato.
Vediamo delle bambine affascinate in modo tenero, autentico e poco peccaminoso.
Notiamo una ragazza più matura (la sensualissima Elle Fanning) in una presa di coscienza della sua necessità sessuale, quella più fisica, difficilmente trattenibile.
Vediamo una professoressa di francese (Kirsten Dunst), che ha bisogno di scappare, di evacuare da un luogo che le appartiene molto meno rispetto alle altre, lei che è una donna di città, la cui emotività è più sana perché può essere sincera con se stessa, perché lei può sfogare la sua necessità di un uomo.
Infine vediamo la padrona di casa (l’elegantissima Nicole Kidman), che con fare aristocratico e con una retorica sempre poco lineare, vuole possedere nel senso più totale il nuovo ospite.
Tutto ciò convoglia in un uomo maschio, nel vero senso della parola, sensibile, ma dal volto marcato, dal corpo vissuto e dalla spontaneità che, se pur mantiene una certa formalità, concede alle sue gentili donne di slacciare il vestito di castità in favore di un’estetica ben più provocatoria anche semplicemente perché colorata e con qualche gioiello.

Sofia Coppola fa un labor limae registico di altissimo livello, in un vero e proprio percorso crescente di osservazione. Parte da sguardi nascosti, dei veri e propri voyeurismi registici, con quelle inquadrature che sembrano spiare tanto care al suo maestro stilistico Wong Kar-Wai, che si muovono tra i primi accenni di cambiamento, prima che la perversione fermenti. Poi crea dei veri e propri ritratti, cornici di donne colorate che si prostrano a coccolare l’idolo maschio, infine accelera i ritmi quando gli intrecci esplodono.
Ecco la parte più complessa e criticata del film, la parte finale, a mio avviso davvero complessa e interessante. Proviamo ad analizzarla.
Colin Farrell si rivela: egli un uomo più che un galantuomo, egli per tutto il tempo ha a sua volta trattenuto un’esplosione animalesca rispetto a un contesto dove essere il maschio alpha ha reso la sua voglia sessuale implacabile.
Egli sceglie la ragazza, non la maestra che diceva di amare, non la matura proprietaria di casa, ma la ragazza, perché non c’è dovere morale o nobiltà sociale nella perversione.
Poi, in pochi istanti, dopo un’eterna attesa che la bolla scoppiasse, egli si ritrova senza una gamba, amputata in modo ambiguo dalla suddetta padrona di casa, egli si ritrova a esplodere.
La sua ira, il suo perdere il senno, implica una più che giustificata crisi psichica. Un uomo che ha fermentato una pulsione così poco controllabile e razionale, non avendo potuto esprimerla, si ritrova ad esternarla in una forma degenerata perché, in qualche modo, doveva esternare, senza cognizione di causa, quel malloppo libidico per troppo tempo represso.
Le donne della casa, a loro volta, si ritrovano, sempre in maniera inconsciamente giustificatoria, propria di quell’atteggiamento di colpa che è fin troppo sedimentato nella morale del peccato, a canalizzare nell’uomo la responsabilità di quel breve tempo in cui si era concesso alla libertà sessuale di mostrarsi.
L’unica che non crolla nella malvagità del conflitto soggettivo e inter soggettivo è la maestra di città, sana nel suo non reprimere e non subire la propria inquietudine.
Ecco l’Inganno del film, di cui tutti, protagonisti e spettatori sono vittime. Nel nascondersi dalla necessità di sessualità, sfociamo nella perversione. Negando la nostra vera indole umana, ci condanniamo a reprimere. Nel trovare rimedio a un breve istante di perdita di controllo, di liberazione da morali proibitorie che tutto condannato sotto il vessillo del peccato, cerchiamo capri espiatori per le nostre colpe.




