Per una critica femminista

“A volte mi chiedono se sono ancora femminista, come se fosse una malattia.”
Agnès Varda, 2017

Noi, oggi, abbiamo ancora bisogno di una critica cinematografica femminista.
La storia del cinema ha spesso trattato gli sguardi femminili come eccezioni: casi isolati che sfuggono alla regola maschile del creare, raccontare e interpretare il mondo.

Eppure, il cinema fatto da donne esiste.

Il problema è che è difficile trovarlo dentro la storia canonica della settima arte. Non perché sia raro, ma perché il cinema femminile, femminista e queer è stato sistematicamente reso eccezione: invisibilizzato da un sistema di produzione, distribuzione e critica costruito dentro una cultura prevalentemente maschile.
Parlarne oggi dovrebbe essere più semplice. In fondo, gli studi di genere attraversano teoria e pratica sociale da oltre cinquant’anni. No?

Mettere in discussione i sistemi che producono modelli significa assumersi una responsabilità impegnativa: fare ricerca, rileggere la storia, riappropriarsi di uno spazio da cui siamo state sistematicamente escluse.

Ma quello che ci muove è un’idea, un’immagine che ci è ben chiara: noi siamo voci, occhi, macchine da presa, penne e pennelli della storia.

Se veniamo trattate come eccezioni, è solo perché un sistema che non abbiamo scelto ci ha rese tali.

E quindi questa è la nostra voglia di rivendicazione e gioco nello spazio che pensavano di averci tolto: questa è la nostra critica cinematografica femminista.

“A volte mi chiedono se sono ancora femminista, come se fosse una malattia.”
Agnès Varda, 2017

Noi, oggi, abbiamo ancora bisogno di una critica cinematografica femminista.
La storia del cinema ha spesso trattato gli sguardi femminili come eccezioni: casi isolati che sfuggono alla regola maschile del creare, raccontare e interpretare il mondo.

Eppure, il cinema fatto da donne esiste.

Il problema è che è difficile trovarlo dentro la storia canonica della settima arte. Non perché sia raro, ma perché il cinema femminile, femminista e queer è stato sistematicamente reso eccezione: invisibilizzato da un sistema di produzione, distribuzione e critica costruito dentro una cultura prevalentemente maschile.
Parlarne oggi dovrebbe essere più semplice. In fondo, gli studi di genere attraversano teoria e pratica sociale da oltre cinquant’anni. No?

Mettere in discussione i sistemi che producono modelli significa assumersi una responsabilità impegnativa: fare ricerca, rileggere la storia, riappropriarsi di uno spazio da cui siamo state sistematicamente escluse.

Ma quello che ci muove è un’idea, un’immagine che ci è ben chiara: noi siamo voci, occhi, macchine da presa, penne e pennelli della storia.

Se veniamo trattate come eccezioni, è solo perché un sistema che non abbiamo scelto ci ha rese tali.

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