Quando ho visto Sorry, Baby per la prima volta era gennaio.
Pioveva ed erano giornate di estrema fatica lavorativa, eppure questo film andava assolutamente visto.
Poter vedere i film al cinema e in versione originale è sempre una fortuna per chi è nata in una città di provincia e ha scoperto le versioni originali in età adulta.
Del resto, del film ne avevano parlato in tanti. Julia Roberts lo aveva osannato durante una premiazione ai Grammy. E in quella fredda umida faticosa serata di gennaio, il calore del divano di questo film e dell’abbraccio delle due amiche protagoniste mi ha scaldato il cuore.
Il mio amico Andrea con cui l’ho visto era sorpreso dalla mia commozione, ma partecipe quanto me.
Sorry, Baby è la storia di due amiche, prima di tutto, di Agnes e Lydie che si trovano a convivere e ad affrontare il periodo universitario, nei momenti molto divertenti e nel dramma che segnerà la vita di Agnes.
È la storia di come ci si salva dalla violenza perché qualcuno è in grado di ascoltarci, di proteggerci, di abbracciarci sul divano e aiutarci a fare una doccia.
E di come nonostante questa cura profonda, calda e amorevole, il dolore delle proprie ferite continua a risuonare come un fischio acutissimo nel nostro quotidiano.
Agnes è una donna moderna, intelligente, capace, audace e una studentessa molto talentuosa. E forse è proprio in questa sua audacia, in questa convinzione di aver studiato e di avere gli strumenti per proteggersi dal male, in questa convinzione di poter essere superiore, che Agnes non accetta quello che il mondo le sta riservando.
O ribaltando questo pensiero mi chiedo: forse è proprio quella audacia, quella forza che attrae l’uomo che le riserva violenza, cercando di annientarla? Non ho una risposta, e temo che non posso averla sul lato maschile e della violenza.
Perché io, come donna, la violenza l’ho subita, e nel film, mio malgrado, nonostante tutti i libri letti e le analisi fatte, in quella mi riconosco. Attraverso la mia pelle, sento il dolore di Agnes.
Il rimprovero mai verbalizzato che si infligge per non essere riuscita a proteggersi, per non essersi accorta di quello che le stava per capitare – quando l’unico responsabile è il professore, l’uomo mentore che dovrebbe proteggerla nella carriera e che invece, senza che noi lo vediamo sullo schermo, abusa di lei.
La regista, infatti, decide di narrare la violenza a distanza. Rimane un’inquadratura fuori dalla casa, come fosse una delle sequenze di News from home di Chantal Akerman e lo spettatotore, sa, aspetta, conosce la storia che si consuma dentro, senza vederla. Perché forse non abbiamo più bisogno di vedere questa violenza, di esaltarla, di edulcorarla e di renderla protagonista.
La protagonista è Agnes che torna a casa e inizia a fare i conti con quello che le è successo, con un’amica che non si spaventa e la aiuta a togliere le tracce fisiche di quello che la sua testa non potrà cancellare.
Ma dovrà fare i conti anche con una società non pronta a capirla, con un’istituzione che pur comprendendo la storia non interviene fino in fondo, con i colleghi che non sapendo insinuano, con un’amica in grado di ascoltarla fino a quando le loro strade si dividono (in questo ritrovo la storia delle due amiche di Girlfriends di Claudia Weill), ma anche di uomini capaci di accettarla nella sua tristezza e depressione. E in questo, il film è immenso, perché sappiamo quanto è difficile restare vicino, ascoltare il dolore di chi ha avuto un trauma che ci fa soffrire e comprenderne le debolezze: il vicino di casa e poi l’uomo nel parcheggio che le offre un panino senza chiedere nulla di più sulla sua storia.
Sorry, Baby è un film del presente. Parla al femminile ma è comunitario, è un film femminista per i temi ma anche per le modalità. È un film sofferente – ho pianto per quasi tutta la durata -, ma che lascia la sensazione viva del potere di un abbraccio sul divano di un’amica quando il mondo fa paura. E ci rendiamo conto che nonostante tutto il femminismo che conosciamo, la violenza maschile emotiva e fisica degli uomini è sempre una minaccia.
Per tutte.
Giulia Cosentino





