Ho Fulci nel cervello ma ho fatto pace con i suoi incubi

Lucia Montino

05.11.2026

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Il Signor Fulci si reca dallo psichiatra. Ha 63 anni, ha già diretto 47 film e ha l’aria stanca. Soffre di allucinazioni terribili, insopportabili persino per un regista come lui che nella sua eterogenea carriera deve averne viste di cose assurde. 

Mi chiedo, ingenuamente, quante cose devono essere passate davanti a quegli iconici occhiali squadrati. Musicarelli, commedie, western. 

In Un gatto nel cervello non mi stupisce vederlo preoccupato, o perlomeno, confuso, mentre, in uno studio medico, con gli occhi scavati dalla paura, confessa gli incubi generati dai suoi stessi ultimi film. 

Non mi sconvolge nemmeno che il regista si sia impantanato nelle scene che senza dubbio hanno traumatizzato generazioni di cinefili ipnotizzati dalle sue pellicole. Gli si rivolta tutta quella violenza esplosiva contro, come in un sadico gioco di specchi riflessi che lui stesso ha costruito. 

Chissà perché, però, qualcosa non mi torna. 

Fulci in Un gatto nel cervello (1990)

Premetto. 

Ho scoperto Lucio Fulci recentemente. Ora sto provando a capire qualcosa in più sul suo conto, al di là dei suoi film, della carriera. Tento la scrittura di questo articolo per illudermi di poterlo, in un certo senso, conoscere di persona. Quest’anno sono 30 anni dalla sua morte. Mi spinge una strana curiosità verso questa figura così singolare e apparentemente inafferrabile del cinema italiano. 

Ma più provo a immergermi nella sua vita e più sono confusa. Diverse cose mi disorientano. Come il fatto che si definisse un medico ma che non si sappia neanche se abbia mai conseguito la laurea in medicina. Eppure, in Voci dal profondo Lucio Fulci interpreta un medico legale che esegue un’autopsia. Molto strano.

Mentre guardo gli incubi di Fulci in Un gatto nel cervello e continuo a fermarlo per realizzare quello che ho appena visto, cado in uno strano stato di dormiveglia.

Nel sonno mi appare un’immagine. Quella foto in mezzo al nulla sul Pontchartrain Causeway scattata sul set de L’Aldilà. Percepisco una forza in quelle braccia incrociate, in quei capelli alzati da un vento di desolazione infernale. Sento che c’è qualcosa di più in quella posa rilassata ma imponente, qualcosa che non posso cogliere semplicemente cercando di analizzare l’approccio rivoluzionario con cui plasmava i generi o le leggende che avvolgono la sua storia. 


«Alcuni mi ritengono completamente pazzo perché tento sempre di uscire dal genere, tento di essere un terrorista del genere. Sto dentro, ma ogni tanto metto la bomba che tenta di deflagrare il genere».

(Lucio Fulci)

Il poeta del macabro, il terrorista del genere, il padrino del gore. Anche in questi nomi c’è qualcosa di assoluto e definitivo che mi ricorda che parlare di Fulci significa tentare di dare forma a un vero e proprio Dio, il cui culto, emerso sulla scia di una progressiva riscoperta (capitanata dal suo discepolo Tarantino), non cesserà mai di esistere. Eppure questa fotografia mi dice ancora qualcosa di più sul suo conto.

Si tratta ancora una volta di andare oltre alle apparenze. Sorpassare il pregiudizio legato all’horror fulciano: ovvero che la violenza non possa farsi poesia attraverso un approccio estremista ma personale. Un genere caratterizzato da una violenza incontrollabile e fuori dalle righe al limite fra l’ironia e l’orrore più insopportabile.

E se si guardasse al regista come una vera e propria entità magica e ultraterrena capace di giocare con il suo pubblico? Di illuderlo di qualsiasi verità, terrorizzarlo e divertirlo? Un film può distruggere le regole del nostro mondo e cambiare la nostra percezione della realtà per costruirne una nuova. Lo spettatore comprendendo queste regole, si aggrappa così a un filo sottile teso dal regista che in qualsiasi momento potrebbe lasciarlo solo, in preda a un universo che può farsi puro terrore. 

Il cinema si trasforma in incubo. Ma non un semplice incubo.

Lucio Fulci applica il suo tipico primo piano sugli occhi al proprio sguardo in Un gatto nel cervello (1990)

Mi sveglio sudando da questo sogno allucinante in cui credevo di aver capito il segreto alchemico dietro ai film di Lucio Fulci.
Inizio a riconoscere uno schema di illusione cinematografica che probabilmente non posso ancora pienamente capire. 

Inizio a sospettare di essere cascata in una trappola di questo mostro sacro. Anzi, ci siamo cascati tutti. In Un gatto nel cervello, l’idea di un regista che va dallo psichiatra per i suoi stessi film, che si rifà al pregiudizio del regista di horror “malato”, viene ribaltata mostrando il dottor Fulci vittima di uno psichiatra psicopatico che lo ipnotizza e gli fa credere di aver commesso degli omicidi che non ha compiuto. Il preconcetto del cineasta disturbato viene oltrepassato completamente, distrutto nella sua banalità attraverso un approccio sperimentale che va oltre alla dimensione filmica, sfociando nel meta cinema. Viene messa in atto una riflessione sincera e profondamente ironica sulla figura dell’autore, non come unico responsabile dei significati dei suoi film ma come colui che li ha concepiti s

Un gatto nel cervello è il testamento spirituale di Fulci in cui dichiara il suo amore per un genere che lo appassiona sinceramente.

In questo film, le allucinazioni si confondono e mischiano con il mondo reale, fondendo il cinematografico (quindi le scene tratte dai suoi film) al metacinematografico (i dubbi e le vicende di un regista non finzionale che svolge il suo lavoro). Si accumulano e confondono verità e menzogne.

Ecco, sono stata ingannata: probabilmente Fulci non si disperava per i traumi generati dalle sue scene truculente. Il cinema di Fulci era parte di Fulci stesso ed è ingenuo pensare che un mangiatore-fabbricatore di incubi provi ribrezzo verso una parte di sè così importante nel proprio processo creativo.

Lucio Fulci si arma di ascia in Un gatto nel cervello (1990)

Forse sto provando a raccontare una personalità di cui non esiste un’unica versione reale ma un mosaico di proiezioni. Uno scrigno di incubi che non aspetta altro di essere riscoperto per sconvolgere una nuova vittima spettatrice. Trovare una linea unica nella figura di Lucio Fulci inizia a rivelarsi impossibile quasi quanto dare una forma logica a questo articolo.

Il punto è che il terrorista dei generi aveva il potere di manipolare la realtà, e di farlo anche andando oltre alla finzione cinematografica. Ha saputo costruire minuziosamente un mito di sé, riscrivendo la propria storia e quella di un genere che è stato per troppo tempo incompreso, come lo stesso regista dopotutto. Ha cambiato irreversibilmente, il modo di rappresentare il male che infesta e si annida nelle grandi città, in case maledette, in paesini sperduti e soprattutto nella claustrofobia della propria esistenza. Una malvagità tutta Fulciana che va oltre a tutto quello che era stato fatto prima di lui ma per troppo tempo è stata rifugiata negli angoli bui, lontana dalla considerazione reale della critica nazionale.

Lucio Fulci ha oltrepassato tutti i confini della verità andando talmente avanti rispetto al suo tempo da essere stato capace di toccare delle corde specifiche dell’animo umano, facendo provare contemporaneamente sconvolgimento, ribrezzo e divertimento colpevole. Ha oltrepassato ogni limite di racconto scegliendo l’estremo per raccontare un bisogno più grande di esorcizzare le viscere marce di un’epoca piena di brutalità.

L’iconico finale di Zombi 2 (1979)

Il suo approccio controverso e viscerale non è fine a sè stesso, non vuole né essere semplice critica né sterile trasgressione. È nato da una visione più grande. Unire una certa autorialità al macabro è una questione seria, non da film di serie B.

Film come E tu vivrai nel terrore… L’aldilà dimostrano tutta la grandezza di un regista che ha saputo riscrivere il contatto inestinguibile che lega l’uomo alla sua morte e quindi alla sua discesa negli inferi, in modo diverso da qualsiasi iconografia che avessi mai conosciuto. Un deserto fatto di sussurri, di silenzio riempito dalle proprie paure. Un limbo senza regole o un orizzonte definito.

Liza e John nella scena finale di E tu vivrai nel terrore… L’Aldilà (1981)

Tutto inevitabilmente mi porta al finale di questo film e a quel paesaggio pittorico sterile. Un ritratto della disperazione umana, della solitudine definitiva a cui siamo condannati. Liza e John pensavano di essere riusciti a fuggire ma si ritrovano nel seminterrato dell’hotel costruito su una delle sette porte dell’inferno. Una nebbia fitta li avvolge mentre dei sussurri incomprensibili sembrano chiamarli da lontano. Sono diventati ciechi, come chi realizza il vuoto a cui è destinato per l’eternità.

Finalmente, vedendo il finale di questo film, sento di essere vicina all’essenza che ho cercato per tutto questo articolo. Il significato di tutto questo sangue, corpi mutilati e urla insopportabili. Credo di sentire quella strana aria che tira nella foto di Pontchartrain Causeway e sento quella strana confusione iniziale scomparire per lasciare spazio a un attimo di stanca realizzazione che comunque non riesco a comprendere fino in fondo.

Mi risveglio completamente: il mio viaggio alla ricerca di un fantasma di un cinema dell’orrido ma profondamente umano e incompreso credo sia giunto al termine, fra apparenze e inganni. Credo di essere stata contagiata dalle allucinazioni di Fulci.

Grazie, Volto della paura, di avermi trascinato, seppur dall’oltretomba, in uno strano flusso di coscienza, fra cinema e vita vera. Grazie perché sento di aver imparato qualcosa nella tua folle e insoddisfabile voglia di fare cinema. 

«Io non sono un poeta. Sono uno che non teme la morte ma ci ragiona da tanto tempo. Anche perché là c’è il dubbio, c’è un altro paese. […] Il mio dialogo con la morte va a pari passo col dialogo del tempo. Con questo io sono un uomo che si è sempre divertito nella vita. Non mi prendete per uno cupo, uno triste».

(Lucio Fulci in Fulci Talks (2021) di Antonietta De Lillo)

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