The Social Reckoning e il cinema di Aaron Sorkin come anatomia della democrazia

Lorenzo Scotto di Carlo

29.10.2026

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«La battaglia fondamentale che si combatte nella società è la battaglia sulle menti delle persone» 

(Manuel Castells, Comunicazione e potere)

C’è un’urgenza palpabile nel cinema di Aaron Sorkin, che va al di là della rappresentazione: guardare alla politica, all’informazione e alla società come a organismi complessi da indagare in profondità e su cui interrogarsi.

Con The Social Reckoning, Sorkin compie un ulteriore passo avanti, facendo del cinema d’inchiesta un dispositivo chirurgico per analizzare il declino della verità e della democrazia contemporanea. 

Ma per comprendere la portata di quest’opera, è necessario evidenziare due grandi momenti successivi alla sceneggiatura di The Social Network – padre più cronologico che spirituale di questo film – che hanno anticipato questa nuova inchiesta cinematografica.

Due manifesti della sua visione autoriale realizzati nel corso dell’ultimo decennio, mostrando come informazione, libertà e potere si sono intrecciate e trasformate nel tempo.

The Newsroom: il peso dell’informazione

Andata in onda a partire dal 2012, The Newsroom è la dichiarazione d’amore di Sorkin al giornalismo.

Ambientata nella fittizia emittente ACN, la serie immagina un mondo in cui un gruppo di giornalisti e produttori, capeggiati dall’anchorman Will McAvoy, prendono la difficile decisione di navigare controcorrente rispetto ai media contemporanei, difendendo l’integrità dell’informazione come presidio fondamentale per la democrazia.

Nel mondo ideologico di The Newsroom, Sorkin ha codificato la sua visione dell’informazione etica e del giornalismo tradizionale. Al centro c’era l’utopia illuminista di una redazione guidata da professionisti pronti a lottare contro gli ascolti e la mercificazione delle notizie per offrire al pubblico i fatti e la verità, senza compromessi.

Jeff Daniels (The Newsroom)

«Abbiamo deciso che le notizie debbano essere vendute come saponette, e che l’opinione conti quanto i fatti. Ma i fatti sono testardi. E il giornalismo non è uno strumento per fare audience, è l’atto fondante di una democrazia che vuole rimanere tale.»

(Will McAvoy, The Newsroom)

Attraverso lo sguardo di Will McAvoy e del suo team, Sorkin dava potere all’ascoltatore, inteso non come consumatore passivo, ma come cittadino di una democrazia che necessita di verità rigorose per potersi autogovernare.

Quella redazione televisiva rappresentava il baluardo di un’informazione che sapeva farsi carico della propria responsabilità pubblica, anche a costo di esporre i fallimenti del proprio sistema di riferimento.

Il processo ai Chicago 7: contropotere e ribellione

Da un’istituzione mediatica protetta si passa, ne Il processo ai Chicago 7, alla ribellione in strada e alle aule di tribunale, dove Sorkin seziona il concetto stesso di democrazia e libertà costituzionale.

La pellicola racconta le vicende giudiziarie che hanno fatto seguito agli scontri tra manifestanti e polizia durante la convention democratica del 1968 a Chicago, in relazione alla preoccupazione per il futuro politico degli Stati Uniti di quegli anni e al dramma della guerra in Vietnam.

L’opera mette in luce la frattura insanabile tra contestazione giovanile e un sistema repressivo intenzionato a soffocare sul nascere ogni forma di dissenso.

«Credo che le istituzioni della nostra democrazia siano cose meravigliose, che in questo momento sono popolate da persone orribili.» 

(Abbie Hoffman, Il processo ai Chicago 7)

Jeremy Strong e Sacha Baron Cohen (Il Processo ai Chicago 7)

La piazza, il popolo, in questo contesto, incarnano la collisione necessaria e vitale tra il contropotere, il naturale avversario del sistema politico rigido e autoritario, e il Free Speech Movement, nato proprio in quegli anni anche grazie a Mario Savio e ad un suo discorso su una gradinata dell’università di Berkeley.

La libertà di parola viene difesa come un diritto sacro, uno spazio in cui il dissenso prende forma e sfida le istituzioni a viso aperto, dimostrando che la democrazia vive della partecipazione attiva.

«Arriva un momento in cui il funzionamento della macchina diventa così odioso che non puoi più esserne parte. Neanche passivamente.» 

(Mario Savio, Free Speech Movement)

The Social Reckoning: La resa dei conti

Con The Social Reckoning, dopo averci mostrato un ideale a cui tendere ed un passato da cui apprendere, Sorkin ritorna sul terreno di The Social Network per mostrarci come la creatura di Mark Zuckerberg, nata da un desiderio individualista orientato alla connessione, alla cooperazione e alla comunità, si sia trasformata in una titanica infrastruttura che plasma la società, e questo ci viene mostrato attraverso tre archetipi che sorreggono l’intera architettura del film.

Mikey Madison (The Social Reckoning)

In primo luogo c’è Frances, la “whistleblower”, che incarna la figura mitologica di Cassandra: profetessa veggente, condannata a prevedere la rovina imminente e a rimanere inascoltata.

In lei vive la disillusione di ciò che Facebook voleva e poteva essere, il massimo strumento di democrazia orizzontale e cooperazione collettiva, e il dolore di vederlo mutare in modo distopico. Il suo percorso rappresenta la frattura tra la gelida lettura dei dati e l’osservazione umana del mondo reale.

Con lei si muove Jeff, colui che incarna lo spirito d’indagine proprio di Sorkin. Jeff possiede la lucidità e la resilienza necessarie per trattare il “Big Tech” esattamente come la politica tradizionale. Lo sguardo investigativo di Jeff dimostra che il potere, qualunque forma esso scelga di assumere, va affrontato e smascherato senza timore.

Perché se è vero che formalmente viviamo in una democrazia, è altrettanto innegabile che la nostra contemporaneità sia fortemente influenzata da un’oligarchia economico-tecnologica di cui ci rendiamo fin troppo poco conto.

Infine, c’è il caro vecchio Mark.

Circa vent’anni dopo dalla sua ultima rappresentazione, Zuckerberg non viene ritratto come un freddo calcolatore, ma come un fanatico della libertà tecnologica e della democrazia.

Un radicale, disposto a proteggere il mondo che ha creato a qualsiasi costo, anche quando genera odio e violenza.

La sua pretesa incrollabile è quella di essere sempre e solo il luogo del dibattito, la piazza, e mai l’arbitro o il moderatore, illudendosi di dare libertà assoluta, quando la sua è semplicemente una neutralità totale e codarda.              

È proprio qui che si consuma la sua più grande contraddizione: rifiutandosi di assumersi qualsiasi responsabilità di moderazione e controllo, a suo dire in favore della democrazia assoluta, finisce per diventare cieco rispetto all’immenso potere della sua creazione e al modo in cui questa viene utilizzata, indirizzando e polarizzando il discorso pubblico globale.

                                              

Mikey Madison e Jeremy Allen White (The Social Reckoning)

The Social Reckoning: La nuova realtà aumentata

«Non stiamo analizzando un mondo, lo stiamo costruendo. Non siamo filosofi sperimentali, siamo ingegneri filosofici.» 

(Tim Berners-Lee, W3C Technical Architecture Group)

Il problema risiede nel modo adottato per sviluppare ulteriormente la tecnologia.

Attraverso metriche come le MSI (Meaningful Social Interactions), l’algoritmo ha ben presto imparato che nulla genera interazione quanto la rabbia, il risentimento e la polarizzazione emotiva.

Sfruttando le dinamiche psicosociali e la logica del conflitto tra “ingroup e outgroup” (il basilare sentimento umano del “noi contro di loro”), le piattaforme hanno costruito camere dell’eco (echo chambers) dove c’è un costante ricircolo e rafforzamento degli stessi ideali, delle stesse opinioni e delle informazioni a supporto.

Il confronto è sterile o inesistente. Così facendo gli individui vengono costantemente spinti verso gli estremi, dove le loro emozioni e idee vengono amplificate in modo radicale.

Tutto chiaro no?

Sorkin smantella così l’illusione utopica del “sublime tecnologico” teorizzato da James Carey, ovvero il senso di meraviglia e riverenza di fronte al progresso in ambito tecnico e scientifico, mostrandoci l’altro lato della medaglia.

Il mondo digitale non resta mai confinato dietro lo schermo, ormai è parte di noi, della vita stessa.  

Basti pensare ai casi di studio sui populismi contemporanei e all’uso delle piattaforme digitali come strumenti di propaganda. Un esempio è l’ascesa dell’AfD in Germania, dove la comunicazione persuasiva basata sulla paura, sull’odio e sulla rabbia ha sfruttato Facebook come arena di aggregazione e amplificazione, trasformando il partito da piccola minoranza estremista ad uno dei principali attori del panorama politico tedesco.

Lo stesso vale per gli eventi del 6 gennaio a Capitol Hill, mostrati anche da Sorkin, dove il contagio digitale si è realizzato al massimo. L’aggregazione online è diventata così azione fisica e prevaricante sul mondo reale.

Jeremy Allen White (The Social Reckoning)

«Democracy is the best form of government, not the best form of everything.»  

(Jeff Horwitz, The Social Reckoning)

La battuta che racchiude l’opera e forse l’intera indagine cinematorafica di Sorkin.

La democrazia è un processo umano, lento, faticoso e fondato sul dubbio e sulla negoziazione della complessità. L’algoritmo, la piattaforma, il codice, chiamatelo come volete, è l’esatto opposto. È istantaneo, binario e premia spietatamente la polarizzazione.

Pretendere che una logica di piattaforma gestisca lo spazio pubblico significa firmare la condanna a morte della democrazia stessa. The Social Reckoning ci lascia così, sul ciglio della palude in cui ci troviamo ora, consapevoli di ciò che eravamo e ciò che siamo diventati.

leggi anche: Aaron Sorkin e il biopic – Il mito nella cultura americana

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  • Lorenzo Scotto di Carlo

    "Tu non vuoi cambiare il mondo, tu vuoi capirlo per trovare il modo di riuscire a viverci."
    - 4321, Paul Auster

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