L’Horror all’italiana è una cosa seria

Gabriele Vinci

04.10.2026

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Sembra strano a dirlo, ma ci fu un tempo in cui, in Italia, si dettava legge sul cinema horror.

Un tempo in cui bastava un regista italiano (spesso anche sotto pseudonimo), un castello immerso nella nebbia o una fotografia dai colori impossibili, conditi da una musica capace di traumatizzare lo spettatore e insinuarsi sotto la pelle, per costruire un immaginario che avrebbe fatto il giro del mondo.

La maschera del demonio (1960)

Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, mentre il cinema del Bel Paese veniva celebrato soprattutto per i film d’autore, la commedia, per i grandi registi e per quella tradizione cinematografica che sembrava destinata a rappresentare il volto più nobile della nostra cultura, un altro cinema, apparentemente più volgare, più commerciale e infinitamente meno rispettabile, conquistava le sale e terrorizzava il pubblico “a suon di sangue e coltellate”, dando vita, spesso lontano dai riflettori della critica togata, a una delle stagioni più fertili e riconoscibili del cinema di genere.

«Cinema di serie A o serie B non esistono, esiste il cinema e basta.»

(Dario Argento)

Possiamo così parlare di “horror all’italiana”.

Anche se chiamarlo semplicemente “horror” significa forse già limitarne la natura, perché quello che accadde in quegli anni fu un processo decisamente più complesso di una semplice produzione di film dell’orrore. Stiamo parlando di un linguaggio capace di assorbire nella propria grammatica molti stili e di mescolarli senza preoccuparsi troppo dei confini tra un genere e l’altro.

Riconoscibile sì, ma piuttosto che per delle caratteristiche imprescindibili, più per la libertà con cui si decideva continuamente di violarle.

Scena di Tenebre (1982).

Era il cinema di Mario Bava, Dario Argento, Lucio Fulci, Sergio Martino, Ruggero Deodato, Umberto Lenzi, Antonio Margheriti e di molti altri ancora che un bel giorno decisero di rendere l’orrore il fiore all’occhiello della nostra industria cinematografica.

Suspiria (1977) di Dario Argento

Horror all’italiana: oltre il concetto di genere

Parlare dell’ horror italiano di quegli anni significa anzitutto confrontarsi con una questione apparentemente semplice ma in realtà decisiva: che cosa intendiamo per genere? La storia dell’orrore italiano tra gli anni Sessanta e Ottanta rende particolarmente difficile tracciare confini netti. A differenza di una concezione del genere come insieme stabile di canoni narrativi e visivi, il cinema italiano di quegli anni sembra utilizzare l’horror soprattutto come un largo territorio di contaminazione.

Esistono film horror-gotici, horror-erotici, horror-fantascientifici, horror-gialli, horror-avventurosi. Ciò accade soprattutto negli anni Settanta, decade che straripa di opere nelle quali diventa quasi impossibile stabilire quale genere sia realmente dominante.

Questa caratteristica non è casuale. Il cinema di genere italiano del periodo vive infatti all’interno di un sistema produttivo estremamente dinamico, nel quale i film devono essere riconoscibili sul mercato ma anche capaci di sfruttare rapidamente le tendenze internazionali.

Non è un caso che genealogicamente la vera svolta arriva con La maschera del demonio. Opera prima di Bava, in cui il suo rapporto con la violenza lo porta oltre la semplice riproposizione del cinema gotico europeo.

Per non parlare poi de I tre volti della paura , capolavoro baviano (la cui traduzione inglese “Black Sabbath” darà ispirazione all’omonima band rock) che unisce tre differenti declinazioni orrorifiche: thriller, folklore e soprannaturale. E questo è solo il primissimo Bava, ma potremmo andare avanti per molto.

Ed è a partire da questa instabilità che bisogna leggere l’intera vicenda dell’horror italiano, un cinema nato ai margini dell’industria, alimentato dalle necessità del mercato internazionale e in grado di trasformare le formule commerciali in occasioni di sperimentazione.

LI tre volti della paura (1963) di Mario Bava

Horror all’italiana: pochi soldi tanta libertà

«I film sono la fucina di un mago, ti permettono di costruire una storia con le tue mani, almeno questo è ciò che significa per me. Ciò che mi attrae nei film è trovarmi di fronte a un problema ed essere in grado di risolverlo. Nient’altro; solo per creare un’illusione, un effetto, con quasi niente»

(Mario Bava)

“Pochi quattrini, meno pensieri” disse qualcuno. E calza perfettamente con il sistema produttivo di cui stiamo parlando.

Anche se l’idea secondo cui il basso budget avrebbe automaticamente reso libero il cinema horror italiano è da prendere con cautela. Avere pochi soldi significava innanzitutto avere meno tempo, meno risorse e spesso la necessità di lavorare secondo modelli produttivi molto rigidi. Molti film erano pensati per essere venduti all’estero e dovevano quindi rispondere a precise aspettative commerciali. Il ricorso a coproduzioni, attori stranieri, pseudonimi anglofoni e titoli pensati per il mercato internazionale era, dunque, parte integrante del sistema.

La libertà nasceva, quindi, non tanto dall’assenza di vincoli, ma piuttosto dalla possibilità che alcuni autori trovavano all’interno dei vincoli stessi. Il genere permetteva una certa riconoscibilità e garanzia di pubblico e, proprio per questo, poteva lasciare spazio a sperimentazioni che in una produzione più costosa sarebbero state considerate rischiose.

Il cinema come arte d’arrangiarsi, come inventiva, e ce lo mostrava proprio Bava nel finale di uno dei suoi capolavori:

Il basso budget, dunque, non è di per sé una virtù. Diventa interessante quando costringe il regista a pensare cinematograficamente.

È una condizione che aiuta a spiegare perché il cinema horror italiano abbia sviluppato una cultura dell’artigianato così importante e perché molti dei suoi risultati più riusciti siano ancora oggi apprezzabili soprattutto per la loro inventiva formale.

La notte dei diavoli (1972) di Giorgio Ferroni

Horror all’italiana: Sesso e Sangue

C’è poi da considerare che nell’Italia di quel periodo, dove il bigottismo democristiano regnava sovrano e permeava la coscienza collettiva, il cinema horror riusciva nell’impresa di far passare contenuti e immagini, altrimenti censurati, al grande pubblico. In particolare, il corpo, che esso sia ferito, decomposto o sessualizzato, diventa uno dei punti nevralgici attraverso cui l’orrore prende forma.

La paura, fino ad allora spesso confinata alla dimensione psicologica o soprannaturale, qui si imprime sulla materia stessa dei personaggi. Il corpo porta concretamente i segni di ciò che è accaduto e, proprio per questo, diventa una sorta di memoria tangibile.

Dèmoni (1985) di Lamberto Bava e prodotto da Dario Argento.

La paura, la mostruosità sono qualcosa di reale.

Ne è un esempio emblematico il cult Cannibal Holocaust di Deodato, che fece particolare scalpore per la verosimiglianza delle scene di found footage.

«Non faccio horror, il mio è un cinema realistico»

(Ruggero Deodato)

Cannibal Holocaust (1980) di Ruggero Deodato

Accanto al corpo ferito e martoriato, l’horror italiano degli anni Settanta e Ottanta mette in mostra con particolare insistenza anche il corpo sessualizzato, da cui emerge il rapporto paradossale con la commedia sexy all’italiana (categoria fortunatissima a cavallo degli anni ’60/’70 del cinema di genere).

Non si sevizia un paperino (1972) di Lucio Fulci

È però soprattutto con un altro autore che questa contaminazione raggiunge una delle sue forme più radicali. Aristide Massaccesi, meglio noto come Joe D’Amato, si muove infatti continuamente tra erotico, horror, cannibal movies e pornografia.

In film come Emanuelle e gli ultimi cannibali, Antropophagus, erotismo e violenza si sovrappongono continuamente, attraverso corpi femminili esposti dapprima al desiderio, poi alla mutilazione e alla morte. Nel cinema di D’Amato, dunque, la crucialità risiede nel punto d’incontro tra eros e orrore, il corpo.

Così orrore e pornografia diventano incredibilmente non più così dissimili: entrambi giocano sul proibito, su ciò che l’umano, per via dei suoi costumi, rifiuta di vedere.

Emanuelle e gli utlimi cannibali (1977) di Joe D’Amato

«Quello che noi abbiamo sempre cercato di fare è stato dare al pubblico quello che il pubblico voleva. Con passione ed entusiasmo. E senza un filo d’ipocrisia»

(Joe D’amato)

Horror all’italiana: che cosa ci lascia?

Umberto Lenzi con Tarantino.

Ma cosa rimane, oggi, di quella stagione?

L’influenza dell’horror italiano è forse più evidente di quanto possa sembrare. Le immagini e le atmosfere di quegli anni hanno lasciato un’eredità grandiosa sul cinema contemporaneo. Registi come Carpenter, Scorsese, del Toro, Refn e, più recentemente, il cinema di Ari Aster, hanno guardato e guardano a Bava, Lenzi, Argento, Fulci e agli altri autori italiani.

Ma anche prendendo le pellicole singolarmente, è evidente, per esempio, l’impatto che ha avuto Terrore nello spazio per Alien o Reazione per Catena per Venerdì 13 e il cinema slasher tutto, o ancora l’influenza di Incubo sulla città contaminata di Lenzi per il cinema di Tarantino e il legame strettissimo tra la saga di Hostel e il cinema di Deodato.

«Il cinema di genere oggi dovrebbe sperimentare.»

(Umberto Lenzi)

Forse gli unici a scordarselo siamo stati proprio noi. Ed è per questo che dovremmo imparare da questo vecchio universo cinematografico. Perché sì, naturalmente sarebbe impossibile e sbagliato tentare di riportare i fasti del tempo, ma forse servirebbe recuperare un certo modo di intendere il fare cinema.

Un cinema disposto a contaminarsi, a correre dei rischi, a non considerare i confini tra i generi come qualcosa di invalicabile.

Un cinema che, anche quando nasceva da necessità produttive molto concrete, cercava continuamente una soluzione visiva, un’atmosfera, un’invenzione capace di trasformare il limite in possibilità.

Nell’epoca dell’IA, del tutto possibile con pochi mezzi, serve ritrovare piuttosto uno sguardo, una libertà e la volontà di spingersi oltre ciò che le possibilità sembrano permetterci, o banalmente ciò che ha sempre contraddistinto gli artisti, da Lascaux ad oggi: l’esigenza di creare.

In conclusione, vale la pena ricordare un uomo che per anni ha contribuito a far arrivare questa tradizione a una nuova generazione. Con la sua passione viscerale, quasi incontenibile, ha raccontato per anni il cinema, e particolarmente l’horror italiano, permettendo a me e tanti altri di scoprire Fulci, Bava, Lenzi e altri grandi autori.

Senza di lui in molti non avremmo mai scoperto questo tipo di cinema. Io non avrei mai scoperto questo tipo di cinema.

Al di là delle singole opinioni o dei giudizi sui film, il suo merito è stato soprattutto quello di trasmettere la sua profonda passione prima ancora della conoscenza.

Grazie Federico Frusciante.

Viva l’horror all’italiana!

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