Ritratto della giovane in fiamme – Dialettica di uno sguardo femminista

Andrea Tiradritti

Novembre 13, 2020

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È almeno dal 1975, anno in cui Laura Mulvey pubblicò il saggio Visual Pleasure and Narrative Cinema, che le teorie femministe operano nel decostruire alcune strutture portanti della rappresentazione cinematografica, con l’intento di rivelarne scopi sotterranei e di criticarne le soggiacenti discriminazioni. Fu in quegli anni che per la prima volta venne messa in dubbio la neutralità dello sguardo e analizzati i rapporti di potere fra guardante e guardato. È questo che sembra prefiggersi anche Ritratto della giovane in fiamme (2019).

In maniera radicalmente inaudita si studiò allora il posizionamento dello spettatore, il suo processo di immedesimazione nella storia e le logiche sottese a entrambe tali dinamiche. L’esito, rivolto soprattutto al cinema classico di Hollywood, fu inequivocabile. Quel cinema mainstream era in larga parte sessista e oggettificante. In esso lo spettatore era naturalmente portato a identificare il suo sguardo con quello del protagonista maschile. La donna non era mai soggetto di azione, ma quasi sempre oggetto contemplato, manipolato, posseduto o ricondotto alla docilità. Per le studiose dell’epoca serviva una rivoluzione. Una nuova ricerca in grado di oltrepassare gli stereotipi del male gaze e riconoscere al femminile pari possibilità di guardare.

Femminismo

Laura Mulvey nel 1977

Ritratto della giovane in fiamme: uno sguardo complesso

Oggi, nel 2020, non esiste un solo cinema e un solo sguardo. Le regole della visione si sono frantumate e i suoi codici sono costantemente in trasformazione, sempre più liberi e articolati. Seppur ancora fra mille difficoltà e troppo lenti progressi, oggi più che mai le donne nel cinema sono considerate portatrici di sguardi inediti e preziosi. È il caso di Céline Sciamma e del suo ultimo film, premiato a Cannes per la migliore sceneggiatura e fra le opere maggiormente discusse dello scorso anno.

Ambientata in Francia alla fine del XVIII secolo, la tormentata storia d’amore fra Héloïse (Adèle Haenel) e Marianne (Noémie Merlant) si dispiega attraverso echi e rimandi continuamente sfuggenti, intersezioni la cui dirompente complessità mira a sovvertire i canoni e a far storcere molti nasi. Il valore del film risiede innanzitutto nella volontà di mostrare una nuova fenomenologia del piacere, approfondendo in maniera critica e penetrante la natura dei rapporti di forza che si vengono a instaurare fra i personaggi e fra questi e lo spettatore.

Per spiegare ciò si deve prestare particolare attenzione alle traiettorie degli sguardi che pervadono il film, nonché ai dialoghi che esplicitamente riflettono su tali sguardi. Si noterà una vera e propria dialettica del guardare, costituita da tre momenti fra loro connessi, che reciprocamente si influenzano e che sono a tratti sovrapponibili.

Sguardo

Adèle Haenel e Noémie Merlant in una scena del film

Tesi del Ritratto della giovane in fiamme: menzogna

Il primo momento è quello dello sguardo ingannato, nel quale le due donne sono costrette a osservarsi nella menzogna. Riguarda la parte iniziale del film, quella in cui la madre di Héloïse – interpretata da Valeria Golino [presente anche in questo recente film di Salvatores] – assegna a Marianne, pittrice e figlia di un padre ingombrante, il compito di ritrarre la sua secondogenita in vista dell’imminente matrimonio a cui è destinata. Il lavoro, e qui nasce l’inganno, deve essere svolto in incognito, senza che Héloïse si accorga di essere ritratta. Ella è infatti contraria allo sposalizio e in nessun modo lascia che qualcuno la dipinga.

È questa la fase degli sguardi rincorsi e negati, la fase in cui Marianne, per il semplice fatto di conoscere la verità, è teoricamente dominante nei confronti di Héloïse.

Eppure, fin da subito, quello che secondo la tradizione dovrebbe essere l’oggetto dello sguardo – Héloïse e la sua immagine da ritrarre – si mostra inafferrabile e sfuggevole. I rapporti di potere sono già confusi e indistinti. Lo spettatore è spinto a identificarsi con Marianne, ma finisce per condividerne soltanto la frustrazione e il senso di precarietà. Insieme a lei, dopo circa venti minuti e una corsa palpitante verso il precipizio di una scogliera, scopriamo finalmente il volto del nostro desiderio. Un volto perturbante e scontroso, il quale capiamo immediatamente che non si lascerà sopraffare dai nostri sguardi.

Sguardo

Uno dei tanti sguardi incrociati in Ritratto della giovane in fiamme

…e ribellione

Héloïse ripudia il suo destino perché è il destino scelto per lei da un sistema ingiusto. Un destino immutabile e asfissiante, ereditato dalla sorella suicida e da tutte le donne prima di lei. In esso non c’è scelta, ma solo ubbidienza e sottomissione. In questo senso, il fatto che non si lasci raffigurare e che, come si dice nel film, abbia fatto impazzire il pittore (uomo) che ha provato a farlo prima di Marianne, appare rivelatore e assume specifici connotati simbolici.

L’individuale ribellione di Héloïse è in realtà espressione di un moto ben più potente e trasversale. La sua collera è la collera di un intero genere, stanco di essere rappresentato soltanto attraverso lo sguardo maschile e in base a questo poi di essere definito, inquadrato e sottomesso. La Sciamma sembra volerci dire quanto, nell’inganno, non possa esistere sguardo che non sia temuto, indagante o sospetto e come le convenzioni finiscano immancabilmente per ingabbiare la vita, conducendola all’insoddisfazione.

Ritratto della giovane in fiamme

Il ritratto negato e soppresso

Antitesi: amore e salvezza

Il secondo momento è quello dello sguardo riconosciuto e accolto. Siamo a oltre metà film e Marianne svela a Héloïse il suo segreto. Finalmente consapevoli dei loro rispettivi ruoli e delle loro reali identità, le due donne possono guardarsi senza paura o desideri di dominio. [Un legame femminile altrettanto ipnotico e ancor più perturbante lo troviamo in Persona di Bergman]. È questa la fase maggiormente riflessiva dell’opera, quella in cui con più vigore si mostra la differenza con lo sguardo patriarcale della tradizione e si immagina una nuova idea di piacere. Il corpo dell’altro non è assalito, ma ammirato e contemplato nelle sue imperfezioni.

L’amore nato fra le due donne è un rincorrersi e non un possedere: le loro nudità sono esibite senza abbellimenti o retorica, mentre la loro passione appare ardere di un fuoco naturale e privo di tossicità. Non a caso è in questa fase, nella quale lo sguardo è un prendersi cura dell’altra, che è possibile rappresentare il sogno di una società in cui le donne siano davvero solidali e possano realmente autodeterminarsi, prescindendo del tutto dallo sguardo e dal volere maschile.

Ritratto della giovane in fiamme

Ritratto della giovane in fiamme: il bacio

Sintesi: addio ed eternità

Lo spettatore, ormai disorientato, non ha più alcun potere di fronte a un’opera che si è tramutata in manifesto e ha stravolto le sue aspettative con inflessibile efficacia. Invece di guardare voyeuristicamente l’unione sessuale delle due protagoniste, egli è obbligato a osservare il travaglio dell’aborto di una domestica, facendo esperienza del suo dolore, della sua libera scelta e della voragine della sua perdita. Ma a questo secondo momento, caratterizzato dal gioco e dall’affetto, deve necessariamente seguirne un altro. Un momento in cui lo sguardo amato spaventa e diventa ostile.

Un momento nel quale l’utopia rimane tale, l’ordine va ristabilito e le due donne sono costrette a cedere davanti alla legge del padre. Se da un lato segna in maniera definitiva il distacco fra Marianne ed Héloïse, quest’ultima fase, caratterizzata da sguardi perduti e rievocati, dall’altro ne suggella potentemente l’immortalità del sentimento. Sarà ora il dettaglio di un quadro o il tumulto di un’opera vivaldiana a far sorridere e piangere lo sguardo delle due amanti, nel ricordo di ciò che è stato e nella malinconia di ciò che non è potuto essere.

Ritratto della giovane in fiamme

L’ultimo sguardo prima della fine

«Fuggire non posso» cantano appunto le donne al falò, nella scena più surreale ed enigmatica del film. Fuggire da cosa? Dal loro destino, dalla violenza altrui, da uno sguardo che ancora oggi controlla ed etichetta, erigendo per loro condizioni di oppressione e sfruttamento. Ritratto della giovane in fiamme analizza i retaggi alla base di questa disuguaglianza, teorizzando una possibile via di fuga. Una società e un cinema equi, ambasciatori di un piacere che sia frastagliato e ricco di sfumature. Un mondo denudato da violente imposizioni, nel quale nessuna Euridice debba più essere salvata o condannata in base allo sguardo di un Orfeo.

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