La donna è donna – Elogio alla figura femminile

Eleonora Artesi

Ottobre 21, 2021

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La donna è donna, in lingua originale Une femme est une femme, è un film di Jean-Luc Godard.

Definirlo un semplice film parlato, in realtà, risulterebbe impreciso e scorretto dal momento che rappresenta qualcosa di estremamente poliedrico, visionario e innovativo: un ibrido tra un musical, una commedia tragicomica e forse anche un documentario. L’assidua presenza dell’aspetto musicale rende il film un tributo alla commedia musicale americana e, secondo il regista, un rimpianto sul fatto che la vita non sia in musica.

Riguardo l’essenza tragicomica della pellicola, si occupò di spiegarla lo stesso Godard:

«L’idea generale del film deriva da una frase di Chaplin: “la tragedia è la vita in primi piani; la commedia è la vita in campi totali”. Mi sono detto: farò una commedia in primi piani, così il film sarà tragicomico».

(Jean-Luc Godard)

L’aspetto innovativo è certamente rappresentato dalla scelta del regista di far recitare agli attori non solo le loro parti, ma anche quella che dovrebbe spettare a un ipotetico narratore, cosicché gli spettatori si sentano partecipi degli avvenimenti narrati, favorendo così una totale immersione nelle vicende e la conseguente disintegrazione della barriera, del distacco, che solitamente si tende a creare tra i personaggi in scena e il pubblico.

La “novità” è anche espressa dal fatto che questa pellicola sia la prima di Godard a essere stata girata a colori e non in bianco e nero. Tale scelta senza dubbio mette in risalto, insieme alla musica, la vivacità delle scene.

Ambientata nella Parigi del 1961, ovvero gli anni del boom economico, dell’innovazione e della dinamicità, quest’opera cinematografica godardiana rappresenta forse il più bello e il più sincero elogio alla figura femminile di sempre, tanto da essere definito dall’attore e regista francese André Labarthe come:

«Uno dei più bei documentari che io conosca dedicati a una donna, […] una tappa importante del cinema moderno. È il cinema allo stato puro».

(André Labarthe)

Anna Karina in “Une femme est un femme”

Le scene di questo film ruotano intorno al personaggio di Angela, una spogliarellista di uno striptease del X arrondissement, interpretata dalla magnifica Anna Karina, musa godardiana per eccellenza, una figura dotata di un così grande carisma da non eccedere mai nell’oltraggiosa e violenta volgarità, ma in grado di emanare un’eleganza erotica. Angela desidera più di ogni altra cosa avere un bambino insieme al suo amato marito Èmile, il quale però non si oppone, proponendole di giacere con Alfred, un amico di Èmile molto innamorato di lei. Il susseguirsi delle vicende evidenzia in modo ironico il rapporto di amore e odio fra i due coniugi.

L’ironia di Godard raggiunge il suo culmine nella scena finale mediante un gioco di parole tra Angela ed Èmile basata sull’omofonia delle seguenti espressioni:

Èmile: «Tu es infÂme».

Angela: «Non, moi je suis une femme».

Molto enfatizzata dal regista è anche una delle caratteristiche da sempre intrinseche alla figura femminile: la malinconia.

Infatti, il tema malinconico rappresenta una costante in quasi tutte le scene della pellicola e l’aspetto sorprendente è che questo stato d’animo, solitamente contraddistinto da una forte cupezza e da un continuo lamento, non offuschi la lucentezza emessa dal fascino della Karina.

Il fatto che Godard, in diverse scene, metta in risalto nella figura di Angela l’aspetto malinconico indica la sua adorazione verso la sensibilità umana, in modo particolare verso quella femminile. L’esempio più eclatante è senza dubbio la scena in cui vi sono Alfred e Angela che conversano in un bar, e la donna in merito alla tristezza si esprime nei seguenti termini:

Angela: «È molto bella una donna che piange, bisognerebbe boicottare tutte le donne che non piangono, le donne moderne che vogliono imitare gli uomini».

la donna è donna
Anna Karina

Interpretato in modo superficiale e fuori contesto, questa riflessione potrebbe sembrare frutto di relativismo di genere e un’incitazione a vivere nella tristezza più totale.

In realtà, tale riflessione dovrebbe essere interpretata come un’esortazione a vivere a 360°, lasciando che le emozioni e gli stati d’animo dell’individuo si manifestino senza che i vincoli della società odierna prendano il sopravvento su di essi. Poiché, qualora tale cosa dovesse accadere, ciò che ne conseguirebbe sarebbe la soppressione dell’animus dell’individuo, e l’introduzione di atteggiamenti aspramente “anti-terenziani” come l’apatia, la meccanicità delle azioni e l’indifferenza.

La figura della donna percepita come «individuo dall’animo sensibile» è stata ampiamente approfondita dall’astrologo ed esoterista italiano Tommaso Palamidessi. Ciò che si può trarre dai suoi scritti, in modo particolare da Archeosofia, in merito a tale figura, la quale nel corso dei secoli ha quasi sempre avuto un ruolo di subordinazione all’uomo, è una visione assolutamente altisonante.

Palamidessi vede la donna come un individuo semidivino, che ha una parte decisiva e nobilissima per l’evoluzione e l’ascesi di tutto il genere umano e che con solo la sua presenza è in grado di muovere le energie dell’uomo, risvegliare la sua creatività artistica, il fervore religioso, lo spirito di ricerca scientifica e filosofica, oltre all’eroismo.

L’affermazione meravigliosa che descrive la figura femminile al meglio è sicuramente questa: «la donna è espressione di amore e di vita». L’aspetto forse più interessante, che attribuisce alla frase e al suo contesto un alone di mistero e magia, è il fatto che essa sia una verità, una nozione intrinseca alla conoscenza umana sin dalle prime e grandi civiltà. Tale espressione, pertanto, implica il fatto che una donna oppressa e limitata nelle sue espressioni spirituali rallentasse o addirittura ostacolasse l’evoluzione del genere umano.

“Nascita di Venere” di Sandro Botticelli

Un altro concetto che viene affrontato in questa pellicola è l’amore, e il modo in cui viene fatto è a dir poco sublime. In una scena, conversando insieme ad Alfred sull’amore, Angela dice, facendo un breve resoconto della sua vita, di aver sofferto, di aver fatto qualche errore, ma almeno di aver amato.

Se si presta attenzione, ci si rende conto della valenza universale di questa affermazione: nella vita non è importante quanto si ha sofferto o se è stato commesso qualche errore, perché il solo aver amato, non solo fungerebbe da una sorta di giustifica, ma è come se non rendesse inutile e insensato il breve lasso di tempo dell’individuo passato sulla Terra. D’altronde, il poeta latino Catullo non a caso, nel carme V del suo Liber, rivolgendosi alla sua amata, scrisse «vivamus atque amamus» per indicare che l’azione del vivere corrisponde indiscutibilmente a quella dell’amare e quella dell’amare a quella del vivere.

Sempre durante la conversazione tra Angela e Alfred si contraddistingue un altro aspetto dell’amore, precisamente inerente alla sua importanza. Secondo Angela, infatti, l’importante dell’amore è che esso sia un sentimento vero e realmente provato, mentre il fatto che sia ricambiato o meno rappresenta un fattore di minore o quasi nulla importanza.

«La vera tragedia tra non amare e non essere amati, è non amare».


(Albert Camus, L’estate)

E il motivo di questa quasi nulla importanza è che prima o poi l’amore che si prova sarà ricambiato, non necessariamente dalla persona amata, ma da qualcun altro o mediante altre forme d’amore. Questo non è altro che il concetto del cosiddetto “amore che vieni, amore che vai” che nel corso dei secoli interessò molti autori e intellettuali. Tra i tanti, i primi che vengono in mente sono la poetessa greca Saffo con il frammento numero 1, spesso definito Ode ad Afrodite, dove la dea della bellezza, dopo aver udito i lamenti e le suppliche di Saffo dovuti al mal d’amore, le chiede:

«E chi ancora devo convincere ad accettare il tuo amore? Se ora fugge, presto inseguirà, e se non ti ama, presto ti amerà, pur non volendo».

(Saffo, Ode ad Afrodite)

E il cantautore italiano Fabrizio De André che, nella canzone Amore che vieni, Amore che vai, ci promette: «Amore che fuggi, da me tornerai».

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