«Di questi sei mesi, c’è un’immagine che ha nel cuore?»
«In un video ho visto un vecchio signore di un villaggio curdo che diceva: “Se vuoi essere un vero uomo, sii una donna”».(Marjane Satrapi, Intervista al Corriere della Sera a cura di Greta Privitera, 2023)
Il 4 giugno 2026 si è spenta Marjane Satrapi, scrittrice, fumettista e regista franco-iraniana. Aveva cinquantasei anni. Secondo i familiari, è morta di tristezza un anno dopo la scomparsa prematura di Mattias Ripa, suo marito e amore della sua vita. A pesare, però, non c’è soltanto una sofferenza privata, ma un dolore collettivo per un Pese, l’Iran, che da oltre quarant’anni vive sotto il giogo della Repubblica Islamica.
Ma Satrapi non ha passato la vita nel dolore e nella sofferenza. Non è stata una vittima della Storia: è stata una rivoluzionaria, una femminista, un’artista che ha scelto l’esilio pur di non rinunciare al diritto fondamentale di essere libera. In Francia, ha cercato di mantenere un legame con il suo Paese attraverso le sue opere. Anche quando ricordare fa male, quando ti spezza il cuore.
Persepolis resta la sua opera più rappresentativa, la sua eredità più duratura: il dissenso e la ribellione verso ogni forma di repressione, la memoria personale che diventa collettiva, la continua ricerca verso l’identità pur rimanendo fedeli e integri a sé stessi. La libertà, anche quando ha un prezzo.

L’infanzia e la fine dell’innocenza
Parlare di Persepolis significa confrontarsi con una traiettoria biografica che intreccia indissolubilmente quella politica. Il film, tratto dalla graphic novel autobiografica e diretto nel 2007 insieme a Vincent Paronnaud, segue la crescita di Marjane durante uno dei periodi più drammatici della storia iraniana: la rivoluzione del 1979, la caduta dello Scià, l’instaurazione della teocrazia e la guerra con l’Iraq. La grande Storia viene filtrata da un punto di vista prima infantile, poi adolescenziale, infine adulto.
Negli anni Settanta, a Teheran, la piccola Marjane cresce in una famiglia colta, laica e politicamente consapevole. Sogna di radersi le gambe e di diventare l’ultimo profeta della galassia. Discute con Dio, ascolta i racconti dei grandi e assorbe il fermento rivoluzionario che attraversa il Paese. Un ruolo decisivo è affidato allo zio Anoosh, figura cardine della sua formazione: attraverso il suo racconto, la bambina entra in contatto con la violenza della repressione, con il carcere, con la fedeltà agli ideali. La successiva esecuzione dello zio rappresenta una frattura che segnerà per sempre la sua vita: il momento in cui l’idea di giustizia si confronta, per la prima volta, con il tradimento delle promesse.
Il passaggio dall’euforia rivoluzionaria all’oppressione viene raccontato con una semplicità che evita ogni didascalismo. L’imposizione del velo, la segregazione scolastica, la sorveglianza dei corpi, l’indottrinamento, la censura: in pochi anni il regime trasforma il Paese, e con esso i volti della popolazione. Nonostante il trauma, che ha segnato la fine dell’infanzia, Marjane rimane ironica, curiosa, impetuosa, insofferente all’autorità. E insieme alla dimensione quotidiana – contradditoria e comica – della sua vita, si intreccia il dramma collettivo di un Paese sempre più oppresso e del dramma della guerra con l’Iraq.

Vienna: la promessa tradita
I genitori, preoccupati per il suo carattere ribelle, la mandano a studiare in Austria. La nonna, alla vigilia della partenza, le consegna un’eredità morale:
«Non voglio farti la predica, ma ti do un consiglio che ti servirà per sempre. Nella vita, conoscerai molti stronzi: se ti feriscono, pensa che è la stupidità che li spinge a farti del male. Ti eviterà di ripagarli con la stessa moneta, perché non c’è niente di peggio al mondo del rancore e della vendetta. Resta sempre integra e coerente con te stessa».
(Nonna di Marjane in Persepolis)
Se la prima parte di Persepolis mette in scena l’orrore del fondamentalismo, la seconda incrina l’idea consolatoria di un’Europa, laica e progressista, che coincida automaticamente con la libertà. Appena quattordicenne, Marjane, sola e lontana dai suoi affetti, sperimenta un altro tipo di esclusione: l’inferiorità, lo sradicamento, la nostalgia. La solitudine di chi non appartiene, il desiderio di assimilarsi e insieme l’impossibilità di farlo fino in fondo. Ma soprattutto la disillusione e lo scontro con una società che la guarda con pregiudizio, associandola a stereotipi che la riconducono a quell’immagine dell’Iran da cui è fuggita.

È qui che Persepolis si mostra nella sua forma più radicale.
L’opera non si limita a denunciare il fondamentalismo islamico, né si lascia assorbire da una lettura occidentale rassicurante in cui il problema sarebbe sempre altrove. Al contrario, il film racconta la violenza della teocrazia e smaschera il paternalismo europeo, la superficialità progressista, il razzismo più o meno invisibile che accompagna l’esperienza del migrante. Nel suo periodo viennese, Marjane attraversa relazioni instabili, precarietà e un senso crescente di disorientamento. L’esperienza della marginalità culmina nella vita di strada e in un crollo fisco e psicologico. Dopo un ricovero, Marjane torna a Teheran. Ma il ritorno non coincide con una ricomposizione: alla gioia di essere tornata, segue la consapevolezza che niente sarebbe più stato come prima.
L’impossibilità del ritorno
Persepolis è anche un racconto sull’esilio come condizione irreversibile. Tornata in Iran, Marjane ritrova gli affetti, ma non la continuità della vita precedente. Il senso di sfasatura tra sé e il mondo la spinge verso una depressione profonda. Ed è qui che il film tocca uno dei suoi nuclei più intensi: resistere non significa essere invulnerabili, ma trovare una forma di integrità dentro la frattura. Sarà la sua forza interiore a spingerla a reagire, a tornare a vivere.
Da un lato Marjane si iscrive all’università per studiare arti figurative, dall’altro sposa un uomo che scopre di non amare. Continua a ribellarsi al regime, ma in un momento di paura accusa un innocente per salvarsi.
Se il discorso dominante sul femminismo ricerca eroine senza macchia, Satrapi sceglie un’altra strada: riconosce a una donna il diritto di essere un soggetto complesso – una persona, non un modello.
Ed è proprio per questo che Persepolis rifiuta la retorica della vittima, raccontando di una donna contradditoria, politicamente confusa, coraggiosa e vile nello stesso tempo. Questa umanità permette allo spettatore di accedere alla storia di una nazione attraverso la vita di una donna imperfetta, ma vera, che cerca di restare sé stessa in un mondo che le vuole dire chi essere.
A volte, restare fedeli a sé stessi è un gesto politico.

Il corpo come campo di battaglia
La genealogia femminile di Persepolis rovescia ogni stereotipo.
La nonna – aristocratica decaduta e comunista per scelta, divorziata quando era ancora un tabù, che raccoglie ogni mattina fiori di gelsomino per metterli nel reggiseno e che beve liquore di contrabbando – è il centro etico del film, la voce filosofica femminista e il cuore politico. Rappresenta una genealogia matriarcale fiera, ironica, incorruttibile.
La madre di Majane manifesta contro il regime, nasconde i poster di protesta, finanzia gli acquisti della figlia al mercato nero. Al matrimonio di Marjane piange, perché ha scelto l’amore prima dell’emancipazione.
Il corpo delle donne iraniane diventa il primo campo di battaglia, dove lo Stato concorre a trasformare la femminilità in un territorio da disciplinare.
Il velo cala come una notte improvvisa sulle bambine di Teheran: un dispositivo di invisibilità, che sottrae il femminile allo spazio pubblico. Il velo – imposto, tolto, rimesso, aggiustato – non è solo oppressione. Per certi personaggi è anche protezione, abitudine, quasi un gioco.

Il segno grafico come forma
L’animazione in bianco e nero, essenziale ed elegante, dà al racconto il tono di una favola senza tempo che viene ancorata alla realtà da precisi riferimenti storici. Il tratto, debitore dell’espressionismo tedesco, trasforma il ricordo in figura. Eliminando il superfluo, Satrapi e Paronnaud decidono di lavorare per focalizzazione. Lo spettatore si immedesima grazie all’assenza di dettagli etnografici. Marjane cessa di essere una “ragazza iraniana” e diventa “una ragazza”.
L’astrazione protegge dalla spettacolarizzazione del trauma. Le scene di tortura, guerra e morte esistono, ma filtrate da un segno che le rende sopportabili senza renderle meno vere. Lontane dalla pornografia del dolore.

Raccontarsi con la propria voce
Persepolis appartiene a due categorie: i film che raccontano un Paese e quelli che raccontano la fatica di non lasciarsi raccontare dagli altri. Forse è per questo che, a quasi vent’anni dalla uscita, resta un’opera decisiva per pensare insieme autobiografia, femminismo, esilio e resistenza.
Non vuole essere un documentario sull’Iran, ma il racconto di una vita: un conflitto intimo e quotidiano dove il campo di battaglia è la libertà individuale. È il diritto di una donna di narrare la propria storia con la propria voce, con le sue bugie e le sue vergogne, senza dover essere un esempio e senza dover rappresentare nessuno se non sé stessa.
Satrapi è stata una fine sceneggiatrice della realtà, comprendendo che per rendere universale il dramma di un popolo bisognava mostrare il rossetto messo di nascosto, i balli clandestini e i rimproveri della nonna. La sua scrittura ha dimostrato che l’autobiografia può farsi Storia, e che l’ironia è l’arma più affilata contro il fanatismo.
«Quando l’Iran sarà libero, andrò a prendere un pezzo della nostra mortadella a Teheran. Si chiama come la vostra, ma quella iraniana ha molti più pistacchi. Di fronte al locale che conosco c’è una panchina. Mi siederò lì a guardare le montagne e mangiare la mia mortadella, libera e senza velo».
(Marjane Satrapi, Intervista a La Stampa a cura di Filippo Fiorini, 2023)




