Se dovessi fare un tuo film, come sarebbe? Abbiamo tutti un desiderio incastrato fra le ferite dell’anima: parole che avremmo voluto avere il coraggio di dire, altre che avremmo voluto dimenticare e scelte che ci hanno influenzato irreversibilmente. Forse, se fossi nato in un altro luogo anche i miei sogni avrebbero avuto un peso diverso? Se potessimo saperlo probabilmente rovineremmo quel disordine che definisce la nostra vita.
L’importante è trovarlo un sogno. Se il tuo è sempre stato girare un film per dimostrare a te stesso di poter diventare un uomo migliore e per esaudire le ambizioni della tua famiglia, allora fallo e basta. Perché quando il regista Robert Greene incontra il protagonista Ryan Holliger a una partita di basket di suo figlio, viene travolto da una carica di energia esplosiva, simile all’assunzione di una quantità esagerata di zuccheri. E non esita ad aiutarlo ad esaudire il desiderio di vedere la sua storia sul grande schermo.

Too much sugar è la realizzazione di una aspirazione condivisa da Ryan con il suo migliore amico AccRite. È il racconto di cosa vuol dire essere un uomo, carpentiere, padre di 6 figli da 5 mogli diverse. Ma soprattutto è una finestra sulla vita di una famiglia piena di sogni che attraverso un film trova lo spazio per esorcizzare il proprio dolore.
«I grieve different
Everybody grieves different»(Kendrick Lamar, United in grief)
Cosa significa essere un genitore che ha perso un figlio appena due anni prima? O essere un padre che teme di ripetere gli stessi errori delle generazioni precedenti? E se ho 23 anni e ho paura di non averlo un sogno?
Ci vuole coraggio per porsi queste domande come fanno i personaggi di questo film. Mostrarsi come si è davanti a una cinepresa non è da tutti. Eppure i protagonisti di questo documentario, con una spontaneità e un’ironia vera, non costruita, si mostrano nelle loro crepe più profonde: dal lutto del figlio di AccRite alle difficoltà di crescere dei figli.
Affidarsi al cinema, e quindi all’arte, significa credere nella sua capacità di mettere in comunicazione le persone, di unirle. Un documentario può mettere a nudo delle sfumature della nostra vita che nemmeno conoscevamo, e per questo può mostrare degli equilibri malsani.
Per lasciarsi andare all’arte ed essere travolti suo potere catartico, bisogna riconoscersi nelle proprie debolezze.
Per abbandonarsi basta uno sguardo in camera.
Oppure trovare le parole giuste per parlare a te stesso.
C’è chi impara a comprendersi con un film e chi lo fa con una strofa.
In Mr Morale and the Big stepper di Kendrick Lamar questo sguardo documentaristico si fonde con l’introspezione. È un album emerso a seguito di un periodo di silenzio artistico che rivela i tumulti interiori di un uomo, mostrando una sincera fragilità. Kendrick non teme di mostrare il profondo senso di insicurezza che lo divora.

Come Too much sugar, questo album del rapper californiano è il tentativo di raccontarsi e accettarsi attraverso un linguaggio intimo, terapeutico.
Il videoclip di Count me out comincia, infatti, con la domanda di una psicologa al suo paziente, che è il cantante stesso.
Psicologa: «Mi hai mandato un messaggio alle due di notte dicendo: ‘Mi sento cadere’ Perché ti sei sentito in quel modo?»
United in grief è la premessa iniziale del racconto di un vuoto condiviso.
We cry together è un conflitto domestico che rivela le dinamiche tossiche di una relazione.
Fathertime è una confessione della profonda paura di commettere gli stessi errori dei propri padri.
Il rap diventa, così, uno strumento terapeutico collettivo, di fragilità e redenzione, che riesce nel suo intento grazie alla dimensione familiare e allo stesso tempo profondamente personale.
Il tutto è combinato a delle melodie adrenaliniche e iperglicemiche, che si abbandonano a momenti riflessivi e poetici. Ryan, in modo simile, trasmette una forza esplosiva simile a quella della musica rap, che però sa contenersi e ritrovare un ritmo nuovo per ricostruire le relazione con sé stesso e l’altro.
«We may not know which way to go in this dark road»
(Kendrick Lamar, Count me out)
Non è un caso se le opere di Lamar tendono ad un approccio cinematografico e vicino all’idea di documentario terapeutico e collettivo di Greene. Un sguardo che si lascia contaminare dall’ironia e dall’immaginazione. Basta recuperare i videoclip del rapper per rendersi conto quanto le sue canzoni siano in realtà i suoi “film”. Un suo modo per capirsi e andare avanti.

Un documentario, come un album, può ritagliarci un posto nostro. Bisogna solo trovare le parole o le inquadrature giuste per noi.
Kendrick, Ryan e AccRite sono tre uomini che nei loro traumi hanno saputo riprendersi il diritto di sognare in un modo nuovo e personale che guarda al piccolo, alla propria casa e ai rapporti che vi sono legati.
«It’s rare when somebody take your dreams back? I care too much, wanna share too much
In my head too much, I shut down too
I ain’t there too much, I’m a complex soul
They layered me up, then broke me down
And moralities dust, I lack in trust»
(K. Lamar, Count me out)
In un mondo spezzato il primo passo per rimarginare le ferite più grandi è, forse, cominciare a curare la dimensione familiare. In Mr Morale come nel documentario presentato in questi giorni a Venezia nella sezione Orizzonti, l’obiettivo è ricostruire quello che non sembra funzionare nella vita, e farlo passo dopo passo, immergendosi nei desideri di ogni singolo figlio o familiare. Il tutto per ritrovare un nuovo equilibrio.
Too much sugar non ha paura di dimostrarsi profondamente curativo per chi l’ha vissuto, chi l’ha diretto e chi ha avuto l’opportunità di viverlo in sala.
La ricetta di Robert Greene sta nel non fermarsi ai cali di zuccheri esistenziali e trovare la forza di fare il nostro film.




