Volo per Olbia, destinazione La Maddalena per il premio Solinas , storicamente il più importante palcoscenico nostrano per le storie per il grande schermo. Tanto per fare un esempio recente, I figli della scimmia, premiato per la sceneggiatura a Venezia, sezione Orizzonti, vinse qui il massimo riconoscimento nel 2021. È in questi casi che il Solinas dimostra la sua assoluta centralità nell’ambito del sistema cinematografico italiano, come vetrina e celebrazione al tempo stesso dei talenti autoriali italiani.

Ho alte aspettative per questa occasione. Non si sente mai davvero parlare di scrittura come processo a sé stante e spero che questa sia la sede giusta.
La stessa percezione dell’opera-film in questo senso è poco chiara ai più: ogni virgola di tutto ciò che accade in scena è stata immaginata, prevista e narrata da una penna nell’ombra, che poi consegna le sue carte a un regista e a una macchina produttiva, senza alcun tipo di garanzia che le sue parole saranno comprese, capite e rispettate. La propensione dello sceneggiatore ad abdicare all’ego e al protagonismo è merce rara al giorno d’oggi.
Arrivo sul posto in medias res: il convegno si tiene all’interno di un mercato coperto e non posso non constatare un magnifico stridio nell’osservare questo nutrito gruppo di senatori dell’industria attorniati da pescivendoli e casari sospettosi.
Trafelato, prendo mestamente atto che fino a pochi minuti prima era possibile farsi aprire delle ostriche e accompagnarle con un bel bianchino. Mi devo accontentare della mia bottiglietta d’acqua riempita nei bagni di Linate.
Il tema sono i rapporti di equilibrio tra autori e produttori e già qui qualcosa non quadra, visto che i relatori sono tre produttori e un regista. L’onnipresenza dei produttori mi stupisce in un primo momento, ma effettivamente quale sede migliore di questa per andare a caccia di nuovi soggetti?
Il panel inizia e si fanno subito sentire le forze telluriche ed eccitate che serpeggiano tra il pubblico, l’atmosfera è elettrica, febbrile.
Percepisco un brivido sinistro quando l’entusiasmo generalizzato muta in un vero e proprio giubilo all’evocazione del recente successo veneziano con annessa rappresentanza agli oscar di Paolo Strippoli. Perplesso, mi chiedo quanti dei produttori riuniti in quella stanza si saranno rifiutati, negli anni, di imbarcarsi in un progetto di genere.
Come sempre in queste occasioni tutti sono d’accordo sul fatto che ci sia un problema, ma si fatica a ipotizzare una papabile via d’uscita. Uno dei relatori osserva mestamente che il settore sta rientrando in una crisi simile a quella degli anni ’90, in cui tre film facevano l’incasso dell’anno, ma non dobbiamo temere che supereremo anche l’impasse momentanea. Conclude poi con una nota speranzosa rivolgendosi a Silvio Soldini, seduto anch’egli tra gli interlocutori del convegno. Un film come Pane e Tulipani, all’epoca, avrebbe dato uno scossone al sistema, inaugurando una stagione di film italiani di successo per tutti i primi duemila.
Sentendo questa cosa non ho potuto fare a meno di pensare a quanto si dimentichi facilmente il ruolo che il documentario ha avuto in Italia in quegli anni, lo stesso lavoro di far emergere voci nuove che faticano a passare dalla porta principale del cinema italiano, che il Solinas, a modo suo, continua a fare oggi.
Nel 2001 cadono le torri gemelle e migliaia di persone scendono in strada armate di telecamere digitali: quell’immagine proibita delle torri in fiamme e del vuoto che segue è forse la più filosoficamente negata mai maneggiata. Grazie all’agilità del digitale, le persone restituiscono quell’immagine all’uso, per dirla con Agamben, dando uno schiaffo alla politica che pensava di tenerla nascosta. Da qui si apre una stagione meravigliosa per il documentario e per quello che verrà chiamato “cinema del reale”: un arcipelago di forme che restituisce al pubblico il dispositivo cinema e dà voce a una coralità fuori dall’industria e dai generi della fiction. È la stessa strada che ha portato all’attenzione voci come quelle di Pietro Marcello, Alina Marazzi e Jonas Carpignano.
Si può dire che dopo l’11 settembre il documentario abbia salvato il mondo, figuriamoci se non ha salvato il cinema italiano.
Il panel prosegue e con una certa schiettezza si fanno emergere i problemi: i pochi soldi per lo sviluppo, i tagli governativi sul tax credit e sul bando di sostegno per gli autori, la lenta agonia delle sale e il poco coraggio nella scelta di storie nuove.

Anche il nemico immaginario è un’immagine che ritorna.
“Oh se tutti i produttori fossero come noi e avessero il coraggio di investire in idee innovative…”
“Se si cominciasse ad aiutare le piccole e annaspanti case di produzione…”
“Il problema non siamo noi, né le scommesse o le opere prime che è giusto che vadano in perdita: il problema sono i grossi film…”
“E se si ridestinassero in sviluppo tutti i soldi che lo stato destina all’esercizio e alla distribuzione…”
«If if if doesn’t exist»
(Rafael Nadal)
Insomma, il reiterato tentativo di additare degli assenti e ignoti responsabili, mentre tutti i presenti sarebbero allarmati e collaborativi. Ma sotto sotto c’è sempre un inscalfibile ottimismo, una voglia di guardare verso un futuro che non può che essere roseo.
Non lo capisco proprio quest’ottimismo, lo trovo ingiustificabile. Per quanto io guardi dall’esterno e sia totalmente all’oscuro di molte dinamiche e della complessità del quadro, la situazione mi appare lapalissianamente disastrosa. Innanzitutto, il cinema italiano è sempre costantemente legato agli stessi temi, alle stesse voci (maschili) e fustigato da una gerontocrazia inarginabile.
Solo il 20% (il dato è del 2024) dei film che vengono prodotti e distribuiti sono girati da registe donne, ma tra i registi italiani più amati, anche all’estero, in un’industria che fa notoriamente fatica a superare i confini nazionali, occupano un posto privilegiato autrici come Maura Delpero, Alice Rohrwacher e Laura Samani. Che pretesa possiamo avere che il pubblico sia interessato alle storie che vengono portate in sala se la metà della popolazione italiana nella stragrande maggioranza dei casi non ha uno sguardo che la rappresenti davvero? E preciso anche il dato: quel 20% è già la media tra fiction e documentario, e nasconde uno squilibrio ancora più netto nella fiction pura, dove le registe restano sotto il 15%. Per abbattere ogni tipo di ottimismo rimasto miracolosamente illeso aggiungo anche che c’è una grossa fetta di film che vengono prodotti ma che nessuno ha reale interesse a distribuire.
Se il pubblico, per un discorso di peculiarità della voce e uniformità delle storie e dello sguardo, fatica a immedesimarsi, a questo problema contribuisce anche la scelta dei cast. Nell’ultima edizione della mostra del cinema di Venezia ho potuto vedere diversi film italiani e anche di pregio, ma gli stessi attori erano ubiquamente in tutte le pellicole, in una sorta di cinematic universe un po’ troppo italiano.
Adriano Giannini è presente in due film della mostra, Jasmine Trinca in altrettanti, Alessandro Borghi in 3 e Valerio Mastandrea in 2 di nuovo, ma potrei dimenticarmene qualcuno. Tutto questo non vuole sminuire nessuno degli attori citati, quanto più sollevare il problema dell’immedesimazione: come possono fare 10-15 attori a rappresentare il complessissimo spettro sfuggevole e oscillante che racchiude circa 60 milioni di italiani?
Quella sera stessa, al mercato, ma anche il giorno successivo, nella continuazione del convegno a Punta Tegge, sono intervenute diverse voci scomode, che hanno colto sul vivo i problemi a cui ho accennato qua e là. Marcello Fois, Stefano Sardo, Francesca Cima e Michela Straniero, con franchezza e senza giri di parole hanno attaccato le scelte di mercato, la tendenza ad accomodarsi in un sistema che ha perso la complessità delle cose e ormai predica l’assenza di goduria e mortifica gli autori, in nome della riduzione del rischio di impresa. Fanno notare nuovamente la mancanza di voci femminili, delle seconde generazioni e di una classe di giovani produttori che abbiano la freschezza e il polso necessari a intercettare i gusti e i bisogni di un pubblico più giovane che al momento, in sala, si annoia a morte. Viene sollevata anche la sistematica svalutazione del lavoro degli sceneggiatori, ai quali non viene dato tempo per coltivare a dovere le proprie idee, che al contrario vengono imbrigliate, modificate e triturate fino al loro totale snaturamento.
Dal lato mio, davanti a un bel tagliere di salsiccia sarda e pecorino stagionato, mi sono divertito come non mai a veder volare gli stracci e una sequela di volti corrugati ed espressioni arcigne a ogni intervento tranchant.
Temo non ci sia soluzione. Il cinema nasce fuori dalle sale – negli spettacoli di magia, nelle fiere, nei circhi – e a un certo punto vi è solo entrato: non si può trattenere la fantasmagoria. Come profetizzò Gene Youngblood nel suo celebre saggio del 1970, oggi il cinema è ovunque, è expanded. Moriremo riempiendoci la bocca di idee su come salvare la sala, mentre il cinema avrà già trovato un arcipelago di forme nuove per non morire mai.
Al di là dei miei deliri apocalittici sul futuro del cinema, sono stati ovviamente consegnati i premi ai finalisti giunti da tutta Italia. il Premio Franco Solinas per il miglior soggetto se lo porta a casa La cerimonia, scritto da Antonella Gaeta e Ardalan Nabavinejad.

Il livello in questa sezione come testimoniato dai giurati quest’anno era molto alto, motivo per cui altri due progetti sono stati ritenuti meritevoli di una menzione speciale. Il primo è Fiskemann, di Gianmaria Lupo Cerutti, Sofia Corbascio e Tommaso Diaceri, mentre il secondo è Miss Sarajevo, scritto da Carlo Sorrentino, Giacomo Juan Tatò e Francesco Taverna.
Last but not least, si aggiudica il Premio Solinas Experimenta Serie Mèsa, partorita da Federica Curti e Michela Nuti. Questo progetto è ambientato all’interno della scena musicale indie e mette al centro la vicenda della cantautrice che dà per l’appunto il nome alla serie.

Complesso tirare le file di tutto quello che ho sentito, appuntato, pensato e gettato su queste righe a proposito del Premio Solinas. Ci provo.
Innanzitutto tutta la mia stima va agli organizzatori, agli addetti/e ai lavori e agli invitati al festival, che con il loro portamento e la loro apertura mentale hanno saputo animare delle discussioni veramente senza filtri e dei momenti di confronto profondo, talvolta doverosamente duro, ma sempre sincero. E la sincerità e la consapevolezza, nei momenti difficili sono sempre un buon inizio. Raramente sono arrivato ad avere un quadro così esplicito, per quanto comunque di difficile interpretazione, dello stato dell’arte.
E non ci resta che augurarci che questa consapevolezza faccia fiorire tanti altri spazi come questo, dove la parola torna al centro e a chi scrive viene data, finalmente, la libertà di rischiare.




