«La situazione politica in Italia è grave, ma non è seria»
(Ennio Flaiano)
Mostri, vitelloni, cannibali, predatori, serpenti. L’ennesimo capitolo della saga “il popolo italiano e le sue animalesche analogie” è stato presentato quest’anno alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, ed è tra i più controversi.
Diretto da Roberto De Paolis Maino e scritto dai fratelli D’Innocenzo – per i quali servirebbe iniziare a lodarne l’integrità e il coraggio di restare fedeli a sé stessi più che condannarne una presunta pretenziosità – e con altri due registi nel cast, Pietro Castellitto e Valeria Golino, Serpenti è una parabola kafkiana che si serve del reale per ricrearne un riflesso distorto, un’allegoria oscura del nostro tempo, più vera della verità.

Discreto e parsimonioso nella messa in scena, teatrale nella scelta di girare in ambienti singoli con massimo due/tre interpreti alla volta, ci scaglia senza preamboli nel baratro esistenziale di un uomo – Leonardo Lidi – colpevole di aver ucciso la moglie, e per questo inghiottito da uno stato di atroce senso di colpa che lo porta a costituirsi immediatamente.
Subito un primo elemento di complessità: il modo in cui l’uomo viene tratteggiato, ovvero debole, svuotato, succube. Non di certo un mostro di cui aver paura; perché i D’Innocenzo raramente soddisfano il bisogno collettivo di pseudo-moralità a cui ci si aggrappa per sentirsi diversi e lontani da chi compie tali orrende atrocità. Al contrario, l’assassino è un uomo normale, che si nasconde nella folla, che non cattura l’attenzione. Già qui può dirsi saldato il debito con la realtà meno confortante.
Da qui in avanti il film sposta il focus e si allontana dal tema del femminicidio che pare semplicemente lanciare il protagonista nella sua personale odissea verso la redenzione, tra questure buie e desolate e sale da biliardo fumose e stantie. Una palude esasperante in cui affonda fino alle ginocchia, dentro la quale ogni elemento di ogni situazione di ogni dialogo è pura distrazione, divagazione, che allontana sia lui sia tutti noi dal motivo inziale di questa odissea: la confessione di un delitto.

Surreale, ma dall’eco profondamente riconoscibile, riproduzione in scala 1:1 di un quotidiano diluito, imbottito di insignificanza e parole e chiacchiere inutili. La scena con il poliziotto, un sempre brillante Alessandro Borghi, è in questo senso emblematica: un gioco delle parti in cui le vesti di entrambi perdono di significato, si svuotano di senso, disperdono il focus.
Sembra emergere il parallelismo con la premessa di un certo film di Elio Petri che vinse l’Oscar, di quell’indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, che in un tempo lontano e in una forma altrettanto lontana inscenava il destino di un assassino che pur dichiarando il suo stesso misfatto finiva per essere ignorato da coloro che avrebbero dovuto punirlo. Questo non vuol dire che Serpenti rifaccia il verso a Petri – al di là di una lieve parentela perlopiù genetica -, anzi.
Il film di De Paolis osserva il presente con grande lucidità, ritrae un tempo contemporaneo di fronte al quale gli stessi autori degli anni ’70 avrebbero abdicato. Un tempo in cui il potere è un eco, la burocrazia una ragnatela, lo stato un’entità invisibile e indifferente.

L’avvocato interpretato da Pietro Castellitto opera come un agente del caos, non dell’ordine. Il suo sermone insensato sulla natura animalesca degli esseri umani è sviante, fuorviante, decentrato. Perché il punto è brancolare in questa nebbia, in questa retorica che gira intorno a sé stessa fino a vomitare.
Nell’affresco che Serpenti ambisce a rappresentare, tutto il non-senso ha perfettamente senso, la violenza non è fisica bensì patologica. Striscia negli ambienti, nei personaggi, nei risvolti. La malattia del contemporaneo perfettamente riassunta in una vicenda grottesca perchè essenziale.
Come il vero cinema sa fare.

Manca un po’ di mordente verso il finale, forse un po’ pigro rispetto al resto del film ma che comunque resta coerentemente legato al proprio filo conduttore, e ciò porta a domandarsi quanto questo testo sarebbe stato maggiormente o diversamente valorizzato dalla forma del romanzo – la penna dei fratelli D’Innocenzo, d’altronde, è ormai affilata e tagliente al punto giusto.
Poco male, il cinema italiano ha bisogno di loro, di storie e di autori che si mettano in discussione nel terreno del complesso e dello scivoloso, al di là della vergogna e dell’autocompiacimento.




