Venezia83 – Woman Unknown: la necessità di illuminare le donne sconosciute della storia

Sara De Pascale

14.09.2026

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Woman Unknown di May el-Toukhy ha vinto il Leone d’Oro e Mathilde Arcel, la sua Marie, la Coppa Volpi. È un doppio premio che riconosce un film che sceglie di guardare la Storia dalla parte di chi, dentro quella Storia, è stato sapientemente rimosso.

Capelli rasati, corpi esposti, piazze trasformate in tribunali: un’epurazione extragiudiziale che aveva bisogno della carne femminile per mandare un messaggio agli uomini.

La punizione passava attraverso il corpo delle donne, ma il destinatario era la comunità.
Spesso la colpa non era nemmeno un fatto giuridicamente dimostrabile. Era una macchia morale, sessuale, sulla quale basare una nuova identità nazionale.

Woman Unknown non è un film dalla regia femminile, è un film femminista. Non perché racconta “una storia di donne” ma perchè mette in crisi il centro delle nostre identità incamminandosi in un campo complicatissimo: la nostra memoria storica.

Virginia Woolf, nelle Tre ghinee, aveva intuito che il problema non fosse soltanto permettere alle donne di entrare nelle istituzioni, ma interrogarci su cosa quelle istituzioni fossero state e avessero rappresentato davvero fino a quel momento.

Per troppo tempo abbiamo guardato la guerra dal volto di chi imbracciava un’arma, e molto meno da quello di chi ha dovuto sopravvivere alle sue conseguenze.

Sul corpo delle donne passano sempre due tipi di storia: quella personale e quella con la S maiuscola.

Il merito di May el-Toukhy è averle fatte coincidere. È averci ricordato che illuminare una donna sconosciuta non significa aggiungere una storia femminile alla Storia: significa cambiare la luce con cui guardiamo quello che oggi ci circonda.

Ogni valore, ogni simbolo, ogni identità collettiva dipende da chi nel tempo ha avuto la possibilità di parlare e ricevere ascolto.

Viva il cinema che lotta.

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