«Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo la loro industria missilistica. […] Annienteremo la loro marina. […] Deponete le armi. Sarete trattati equamente e godrete di totale immunità, oppure andrete incontro a morte certa. […] Restate al riparo. Non uscite di casa. Fuori è molto pericoloso. Le bombe cadranno ovunque. […] L’America vi sostiene con una forza schiacciante e devastante.»
(Donald J. Trump, Remarks Announcing Major Combat Operations in Iran, 28 febbraio 2026)
E poi ancora, non contento.
«Li colpiremo con estrema durezza nelle prossime due o tre settimane. Li riporteremo all’età della pietra, dove appartengono.»
Donald J. Trump, Address to the Nation on United States Military Operations in Iran, 1 aprile 2026
«Questo pomeriggio, su mio ordine, le forze militari statunitensi hanno colpito obiettivi in strutture in Iraq e Siria. […] La nostra risposta è iniziata oggi. Continuerà nei tempi e nei luoghi che sceglieremo noi. […] Se farete del male a un americano, risponderemo.»
(Jospeh R. Biden Jr, Statement on United States Military Operations in Iraq and Syria, 2 febbraio 2024)
«Abbiamo colpito le forze del regime che si avvicinavano a Bengasi. […] Abbiamo colpito le truppe di Gheddafi nella vicina Ajdabiya. Abbiamo colpito le difese aeree di Gheddafi. Abbiamo preso di mira carri armati e mezzi militari […] e abbiamo tagliato gran parte delle loro fonti di rifornimento. […] Non esiterò mai a usare le nostre forze armate rapidamente, decisamente e unilateralmente quando sarà necessario.»
(Barack Obama, Address to the Nation on Libya, 28 marzo 2011)
«Saddam Hussein e i suoi figli devono lasciare l’Iraq entro 48 ore. Se si rifiuteranno, ne conseguirà un conflitto militare, che inizierà nel momento scelto da noi. […] Le nostre forze forniranno alle unità militari irachene istruzioni precise su come evitare di essere attaccate e distrutte. […] L’unico modo per ridurre i danni e la durata della guerra è impiegare tutta la forza e la potenza del nostro esercito. E siamo pronti a farlo.»
(George W. Bush, Address to the Nation on Iraq, 17 marzo 2003)
«Oggi noi e i nostri 18 alleati NATO abbiamo deciso di fare ciò che avevamo detto che avremmo fatto, ciò che dobbiamo fare per ristabilire la pace. […] La nostra missione è chiara: […] scoraggiare un’offensiva ancora più sanguinosa contro civili innocenti in Kosovo e, se necessario, danneggiare seriamente la capacità militare serba. […] Se il presidente Milošević non farà la pace, limiteremo la sua capacità di fare la guerra.»
(William J. Clinton, Address to the Nation on Airstrikes Against Serbian Targets in the Federal Republic of Yugoslavia, 24 marzo 1999)
«Non abbiamo altra scelta che cacciare Saddam dal Kuwait con la forza. Non falliremo. […] Siamo determinati a eliminare il suo potenziale nucleare. Distruggeremo anche i suoi impianti per le armi chimiche. Gran parte dell’artiglieria e dei carri armati di Saddam sarà distrutta. […] Questi paesi avevano sperato che si potesse evitare l’uso della forza. Purtroppo, ora crediamo che soltanto la forza lo farà andare via.»
(George H. W. Bush, Address to the Nation on the Invasion of Iraq, 16 gennaio 1991)
«Crediamo che questa azione preventiva […] gli fornirà incentivi e ragioni per modificare il suo comportamento criminale. […] Ma questa missione, per quanto violenta sia stata, può avvicinare un mondo più sicuro e protetto per uomini e donne perbene. […] Contava sul fatto che l’America sarebbe rimasta passiva. Si sbagliava. […] Dicevo sul serio.»
(Ronald Reagan, Address to the Nation on the United States Air Strike Against Libya, 14 aprile 1986)
«Se non avessimo intrapreso l’azione forte e decisa che abbiamo intrapreso, saremmo stati criticati molto, molto duramente per essere rimasti seduti senza fare nulla. […] Abbiamo fatto la cosa giusta.»
(Gerald R. Ford, Remarks to the Nation Following Recovery of the SS Mayaguez, 15 maggio 1975)
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«Questa notte unità americane e sudvietnamite attaccheranno il quartier generale dell’intera operazione militare comunista nel Vietnam del Sud. […] Questa non è un’invasione della Cambogia. […] Una volta cacciate le forze nemiche da questi santuari e distrutte le loro forniture militari, ci ritireremo.»
(Richard Nixon, Address to the Nation on the Situation in Southeast Asia, 30 aprile 1970)
«Un mondo del genere non sarà mai costruito con bombe o proiettili. Eppure, le debolezze dell’uomo sono tali che spesso la forza deve precedere la ragione, e lo spreco della guerra le opere della pace. Vorremmo che non fosse così. Ma dobbiamo affrontare il mondo per quello che è, se vogliamo che un giorno diventi come desideriamo. […] Vorrei fosse possibile convincere gli altri con le parole di ciò che ora riteniamo necessario dire con i fucili e gli aerei.
Non desideriamo devastare ciò che il popolo del Vietnam del Nord ha costruito con fatica e sacrificio. […] Useremo il nostro potere con moderazione. […] Ma lo useremo.»(Lyndon B. Johnson, Peace Without Conquest, 7 aprile 1965.)
Mr. Nelson, perché ha ucciso quelle persone?

Semper Fidelis
Allen Nelson nasce nel 1947 a New York in una famiglia talmente tanto povera da risultare quasi archetipica. La madre fa un ‘infinità di lavori, il padre è un veterano della Seconda guerra mondiale.
È traumatizzato, è alcolizzato, e soprattutto è violento.
Una sera però esagera, e quindi arriva la polizia. Ma al posto di placarlo, lo picchiano selvaggiamente sotto gli occhi inermi e terrorizzati di moglie e figli. Perché la famiglia Nelson è una famiglia afroamericana, perciò bisogna fare così.
Passano gli anni, Allen cresce e decide di arruolarsi. Ma siccome non vuole seguire le orme paterne, sceglie i Marines. E con lo scoppio della guerra in Vietnam, Allen viene spedito lì.
A combattere i pericolosissimi e cattivissimi comunisti dall’altra parte del mondo, che proprio non ce la fanno a non minacciare la stabilità del nostro amato occidente.
Un solo motto risuona durante l’addestramento.
Non pensare. Uccidi.
E l’addestramento finisce e si arriva in Vietnam. E si entra nella giungla. E la giungla è asfissiante ed è reticolata ed è pericolosa e fa paura. E nella giungla si nascondono i Vietcong. E quando si vede un Vietcong si spara.
E Nelson spara. E uccide. E poi si avvicina e guarda il corpo che ha appena reso cadavere. E no, non è un Vietcong. E’ un contadino terrorizzato, morto soffocato dal suo stesso sangue. E Nelson lo guarda negli occhi e… STOP!
Che cazzo fai Nelson? Che fai? Sei pazzo? Stai pensando? Che cosa ti abbiamo insegnato a fare? Rispondi! Ti becco un’altra volta e sei morto, Nelson!
Non pensare. Uccidi.
E il soldato Nelson uccide. E uccide. E uccide.
Fino a dimenticarsi che quando si muore si muore per sempre.

L’orrore
“Perché ha ucciso quelle persone, Mr Nelson?” è la domanda martellante che il maestro Shinya Tsukamoto non smette mai di porre in Mr. Nelson, Did You Kill People?, in concorso a Venezia 83, con protagonisti due meravigliosi Rodney Hicks e Geoffrey Rush.
A porre sempre la stessa domanda è il Dr. Daniels, psicologo e psicoterapeuta, nel tentativo di curare la mostruosa sindrome da stress post traumatico che sta rovinando la vita a Nelson. Il veterano, però, risponde sempre in modo diverso. Eppure in ogni risposta si percepisce uno scarto, una mancanza atroce, oscena, che nessuna parola sembra riuscire a colmare: la verità, altresì detta orrore.
“Quindi, Mr Nelson, perché ha ucciso quelle persone?”
Che domande? Non erano nemmeno persone, erano Vietcong, viscidi musi gialli, la cui vita valeva meno di quella di quella di un topo. Squittivano pure, come topi! Esseri insignificanti, fetidi, capaci solo di strisciare in mezzo al fango e alla merda. Esseri inutili! Meno che umani, meno che animali. Dei vermi, ecco, dei luridi vermi!
“Mr. Nelson, perché ha ucciso quelle persone?”
Ma fa sul serio? Gliel’ho appena detto. E poi, mi avrebbero ucciso, sennò. O noi, o loro. Non potevamo fare altrimenti. A lei non hanno mai sparato addosso, che ne vuole sapere!? Se loro iniziano a sparare, noi pure iniziamo a sparare. Io in quella giungla del cazzo non ci volevo morire. O noi, o loro. Dovevo salvarmi la pelle!
“Mi guardi, Mr Nelson. Perché ha ucciso quelle persone?”
Oddio, ma davvero? Ero un soldato! Che cosa fanno i soldati? Sparano! Uccidono! Stavo eseguendo degli ordini! Che cosa dovevo fare? Eh, me lo dica! Che cosa dovevo fare!? Mi avevano dato degli ordini, e li stavo eseguendo. Erano ordini! Solo ordini!
“Allen, fermati. Respira. Perché hai ucciso quelle persone?”
Il silenzio che assale un uomo mentre fissa il vuoto è la somma di tutte le grida d’orrore che gli abitano l’anima. E’ un silenzio smodato, che eternamente precipita.
Piatto e calmo, perché l’orrore più profondo ha attraversato il caos e si è fatto struttura.
Il silenzio è tutto il tempo dell’umanità e tutto lo spazio dell’universo.
E tutto, è l’orrore.
“Allen, perché hai ucciso quelle persone?”
Perché volevo farlo.

Ogni mostro ha una mamma
Sarebbe estremamente semplice giudicare Allen Nelson se il film di Tsukamoto raccontasse di mostri, mossi solo dal male più puro bieco.
Allen Nelson invece è un uomo tanto timido quanto gentile. Un uomo estremamente sensibile. E sicuramente molto coraggioso, oltre che onesto.
Allen Nelson è un uomo buono.
Un uomo buono che si è arruolato nei Marines, è stato spedito in Vietnam, e ha smesso di pensare. E ha iniziato ad uccidere. E uccidere.
E ha ucciso decine e decine di persone. E ha assistito a stupri. A torture. E ha bruciato villaggi. E ha visto bambini morire di fame accanto ai cadaveri dei propri genitori crivellati, e ha riso.
Eppure Allen Nelson è un uomo buono.
Un mostro è rassicurante. Perché è estremo, è lontano, è diverso. La distanza incolmabile tra lui e noi ci consente di rimanere immobili, tranquilli, a guardare.
Ma come si fa a guardare serenamente un uomo trucidare un villaggio di inermi contadini, fischiettando?
Dov’è il mostro? Io vedo solo il signor Nelson…
Non si può assolvere Allen Nelson. Anche se è un uomo buono.
Ma bisogna capirlo.
Bisogna capire un uomo a cui è stato messo in mano un fucile, e a cui è stata portata via la testa. Un uomo a cui hanno insegnato, o meglio brutalmente inculcato, che non sta sparando ad altri uomini.
Sta sparando ai vietcong, ai comunisti.
Spara ad un’idea.
E l’idea non ha corpo straziato e occhi terrorizzati.
L’idea non muore. Gli uomini sì.
Ecco il capolavoro della guerra: prendere un uomo buono, e distruggerlo a tal punto da fargli dire “lo voglio fare.”
Voglio sterminare. Voglio uccidere. Voglio la morte.
Voglio. Voglio. Voglio.
Ma poi la guerra finisce.
Si ritorna a casa.
E arriva l’orrore.
E di notte, nel buio, ecco un sussurro.
Perché ha ucciso quelle persone, Mr Nelson?

L’orrore va raccontato
Allen Nelson torna dal Vietnam ed è un uomo distrutto. Un uomo rovinato. Un uomo che non si sente più umano. Tormentato da ciò che ha fatto. Tormentato dall’orrore. Tormentato da sé stesso.
Un uomo che può ormai solo arrancare, nel disperato tentativo di non farsi raggiungere da ciò che ha fatto. Ma dove si fugge da una domanda?
Rispondendo.
Allen Nelson: «Perché volevo farlo.»
E ripeterlo. Per sempre.
Infatti Allen Nelson ha parlato per tutto il resto della sua vita, raccontando l’orrore che ha visto e commesso.
Quell’orrore che si nasconde in miliardi di parole, che si annida dietro termini astrusi e grotteschi. Offensiva, azione preventiva, intervento necessario, operazione speciale, incursioni indispensabili.
Guerra.
Prendere un ragazzo di vent’anni, mettergli un fucile tra le mani, e convincerlo che uccidere sia necessario. Giusto. Normale.
Che non si possa fare altrimenti. E che anzi, è lui a volerlo fare.
Eppure qualcuno continuerà a raccontarla diversamente. Da un palco, dietro un leggio, davanti a una bandiera. Continuerà a trovare una parola sufficientemente pulita per ogni cosa sporca. Un nome sufficientemente astratto per ogni corpo. Una ragione sufficientemente importante per ogni morto.
Ciò che risuonava nella testa del signor Nelson prima di ogni omicidio.
Quelle stesse parole che lo hanno spinto a raccontare. Il sangue. Il fango. La paura. I morti. A raccontare persino la parte più insopportabile, quella che avrebbe potuto nascondere per sempre.
Perché l’orrore non può rimanere nascosto dietro una frase. Deve essere visto. Deve essere conosciuto. Deve essere raccontato. Non perché raccontarlo possa cancellarlo. Non può.
E nemmeno perché possa assolvere chi lo ha commesso. Non deve.
Ma perché prima che qualcuno torni a pronunciare con tanta facilità la parola guerra, qualcuno deve ricordargli che cosa significa.
Convincere un uomo buono che vuole davvero sparare in testa a quel bambino.
E poi spara e il bambino muore.
E muore anche chi ha sparato.
Perché non si può non pensare per sempre.
Anche se qualcuno, lì sopra, in giacca e cravatta, è convinto che sia così.
Ma no, non glielo permetteremo.
Grazie, Allen Nelson, per non aver taciuto.




