Venezia 83: Arrested Memory – Non mi ricordo più come volevo intitolare questo articolo

Archimede Favini

11.09.2026

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Cosa succede se una sorta di versione taiwanese di Marlowe di Altman perde la memoria intanto che cerca di salvare un ragazzino figlio di un milionario giapponese che è stato rapito da tre disperati che hanno bisogno di 30 milioni per ripagare un clan mafioso di Taipei che a sua volta ha sterminato la squadra del nostro Marlowe che però ha rimosso tutto e che ha rimosso anche cosa ci sta a fare in giro per la capitale con una borsa Louis Vuitton piena di soldi e un completo bianco da pappone?

Ve lo dico io, una cazzo di figata di film dove succede di tutto e di più.

Sabu con Arrested Memory fa tutto quello che mi è mancato nei film di questa Venezia 83: botte da carrettieri, sparatorie, colpi di scena, risate, momenti totalmente random, ma senza che il comico invalidi il drammatico e che il romantico smelensi sul gangster. 

Sabu è giapponese, ma l’ambientazione a Taipei è tutt’altro che casuale: la memoria perduta dell’ispettore Lee, per come la vedo io, non è solo uno stratagemma narrativo per farlo cacciare in un mare di guai, è una censura freudiana, è un’esigenza inderogabile.

Come diceva Susan Sontag, la memoria è fatta di ciò che accettiamo di ricordare, e talvolta – per rendere possibile una riconciliazione – bisogna accordarsi sulla necessità di dimenticare.

Il trauma di Lee chiaramente è personale: il senso di colpa per aver messo in pericolo la sua squadra di polizia, ma è anche sociale, collettivo. Perché quello che aspetta Taiwan è un futuro incerto, vista l’instabilità politica e i dubbi su quanto potrà ancora durare l’indipendenza sistematicamente minacciata dalla Cina. Ma anche il passato non scherza.

È infatti solo con l’abolizione della legge marziale nel 1987 che il Paese ha potuto dare il via a un nuovo capitolo fatto di democratizzazione e apertura culturale al resto del mondo. Non a caso proprio in quegli anni il cinema taiwanese inizia ad affermarsi come uno dei più liberi e visionari di sempre, regalandoci autori come Edward Yang e Hou Hsiao-Hsien, per non parlare di Ang Lee e Tsai Ming-liang. 

Forse sarò io abbagliato da questo modo di fare cinema così disinibito e sconsiderato, ma in Arrested Memory non posso fare a meno di vedere la commistione di genere e l’autoironia travolgente di Cape No. 7 di Wei Te-Sheng, l’apertura all’imprevisto e la Taipei pulsante e notturna di Rebels of the Neon God di Tsai Ming-liang, la Vicky (nel personaggio di Hua) di Millennium Mambo di Hou Hsiao-Hsien e tutta l’eredità del cinema gongfu taiwanese e hongkonghese.

Rebels of the Neon God, Tsai Ming-liang (1992)

Non pensavo di arrivare a scomodare il mio scrittore preferito per questo film delirante ma eccoci qua. Quando si parla di memoria (o di amnesie) non posso esimermi dal citare Kazuo Ishiguro.

Tra Non Lasciarmi, Un Artista del Mondo Fluttuante, fino all’esegesi definitiva del tema ne Il Gigante Sepolto, Ishiguro con la sua consueta prima persona ci inabissa nell’impossibilità del ricordo dei suoi personaggi, ci fa familiarizzare con la loro confusione, e defamiliarizzare, al tempo stesso, con noi stessi e con le nostre certezze che crediamo essere granitiche. 

«Ma cosa ne è del nostro futuro se non sappiamo da dove veniamo? Ci può essere un lieto fine per noi due?» si chiedono Kathy e Tommy mentre il resto del mondo se li mangia letteralmente vivi. – Non Lasciarmi
Axel e Beatrice, non sanno se il loro matrimonio potrà resistere quando “il riposo della smemoratezza” li abbandonerà. Perciò si domandano se non sia meglio, a volte, dimenticare. Ma è davvero un solido amore quello che si basa su un oblio deliberato? – Il Gigante Sepolto
Com’è possibile credere ancora di poter essere una brava persona e un esempio per i tuoi nipotini, quando sei stato l’artista del regime di Hirohito? Cosa farsene di questo ricordo orrendo che in ogni momento ti porta il conto dei suoi errori? – Un Artista del Mondo Fluttuante

Potrei continuare per ore a sfoderare citazioni da ogni singolo romanzo del premio Nobel Ishiguro, ma preferisco eclissarmi e lasciare che sia una sua frase a fare da chiosa.

«Fin dall’inizio del mio lavoro di romanziere ho avuto uno speciale interesse per il modo in cui la gente ricorda e per come dimentica: ho sempre concepito questo motivo come una chiave attraverso cui arrivare all’altro. Quando si è coinvolti in prima persona è difficile mantenere una prospettiva corretta su quanto sta accadendo e questo si rifletterà poi sulla memoria che di questi fatti si avrà, una memoria che io adopero come una lente in grado di farci vedere quanto è accaduto in modo deformato»

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