«Molti dei miei film hanno forti protagoniste femminili: ragazze coraggiose e indipendenti che non esitano a combattere per ciò in cui credono con tutto il cuore. Avranno bisogno di un amico o di qualcuno che le sostenga, ma mai di un salvatore. Ogni donna è capace di essere un’eroina tanto quanto qualsiasi uomo».
(Hayao Miyazaki in un’intervista al The Guardian)
Da Nausicaä a Sheeta, da Mononoke a Sophie, l’universo animato di Hayao Miyazaki è costellato di figure femminili incredibili: forti e coraggiose, ma nondimeno sono vulnerabili e fallibili. Questo perché, al pari degli uomini, sono umane, nella loro fragilità e, insieme, nella loro determinazione.
Nei loro cuori risiedono la furia della guerra e l’impeto dell’amore, la dolcezza di un pianto e la malinconia dei ricordi.
La violenza in Miyazaki è una violenza ancestrale, da eroismo greco. Di sangue e coraggio, ma anche di una velata tristezza e gentilezza, è fatto lo spirito della principessa Mononoke, una delle eroine più sfaccettate e misteriose dello Studio Ghibli.
San, questo è il suo nome, è una donna cresciuta sola e insieme ai lupi, sin da piccola, nelle profondità della foresta. Da allora combatte per salvare l’armonia tra uomo e natura, cercando, insieme ad Ashitaka, una mediazione all’impietosa (e spesso irrazionale) velocità del progresso.
Miyazaki sfrutta, in apparenza, gli archetipi della fiaba per articolare, però, attraverso Mononoke, una complessa e violenta metafora.
La realtà esiste sempre: anche i bambini devono esperirla, e la realtà piega nella sofferenza uomini e donne, senza distinzioni. L’odio dell’essere umano lo conduce verso l’autodistruzione, ma a quell’odio risponde con ferocia animale la principessa Spettro (questo il significato di Mononoke).
Una donna fiera, letteralmente una belva antropomorfa che avversa la malattia del cuore degli uomini, mentre affronta una battaglia contro se stessa e la propria identità. Qualunque individuo si sentirebbe minacciato da questa forza, incarnazione di una Natura indomita e selvaggia, antitesi dell’ordine e della civiltà; eppure, rimane l’eroina della storia.
Tuttavia, ci dice Valeria Arnaldi nel suo saggio, San resta un’incognita: misteriosa come l’oscurità della foresta in cui vive, non è detto che rappresenti la salvezza per Ashitaka, il protagonista del film, che pure non porta il suo nome.
«San è malata. Anzi, è proprio lei la malata per eccellenza. Ha la pelle diafana, trasparente come la vita che conduce, capace di riacquistare colore solo nei “rossi” del sangue versato».
(V. Arnaldi, Hayao Miyazaki. Un mondo incantato)
Mononoke è uno spettro in eterna caccia e, insieme, eternamente preda. Si difende dalle bestie che non la riconoscono come loro simile e attacca gli uomini che la vedono come altro da séper quella sua maschera belluina (Ibidem).
Lei vive in una dimensione di terzietà, una distanza che è invisibilità (Ibidem), tranne agli occhi di Ashitaka: entrambi sono malati, soli, estranei e spettri. Nonostante ciò, combattono con violenza e con amore, combattono per l’armonia. San, inoltre, lotta cercando un equilibrio tra l’umano e l’animale: perennemente sospesa, oltre la contingenza di Natura e Donna, è un’eroina imperfetta, una principessa guerriera in cui Miyakazi ha infuso un amore profondo e indecifrabile (Ibidem).

San in Principessa Mononoke di Hayao Miyazaki (1997)
Ben diverso è l’animo di Chihiro, la protagonista de La città incantata (2001). Una ragazza come tante, alle soglie dell’adolescenza, ancora indefinita e incerta. Molti film raccontano l’infanzia o l’adolescenza; pochi si occupano del mezzo, dell’età del divenire, quella di Chihiro, insomma (Ibidem).
La sua forza sta nell’essere eroica senza essere un’eroina.
Nel suo soggiorno forzato alle terme incantate, Chihiro attraversa un vero e proprio percorso di crescita, armata di sincera purezza e ingenua determinazione, portando così umanità in un mondo di spettri. Chihiro si barda di amore e ricordi, qualità che gli abitanti del mondo degli spiriti sembrano non riconoscere e di fronte alle quali rimangono disorientati e spaventati: la genuina forza d’animo e la mancanza di ingordigia della ragazzina si contrappongono alla logica che domina quel mondo.
Non farà tutto da sola: la presenza di Haku è fondamentale, così come lo era quella di Ashitaka per Mononoke. Tuttavia, le figure maschili di Miyazaki – come si vedrà anche in Howl – non sono mai salvatori: sono fallibili e umane al pari delle protagoniste. La grande poesia dei suoi personaggi sta proprio nell’armonia tra coraggio e paura, tra errori e vittorie.
Anche questo film, poi, è permeato da un’oscurità profonda e disturbante. Riprendendo Arnaldi, la città degli spiriti in cui si muove Chihiro ricorda le terme che, nel periodo Edo, erano frequentate dagli uomini anche per ottenere favori sessuali dalle giovani ragazza che vi lavoravano. Più erano giovani e vergini, come Chihiro, più erano ambite.
«Il tema della prostituzione infantile non è un tabù per Miyazaki, ma anzi un argomento che necessita l’attenzione del suo pubblico, per scuotere le giovanissime dalla trappola dell’apatia».
(Valeria Arnaldi, Hayao Miyazaki. Un mondo incantato)
Chihiro, infatti, non si piega alla meschinità del mondo. Si salva grazie alle parole e alla determinazione, si libera, si emancipa e aiuta altri a fare lo stesso (Ibidem).

Chihiro e Haku in La città incantata di Hayao Miyazaki (2001)
Le tenebre, però, sono annientate non già dal suo coraggio, ma dalla sua gentilezza. È proprio quest’ultima, infatti, a permetterle di entrare in contatto e in dialogo con il mistero. Un’arma nuova e inusuale, eppure così potente nella sua onestà, che non è infantile né adolescenziale, ma anche qui un qualcosa di altro: estraneo eppure così umano.
Chihiro è nella terra di mezzo tra la selvaggia e coraggiosa Mononoke e la mansueta e romantica Sophie, che, nell’affiancare il suo Howl, sprigionerà la forza di una terza forma d’amore. Non bestiale né ingenuo e spontaneo, ma tormentato e passionale, come da tradizione.
Non si faccia l’errore di pensare, però, che Il castello errante di Howl (2004) sia un film che parli di un innamoramento convenzionale. Sophie è una protagonista rassegnata, quasi pronta a diventare comprimaria della sua storia.
«La sua è una vita-no-vita, una quotidiana rinuncia tratteggiata da Miyazaki con puntualità già nelle prime scene».
(V. Arnaldi, Hayao Miyazaki. Un mondo incantato)
Nell’ordinarietà che la accomuna a Chihiro, si aggiunge un elemento interessante per un film d’animazione: la senilità. Il tempo e la bellezza intraprendono, con il loro scorrere, strade separate. Il castello errante racconta di animi imprigionati in se stessi, nelle loro ossessioni o nella loro atarassia. Niente più selve incantate o città di spiriti, che pure nella fantasia permeavano una realtà, ma solo vaste piane tormentate dalla guerra e personalità in fuga: l’aggettivo errante non è affatto casuale (Ibidem).
La fiaba di Sophie e Howl racconta di una salvezza reciproca da entità che non sono mostri o uomini – spesso coincidenti – ma stati d’animo degenerativi, che si rivelano avversari ben peggiori.
La bellezza, in questo contesto, rappresenta, ancora una volta, un’armonia, uno specchio dell’anima. Si tratta di una trasfigurazione dell’intimità cui Sophie e Howl cercano di accedere reciprocamente, una vetrina sull’io attraverso cui si scorgono la calma o l’agitazione del cuore, destinate poi a riflettersi sull’aspetto esteriore: più o meno grottesco per Howl, più o meno senile per Sophie.

Sophie e Howl in Il castello errante di Howl di Hayao Miyazaki (2004)
La cosa interessante è che spesso l’animo autentico si rivela proprio attraverso il filtro del falso aspetto, della maschera. La “vecchiaia” farà sentire la diciottenne Sophie molto più giovane e libera. La protagonista – che, come Ashitaka, non compare nel titolo del film – scardina, dunque, gli assoluti dell’aspetto e della bellezza, relativizzandoli nella loro fenomenologia. Solo nella relazione con Howl, però, troverà la forza di prendere in mano il destino di entrambi. Non perché non possa farcela da sola, ma perché, in maniera profondamente umana, vede nella depressione di Howl un rifugio (Ibidem).
Howl dovrà risvegliarla, ma solo perché lei possa, infine, risvegliare lui.
Nessuno dei due è più forte o più debole, così come accade per Ashitaka e Mononoke o per Chihiro e Haku. Sono tutti alimentati da passioni che rimagono reali in qualunque bosco, castello o città incantata. E saranno sempre in due a rappresentare le istanze della fantasia e degli spettri, della realtà e dei sentimenti. Lo scorrere e l’alternarsi di questi elementi esistono: nient’altro.
Il femminile di Hayao Miyazaki non è solo eroico, ma vive anche di relazioni e umanità. Le sue eroine sono protagoniste e comprimarie insieme, coraggiose e vulnerabili. Questa è una vera uguaglianza, un traguardo così sfuggente eppure non impossibile. Donne o uomini, i personaggi di Miyazaki intraprendono insieme un solo sentiero: quello più importante, quello che conduce all’essere umano.




