La poetica del femminile in Miyazaki

Davide Capobianco

Marzo 14, 2021

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«La maggior parte dei miei film ha forti protagoniste femminili, donne coraggiose e autonome che non pensano due volte a combattere per ciò in cui credono con tutto il loro cuore. Avranno bisogno di un amico, di un supporto, mai di un salvatore.
Ogni donna è in grado di essere un eroe, al pari di ogni uomo».

(Hayao Miyazaki)

Da Nausicaä a Sheeta, da Mononoke a Sophie, l’universo animato di Hayao Miyazaki è costellato di figure femminili incredibili: forti e coraggiose, nondimeno sono vulnerabili e fallibili. Questo perché, al pari di ogni uomo, sono umane, in tutta la loro fragilità e, insieme, determinazione.

Nei loro cuori risiedono la furia della guerra e l’impeto dell’amore, la dolcezza di un pianto e la malinconia dei ricordi.

La violenza non è esclusa dal mondo di Miyazaki. È una violenza antica da eroismo greco, una sofferenza che è morte costante, lenta, quotidiana, di tramonti che macchiano l’anima. Di sangue e coraggio, ma anche di una velata tristezza e gentilezza è fatto lo spirito della principessa Mononoke, una delle eroine più sfaccettate e misteriose dello Studio Ghibli.

San, questo è il suo nome, è stata abbandonata da bambina nella foresta e cresciuta dai lupi. Da allora combatte per salvare l’armonia tra uomo e natura, cercando, insieme ad Ashitaka, una mediazione all’impietosa (e spesso irrazionale) velocità del progresso.

Miyazaki sfrutta, in apparenza, gli archetipi della fiaba, per poi articolare, però, tramite Mononoke, una complessa e violenta metafora.

La realtà esiste sempre, anche i bambini devono esperirla e la realtà piega nella sofferenza uomini e donne, senza distinzioni. L’odio dell’essere umano lo aiuta ad annientarsi, ma a quell’odio risponde con ferocia animale la principessa Spettro (questo il significato di Mononoke).

Una donna fiera, letteralmente, una belva antropomorfa che avversa la malattia del cuore degli uomini, mentre affronta una battaglia contro se stessa e la propria identità. Qualunque individuo si sentirebbe minacciato da questa forza e incarnazione della Natura, indomita e selvaggia, antitesi dell’ordine e della civiltà, eppure rimane l’eroina della storia.

Tuttavia, San resta un’incognita: misteriosa come l’oscurità della foresta in cui vive, non è detto che rappresenti salvezza per Ashitaka, il protagonista del film (che pure non porta il suo nome).

«San è malata. Anzi, è proprio lei la malata per eccellenza. Ha la pelle diafana, trasparente come la vita che conduce, capace di riacquistare colore solo nei “rossi” del sangue versato».

(V. Arnaldi, “Hayao Miyazaki. Un mondo incantato”)

Mononoke è uno spettro in eterna caccia e, insieme, eternamente preda. Si difende dalle bestie che non la riconoscono come loro simile e attacca gli uomini che la vedono come altro da sé per quella sua maschera belluina.

Lei è in una dimensione di terzietà, una distanza che è invisibilità. Tranne agli occhi di Ashitaka; entrambi sono malati, soli, estranei e spettri. Nonostante ciò, combattono con violenza e con amore, combattono per l’armonia. San, inoltre, lotta cercando un equilibrio tra l’umano e l’animale: perennemente sospesa, oltre la contingenza di Natura e Donna, è un’eroina imperfetta, una principessa guerriera in cui Miyakazi ha infuso un amore profondo e indecifrabile.

Da Nausicaä a Sheeta, da Mononoke a Sophie, l'universo animato di Hayao Miyazaki è costellato di figure femminili incredibili.

Ben diverso è l’animo di Chihiro, la protagonista de La Città Incantata (2001). Ordinaria: non bella, né brutta, semplicemente una come tante, come tutte alla sua età. Così la descrive Miyazaki. Una ragazza sulla soglia dell’adolescenza, che potrebbe diventare qualunque cosa, ma è ancora indefinita e incerta. Molti film raccontano o dell’infanzia o dell’adolescenza, in pochi si occupano del mezzo, dell’età del divenire, l’età di Chihiro, insomma.

La sua forza sta nell’essere eroica senza essere un’eroina.

Nel suo soggiorno forzato alle terme incantate, Chihiro attraversa un vero e proprio percorso di crescita, armata di sincera purezza e ingenua determinazione, portando dunque umanità in un mondo di spettri. Chihiro si barda di amore e ricordi, un qualcosa che gli abitanti del mondo degli spiriti non riconoscono, vengono disorientati e spaventati dalla genuina forza d’animo e dalla mancanza di ingordigia della ragazzina.

Non farà tutto da sola, la presenza di Haku è fondamentale, così come lo era quella di Ashitaka per Mononoke. Tuttavia, le figure maschili di Miyazaki (come si vedrà anche in Howl) non sono mai salvatori, sono fallibili e umani al pari delle protagoniste. La grande poesia dei personaggi sta nell’armonia tra coraggio e paura, tra errori e vittorie.

Anche questo film, poi, è permeato di un’oscurità profonda e disturbante. La città degli spiriti in cui si muove Chihiro mostra evidenti affinità con le Terme che nel periodo Edo erano frequentate dagli uomini per i bagni e per ottenere favori sessuali dalle giovani lavoratrici. Più erano giovani e vergini, come Chihiro, più erano ambite.

«Il tema della prostituzione infantile non è un tabù per Miyazaki, ma anzi un argomento che necessita l’attenzione del suo pubblico, per scuotere le giovanissime dalla trappola dell’apatia»

(V. Arnaldi, “Hayao Miyazaki. Un mondo incantato”)

Chihiro, infatti, non si piega alla meschinità del mondo. Si salva grazie alle parole e alla determinazione, si libera, si emancipa e aiuta altri a farlo.

Da Nausicaä a Sheeta, da Mononoke a Sophie, l'universo animato di Hayao Miyazaki è costellato di figure femminili incredibili.

Le tenebre, però, sono annientate non già dal suo coraggio, ma dalla sua gentilezza. È proprio quest’ultima, infatti, che le permette di entrare in contatto e dialogo con il mistero. Un’arma nuova e inusuale eppure così potente nella sua onestà, che non è infantile, né adolescenziale, ma anche qui un qualcosa di altro, estraneo eppure così umano.

Chihiro è nella terra di mezzo tra la selvaggia e coraggiosa Mononoke e la mansueta e romantica Sophie, che nell’affiancare il suo Howl sprigionerà la forza di una terza forma d’amore. Non bestiale, né ingenuo e spontaneo, ma tormentato e passionale come da tradizione.

Non si faccia l’errore di pensare, però, che Il Castello Errante di Howl (2004) sia un film che parli di un innamoramento convenzionale. Sophie è una rassegnata protagonista, quasi pronta a diventare comprimaria della sua storia.

«La sua è una vita-no-vita, una quotidiana rinuncia tratteggiata da Miyazaki con puntualità già nelle prime scene».

(V. Arnaldi, “Hayao Miyazaki. Un mondo incantato”)

Nell’ordinarietà che la collega a Chihiro, si aggiunge un elemento interessante per un film d’animazione: la senilità. Il tempo e la bellezza intraprendono, con lo scorrere, strade separate. Il Castello Errante racconta di animi imprigionati in se stessi, nelle loro ossessioni o nella loro atarassia. Niente più selve incantate o città di spiriti, che pure nella fantasia permeavano una realtà, ma solo vaste piane tormentate dalla guerra e personalità in fuga (l’aggettivo errante non è affatto casuale).

La fiaba di Sophie e Howl racconta di una salvezza reciproca da entità che non sono mostri o uomini (spesso coincidenti), ma stati d’animo degenerativi che si rivelano avversari ben peggiori.

La bellezza, in questo contesto, rappresenta, ancora una volta, un’armonia, uno specchio dell’anima. Si tratta di una trasfigurazione dell’intimità cui Sophie e Howl cercano di accedere reciprocamente, una vetrina sull’io in cui si scorge la calma o l’agitazione del cuore, che andrà poi a condizionare l’aspetto (più o meno grottesco in Howl, più o meno senile per Sophie).

Da Nausicaä a Sheeta, da Mononoke a Sophie, l'universo animato di Hayao Miyazaki è costellato di figure femminili incredibili.

La cosa interessante è che spesso l’animo autentico si rivela nel filtro del falso aspetto, della maschera. La “vecchiaia” farà sentire la diciottenne Sophie molto più giovane e libera. La protagonista (che, come Ashitaka, non compare nel titolo del film) scardina, dunque, gli assoluti di aspetto e bellezza, relativizzandoli nella loro fenomenologia. Solo nella relazione con Howl, però, troverà la forza di prendere in mano il destino di entrambi. Non perché non possa farcela da sola, ma in maniera assai umana vede la sua depressione come un rifugio.

Howl dovrà risvegliarla, ma solo perché lei possa infine risvegliare lui.

Nessuno dei due è più forte o più debole, così come per Ashitaka e Mononoke o Chihiro e Haku. Tutti alimentati da passioni che saranno sempre reali in qualunque bosco, castello o città incantata. E sempre saranno in due a rappresentare le istanze di fantasia e spettri, di realtà e sentimenti. Lo scorrere e l’alternarsi di questi elementi esiste, nient’altro.

Il femminile di Hayao Miyazaki non è solo eroico, ma vive anche di relazioni e umanità. Le sue eroine sono protagoniste e comprimarie insieme, coraggiose e vulnerabili. Questa è una vera uguaglianza, un traguardo così sfuggente, eppure non impossibile. Donne o uomini, i personaggi di Miyazaki intraprendono, insieme, un solo sentiero, quello più importante, quello che conduce all’essere umano.

Leggi anche: Nausicca – La prima eroina di Miyazaki

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